C’era un volta, ma c’è ancora, un paese tutto sfilato su un crinale del Monferrato con una strada principale che lo attraversa, lo anima come una colonna vertebrale; procededendo verso Est, ad un certo punto questa carreggiata s’incurva e prende un poco di pendenza tra case vecchie basse, alcune con intonaci scrostati da decenni.
Dove la curva fa una pancia un tempo c’era la bottega di un certo Giddio, o Egidio, aveva un nome simile, ma non lo voglio dire.
‘Sta bottega o negozio o basso o fondo, che dir si voglia, si presentava al viaggiatore con una porta nera a due battenti in legno, piuttosto larga, vetrata nella parte superiore, nella parte bassa decorata da interessanti pannelli pseudo rinascimentali in bassorilievo, raffiguranti a sinistra una panoplia di armi bianche, corazza scudo ed elmo, a destra una specie fantasiosa di rapace che guerreggiava con un orso. La porta era tenuta sempre ben lustra.
Quei battenti scuri e misteriosi mi inquietavano, quando ero piccolo.
Per non parlare dell’interno, un camerone quadrato e piuttosto basso, con volta a padiglione, perennemente avvolto da aloni tenebrosi ove occhieggiava una lampadina di minimo voltaggio che lanciava qualche barlume su di un massiccio tavolo da sarto.
Nei pressi del tavolo sovente poteva scorgersi il Gibbio, anzi più facilmente lo si vedeva dimenarsi nella sua goffa andatura vociando, imprecando, talvolta bestemmiando, ché il Gibbio era mal fatto di corpo: zoppo, gobbo, storto con una testa pelata a pera trafitta da due straordinari occhi azzurrissimi.
Il Gibbio era sovente arrabbiato con questo, con quello e si lamentava di tutto il mondo in generale, tuttavia in questo suo universo pareva cavarsela abbastanza bene come sarto, come barbiere, come fotografo, come giornalaio e corrispondente di una gazzetta provinciale, come “tenutario” di telefono pubblico ed infine come malcelato dongiovanni impenitente.
Quest’ultima sua peculiarità l’aveva reso noto anche nelle vicinanze perché con la sua mitica moto rossa, una Guzzi  Airone, usava scorrazzare sovente, quando si faceva notte, verso altre località limitrofe ove, alla faccia della moglie, coltivava relazioni con massaie ben portanti, serve o quel che capitava. Come gli riuscisse il mestiere di seduttore con quell’aspetto da Rigoletto, era un mistero: si favoleggiava di sue straodinarie capacità amatorie ed anche della sua persuasiva loquela, dei suoi celestrini sguardi abbindolanti, di suoi mazzolini di fiori, di pacchettini ben legati contenenti paste dolci ed altri regalini gastronomici. Tutta una serie di doti intrinseche e di arti ammaliatrici che tuttavia non l’avevano protetto da qualche bastonata e, più di una volta, gli avevano regalato qualche pallino di piombo nelle gambe.
Ma, è meglio tralasciare queste vergogne per tornare alla sua bottega.
Quando l’occhio si abituava all’oscurità si poteva scorgere sulla sinistra una poltrona da parrucchiere in legno rotante, posta dinanzi a mensola e specchio secolari, puntinato da mille cacchine di mosche. Nei pressi, su una panca, mucchi di giornali, riviste gettati alla rinfusa, più in là, alla destra del tavolone una singolare cabina telefonica assemblata con materiale composito: varie assi, pezzi di masonite tenute insieme da armature di ferro.
Quelli che avevano la vista acuta potevano vedere sulla parete di fondo, infilati su chiodi rugginosi, sagome di cartone, cartamodelli, qualche abito imbastito tra nere e logore cornici ovali inquadranti volti mesti e seppiati di defunti. Un misero scaffale conteneva qualche pezza di scadente stoffa, più che altro foderami, plastron, panno.
Quando ero bambino quell’antro mi faceva paura, nella mia immaginazione  somigliava al Purgatorio, un luogo da tormentacristiani.
Talvolta mi ci conducevano là dentro, a trovare questo Gibbio, perché era una specie di parente d’acquisto e mio padre trattava con lui strani affari di stoffe, siccome lavorava in quel ramo, a Torino, e gli forniva, all’occorrenza, tagli per abiti, in genere di basso costo ed altre forniture per sarti. All’occorrenza trafficavano anche di altre merci, come apparecchi radiofonici, elettrodomestici vari, rasoi elettrici, merci di contrabbando, sovente con la mediazione di un altro bell’esemplare umano, tale Battista, lontano cugino, pure lui munito di moto, su cui si scapicollava dalla Lombardia ai nostri paesi importando oggetti “che pativano l’aria di Milano”, ovvero di dubbia origine.
Loro mi ficcavano su una panca e poi discutevano, parlavano fitto: io, piuttosto annoiato perché avrei preferito giocare nell’aia, scartabellavo tra le pile di quei giornali ammucchiati, sbirciavo le figure dei giornalini e il tempo passava, meno male, però mi opprimevano sia il luogo che le loro discussioni senza fine.
Poi una volta, ed avevo anni 4 o 5, mi hanno condotto in quella spelonca non come accompagnatore, ma come cliente, cioè per farmi tagliare i capelli, cosa che non ho mai sopportato.
Mio padre mi ci strascinò di brutto e mi abbandonò tra le mani di quel demone meschino il quale mi afferrò sotto le ascelle, bruscamente, e mi piazzò su quella poltrona di legno. Come fui installato sullo strumento di tortura cercai di ribaltarlo, ma il Gibbio mi spintonò, e minacciò urlando di legarmi con le cinghie e le funi che teneva sugli scaffali.
Mi tirava e mi spingeva la testa di lato, mi strattonava, mi ammoniva aspramente, mi dava nocche sul capo per farmi abbassare la testa, tirò poi persino fuori un rasoiaccio con cui temetti di venir decollato.
Forse mi colavano lacrime silenziose, lui se ne accorse e per questo di più ancora mi rimproverò.
Quando il supplizio era quasi finito tornò il mio papà e fui fatto scendere da quell’infame e traballante seggio. Io scesi barcollando, non riuscivo quasi a stare in piedi, ma ebbi la forza di puntare il dito contro il mostro e gridargli:
Bruuuutto Gibbioooo!!!
Il barbiere polimorfo rimase impietrito, mio padre ridacchiò, non accennò a pagarlo, e ce ne tornammo a casa.
Però la storia del mio urlo fece il giro della parentela, e per settimane tutti risero del soprannome che avevo affibbiato al claudicante artigiano.
Tanto che ancora adesso qualche vecchio se ne ricorda e sghignazza alla sua memoria.

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