Il caldo, il caldo forte mi suggerisce atmosfere: mi fa andare a tempi andati, vedo e trasudo sapori, sentori, vicinanze corporali, fazzoletti sventolati, sbuffi, bicchieri di acqua “viscì”, caffè scodellati a gran ritmo dalla caffettiera napoletana, quando ci si affollava, nonostante tutto, in cucina dopo cena a guardare, anzi a rimirare la televisiùn.

Perché si era in tanti, più che spesso, a contemplare il mostro sacro ficcato su di un trespolo dalle gambe ottonate nell’angolo della cucina. Sì, la cucina, che poi è ancora la mia cucina di adesso: si stava in cucina perché la camera accanto, denominata “sala”, era riservata ad importanti occasioni che non capitavano praticamente mai. Mia madre, donna precisa, anzi meticolosa, teneva che il luogo fosse sempre accogliente, e cercava di ordinare, rassettare il locale distribuendo sedie, vassoi, bicchieri e portacenere sul tavolo che veniva spostato perché altrimenti le file della platea non sarebbero state ben distribuite. In genere si era in dodici, talvolta anche di più se veniva trasmesso il popolarissimo “Lascia o raddoppia”. Mio padre Francesco sbuffava sovente, ma sopportava questa cosa che si doveva fare per dovere di ospitalità, si sceglieva la sua solita sedia laterale ed attendeva gli ospiti che alle 20,30 arrivassero in truppa.

C’era naturalmente aperta la porta che da sul balcone e si affaccia sul cortile, l’ordigno elettrico sparavisioni era lì accanto, nell’angolo, e sputava le sue immagini, le facce, le notizie. I primi a disporsi in prima fila erano gli ospiti più autorevoli, cioè di famiglia stretta, mio zio Cirillo che occupava molto spazio, essendo piuttosto massiccio, la zia Giuseppina, il mio caro cugino Sandro, poi in seconda fila, i signori Rosa con i due figli, vicini di casa del terzo piano ed amici quotidiani, poi la famiglia Gambetta del quarto piano, coll’esimio Antonio, detto il professore, ospite non abituale, filiforme e coltissimo erudito, già monaco agostiniano, poi impiegato delle FFSS, che talvolta commentava in latino. Intervenivano al comunitario consesso, se c’erano trasmissioni di “varietà”, anche i  miti signori Reynaud.

Insomma componevamo una bella congrega.

Congrega che scaldava di molto l’aria, quando iniziava l’estate.

Mia madre, Ester, detta Rina, si sedeva sempre per ultima in un canto, presso il cucinino, per essere ognora pronta, scattante, a soddisfare le necessità orali dei presenti.

Io mi defilavo, vicino al mio amico, coetaneo Alberto Rosa per commentare sottovoce, sottolineare, e ridere delle bestialità salaci ed irridenti che Alberto sciorinava spessissimo, facendo così irritare suo padre il quale desiderava si comportasse più educatamente.

Tuttavia io mi divertivo parecchio.

Di fatto, io ricordo abbastanza poco dei personaggi, delle situazioni che si verificavano dentro quell’arnese, mi sollazzavano di più i commenti degli intervenuti, gli ohhh, ahhh, le esclamazioni, gli sbotti, i lazzi dello zio Cirillo, i sussieghi della zia, i rutti di Sandro, i movimenti di bicchieri e tazze, i gesti, l’atmosfera insomma.

E faceva caldo.

Ci sarebbe stata la necessità di un ventilatore, lo diceva anche lo zio Cirillo, di quelli belli, neri con la piantana, eleganti e tedeschi, di marca AEG, quelli che si vedevano solo in certi uffici di avvocati o notai e diffondevano un bel fresco, e facevano sflusccc, sfluscccc.

Passavano Mike Bongiorno, che  poi era stato cliente di mio padre, subito dopo la guerra, quando stava a Torino, e poi la Bolognani, e la valletta Edy Campagnoli e la tabaccaia  di Casale, quella da 115 di seno, dal petto prorompente, che fece scandalizzare il Vaticano ed anche il professor Antonio, l’ex monaco, che quella sera si ritirò in buon ordine. Passò Marianini Gianluigi, il gagà, l’esperto di moda, coi suoi bei guanti penduli che parevano quelli di Petrolini, che poi frequentava, agli inizi, la nostra medesima parrocchia. Passarono dentro l’arnese infernale anche il dottor Lando Degoli, quello del controfagotto, che fu sostenuto da tutti gli italiani per l’ignominiosa ingiustizia subita, quasi fosse stato un povero martire della nazional Fede cattolica

Era un’Italia così, piena zeppa d’ingenuità, ed anche ignoranza.

Era un’Italia in cui Tognazzi e Vianello, venivano licenziati in tronco dalla RAI, la sera stessa dello sketch, perché avevano avuto l’imprudenza di caricaturare una caduta dalla sedia del venerabile presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.

Anche la loro brillante, simpatica trasmissione “Un, due, tre” venne sospesa.

Era un’Italia in cui la ballerina Alba Arnova, nel 1955, ebbe l’ardire di presentarsi, alla TV, con una sorta di calzamaglia rosa un po’scosciata, siccome la Tv era in bianco e nero, i malpensanti credettero che l’artista si fosse presentata con le gambe nude.

Vi furono interrogazione parlamentari e furenti reprimende del Vaticano.

Fu di nuovo tutto sospeso, la Arnova licenziata.

E se ne parlò per un pezzo, sventolando i fazzoletti e sbuffando.

Era un’Italia così e faceva caldo, tanto caldo.

Alba Arnova ( qui sopra)

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