Stavo cercando dei contenitori inconsueti per piante e fiori.

Il tutto per la manifestazione “San Salvario ha un cuore verde” che si è tenuta nel mio quartiere, in Torino, ieri, in corso Marconi . I miei amici, amiche del TEART ed io abbiamo allestito una sorta di installazione con una rete metallica verde da recinzione di metallo plasticata in verde, l’abbiamo piazzata in forma di doppia spirale.

Avremmo voluto costruire un nastro di Moebius, con la rete, come simbolo di rigenerazione e riciclo continui e così l’avevamo progettata, però la maglia metallica non era abbastanza autoportante per cui abbiamo volto il progetto verso una sorta di ESSE o doppia spirale. A questa rete abbiamo fissato con legacci di rafia o spago di yuta vari ammenicoli, vecchi, arrugginiti, scarpe sfondate trovate presso cassonetti, roba che si butta in genere, usati quali contenitori di piantine e fiori.

Ho pensato un po’.

Cercavo tra i miei ricordi, immagini, qualche inconsueto contenitore da trasformare in portafiori. Mi è venuto in mente improvvisamente che in un vecchissimo baule verticale tedesco, già appartenuto a mio padre, che tengo nella cantina del mio studio, doveva esserci un elmetto tedesco della seconda guerra mondiale, trovato da me sul ciglio di una collina presso Montà d’Alba, vicino ad una cascinotta di amici, nel 1949, o giù di lì.

Andò così: stavamo, mio padre ed io, sulla cresta di un colle a guardare il bel panorama, tante vigne, alberi da frutto, paesi lontani, cielo vasto, quando, non so perché, ho cominciato a scalciare nella terra, e la punta del mio piede si incocciava in una cosa che sporgeva, una specie di protuberanza metallica emergente dalla terra.

Mio padre mi diceva di non fare polvere, però io gli indicai la strana cosa.

Lui si chinò, si abbassò con le mani sulle ginocchia a guardare il coso, il bordo metallico terroso, arrugginito. Toccò con le mani, smosse poi andò a cercare un pezzo di legno, un paletto per scavare.

Lui aveva capito cos’era.

Io lo guardavo curiosissimo e ansioso di scoprire nel suo tira e sbatti e smuovi condito  da qualche imprecazione. Alla fine è venuto fuori il reperto: un elmetto tedesco, integro, senza più la fodera, pieno di terra, del colore di quella argilla gialla nostrana. L’oggetto mi stupiva, mi eccitava e mi faceva anche un po’ paura.

Mio padre lo mise in un giornale, poi l’avvolse in uno straccio, e se lo portò alla nostra macchina, lo ficcò nel baule. Poi disse: non scaviamo più che sotto potrebbe esserci il morto.

Il morto, uno scheletro di soldato tedesco, me lo vidi nella testa per anni e ancora adesso me lo figuro, là sotto sul ciglio della vigna.

Vado con l’immaginazione a tutti i racconti che ho ascoltato, ho letto sulla guerra partigiana, ai partigiani del mio paese che ho visto da infante volare su una Balilla armata di una mitragliatrice Fiat legata sul tetto, ad un sergente tedesco di nome Franz che mi prese in braccio e io che toccavo le bombe a mano infilate nel suo cinturone.

Insomma, qualche giorno fa ho ripescato il vecchio cimelio, che mio padre aveva riverniciato di un verde adeguato, in quel baule che sa terribilmente di muffa.

Ho preso dal balcone  un cespo di margheritine che avevamo in un vaso e ce l’ho ficcate dentro: fanno una bella figura.

Mi sono, tra l’altro, ricordato che nel dopoguerra, quando tutto veniva riutilizzato, qualcuno piantava gerani o altro in vecchi elmetti.

Image

Annunci