Vedersi dentro

 Elisa era come un’ampolla trasparente a sé, fiorita di virtù e dolori.

Lei diceva di vedersi dentro e che aveva cominciato a districarsi nel mare della sua interiorità quando colse un particolare della tavola centrale del dipinto di Hieronymus Bosch “Il trittico delle delizie”: questa scena diventò una scelta e una meta.

Faceva con la mano destra  un segno circolare nell’aria alludendo a una sorta di sfera che aveva da essere cristallina. Alludeva al piccolo globo traslucido, nato da un fiore, che si trova nella pala centrale, a sinistra, in basso, ove due minuti amanti stanno vicini, accarezzandosi in un’intimità rara. Io sapevo di questo fiore, avevo pure contemplato a lungo il dipinto a Madrid, ma ricordavo che il fiore era partorito da un altro globo rosaceo sottoposto; da un foro circolare, sul fianco di questo, una faccina mirava stupita un sorcio nero situato in un breve cilindro vitreo. Una scena che mi aveva turbato nella sua enigmaticità.

Avevo cercato di esporre, con discrezione, ad Elisa le mie perplessità, ma essa scuoteva la testa e mi sorrideva, silente. Aggiunsi, una volta, l’altro dubbio cioè che quella rara atmosfera di perfezione era rappresentata da due amanti, mentre lei era sola. Essa mi rispondeva col suo apparente distacco che la rappresentazione è simbolica, e l’armonia interiore è un sottile equilibrio di due o più forze. Quindi riprendeva a descrivere il cerchio davanti a sé, anche sopra di sé, quasi aureola.

E un’aureola, un alone lo portava proprio intorno alla sua persona. Vitreo e cristallino come la sfera o il cilindro di Bosch: assai resistente ad un primo approccio esso diventava fragilissimo quando la marea delle emozioni prendeva corpo e forza.

Il primo “strato”, l’involucro difensivo di Elisa era quella di una donna coltissima, e cartesiana, convinta di essere, lei sola, capace di conoscersi a fondo, dotata di in una infallibile capacità percettiva e figurativa della propria interiorità. In quel suo stadio l’atteggiamento del corpo era rilassato, stava inclinata indietro, anche col capo, su di una sedia, i bei capelli castani e ricci che gravitavano verso terra, il braccio sinistro semi abbandonato a cavallo dello schienale, la mano destra in alto a disegnare cerchi, più cerchi. I suoi occhi azzurri, acquei per poco mi si posavano sul viso, poi volavano su, sui grafici  mentali.

Quando tentavo di farle osservare che forse, (dicevo tanti forse, per delicatezza) la sua visione interiore non era del tutto completa, che tralasciava magari (dicevo anche: magari) qualche particolare della sua storia prossima, o lontana, quasi mi ghignava in faccia, con una certa durezza, e mi accusava di essere un “modesto” praticante di asimmetria epistemica. In genere, dopo la sua rivincita, smetteva di parlarmi e riprendeva a chinarsi sui suoi mirabolanti appunti che teneva in quaderni a quadretti blu,  lindi, ordinati, vergati con una stilografica e con grafia da educanda o suora.

Non ne ebbi mai accesso; ne vidi ben sette, in bella fila nel suo scaffale, tutti blu, identici.

Affermava che i quaderni erano i suoi “strumenti”, una volta disse: Mia madre usava una pignatta e il mestolo per cucinare le verdure. Qui sopra cucino le mie riflessioni.

Un volta la vidi allontanare un quaderno con una mossa violenta, sul tavolo, quasi lo fece volare a terra, fece una smorfia dura. Tenne la mano sotto il mento per due minuti, poi scattò in piedi, si buttò addosso la giacca a vento ed uscì.

Per giorni ritornò al tavolo, alla solita ora, con un quaderno. Si sedeva, teneva le mani distese davanti a sé con le palme rivolte in basso. Non scriveva. Fissava il riquadro della finestra, le tende che velavano le piante, il giardino.

Stava guardandosi dentro.

Forse l’autoinganno o la presunzione, i muri eretti per difendersi, si stavano sgretolando ed Elisa iniziava a sentire la vicinanza del muso del sorcio, il suo fiato corrotto.

Vedeva tutto, forse, nel suo insieme, davvero.

Stava fissa, nemmeno un quaderno comparve, invece le lacrime scivolavano giù, sul suo golf inglese, fin sul tavolo, giorno dopo giorno.

Dopo tre settimane di fissità e angosce, una mattina arrivò in sala e dichiarò:

Vado a cercare Paolo dove l’ho perduto!

Presa la giacca, uscì di furia.

Non l’ho mai più rivista, purtroppo, né i suoi quaderni che con lei svanirono.

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