Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…
Me la canto tanto bene così. Sono le mie parole preferite.
Dice anche appunto bianca più della luna perché è lucente tanto che abbaglia e io me la figuro così anche se non sono degna nemmeno di nominarla la Madonna, ma mi da tanta consolazione di dirle, di farle le lodi. Così io ho pregato tanto, ma non basta mai perché a volte penso che per una come me non ci sia proprio perdono, che la macchia del peccato sia indelebile, non si cancella. Ma il cappellano Don Cesare mi ha detto che del gravissimo peccato originale abbiamo avuto la redenzione, e  che anch’io per la mia colpa forse ho espiato abbastanza.
Ma non mi convinco mai.
Devo pregare e fare penitenza ché non ce n’è mai abbastanza, per me.
Ma Don Cesare si arrabbia perché vado troppe volte a confessarmi e perché gli ho detto che dovrei mettermi il cilicio per espiare, che vorrei diventare tutta bianca e pulita da ogni peccato, cioè “monda” che è il contrario di “immonda”. Questa parola brutta una volta me l’ha detta il canonico Vincenzi, si è arrabbiato, mi ha detto pure che gli avevo rotto le scatole con le mie manie di purezza. Quel prete era uomo che la sapeva lunga e faceva delle prediche piene di storie complicate, però con me era cattivo e non capiva il mio bisogno di farmi perdonare dalla Madonna che è tutta purezza, luce e vede entro i cuori. Il canonico Vincenzi aveva dentro di sé solo forme scure e dure, squadrate cogli spigoli: a me è sembrato di vedere quelle cose nella sua testa mentre mi confessavo. Ma è successo tanti anni fa e io l’ho perdonato.
Ho perdonato persino lo zio Venanzio, che è tutto dire, che sarebbe anche la causa di tutto; però don Vincenzi diceva che c’avevo un po’ di colpa  perché secondo lui avrò fatto la civetta fin da bambina e che non ero nemmeno tanto bambina se è avvenuto il fatto. Da bambina guardavo nella testa di zio Venanzio quando mi veniva vicino con la mano: vedevo delle robe rotonde grosse e unte, anche ruvide, spesse, che ruotavano dietro i suoi occhi e mi facevano tanta paura e mi paralizzavano. Le sue mani massicce si coloravano di grasso rosso di sangue, come i suoi pensieri che sembravano budella di maiale, mi avvolgevano come bisce rotolanti, mi strizzavano, mi schiacciavano come se io fossi la mia bambola Puppina.
Mi ha schiacciato tanto, ha commesso un peccato gravissimo, ma io l’ho perdonato lo stesso.
E io canto tanto la lode della Madonna che dice bella tu sei qual sole, ma mi piace ancora di più bianca più della luna, perché è così che me la vedo, anche se nella nicchia la Madonna di Lourdes non è tutta bianca ma anche un po’ azzurra. Le altre Madonne che ho visto, delle volte sono un po’ più colorate, e poi c’è una Madonna Addolorata in chiesa, a destra entrando, che mi fa un po’ paura perché ha sette coltelli lunghissimi infilati nel seno. Io non la guardo mai, giro la faccia, anche se Suor Clara mi ha spiegato tutto dei sette dolori della Santa Vergine.
Io non sono proprio più vergine da allora e avrei voluto, dopo il fatto, farmi suora, però non mi hanno voluto per via della colpa che c’ho.
Ho buttato nel pozzo il frutto della colpa.
Io espio e canto abbastanza bene, e vorrei cantare sempre quella lode, però mi fanno cantare anche lodi moderne che non mi piacciono perché ci capisco proprio poco di cosa dicono. Ma Don Cesare dice che canto “assai bene” e che devo usare il mio talento per celebrare ciò che vuole la Chiesa e che anche questa è una buona forma di espiazione.
Don Cesare mi capisce un po’ di più, però vedo dei pensieri suoi che sono come cubi, scatole incastrate anche se trasparenti, e si muovono in continuazione, e presentano altre facce, sembrano un gioco come un cubo Rubik che gira sempre.
Non ho ancora incontrato una persona con dei pensieri proprio “mondi”, cioè calmi e tranquilli. Io delle volte guardo Suor Clara dietro la fronte e le vedo strane giravolte, sarebbe a dire che vedo linee lente, ondulanti, marroni come il suo saio, che poi si mettono a fare dei soprassalti, a scuotersi mentre mi parla e diventano anche nere, e poi diventa tutto buio.
Ho visto solo una volta dentro la testa di Suora Rita, che sembrava scema e stava sempre zitta: questa qui me la vedevo come un mare profondo blu, solo un po’ agitato e dei pesci strani che ci saltavano dentro. Ma poi è morta di polmonite, poverina.
Non ho mai detto a nessuno di quello che vedo nella testa della gente, eccetto ad un dottore quando ero in quell’Istituto che non voglio nemmeno nominare.
Ero tanto giovane, tanto timida e sono stata imprudente. Ho parlato delle visioni, cioè di quello che mi appariva quando guardavo la fronte della gente. Il dottore mi ha tenuto là dentro più di un’ora ed era peggio di un poliziotto, e mi ha fatto tanto soffrire, mi ha tormentato, sembrava volesse piantami un coltello dentro il cervello. Io tutto questo poi lo vedevo benissimo: aveva delle spade affilate in testa che vibravano, sbattevano, luccicavano e facevano rumore agghiacciante che mi faceva tremare. Poi voleva ancora parlare con me di queste cose, e farmi delle interrogazioni, mi convocava spesso, mi ha dato delle pastiglie e io le ho buttate tutte via, alla fine gli l’ho detto che mi inventavo tutto perché ero matta.
E’ rimasto deluso, però.
Io ho guardato anche nella testina del frutto della colpa quando è nato, ed ho visto cose belle come pesche colorate e profumate, però ero io molto triste e spaventata e colpevole e dovevo fare quella cosa perché sono segnata così dal destino.
E adesso espio tanto, e canto:
 Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…

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