Qui a Torino c’è il Salone del libro da ‘n bel po’ d’anni.
Lo fondarono Accornero & Pezzana, poi finì in altre mani, in altri luoghi, tipo Lingotto, cambiò nome divenne Fiera poi di nuovo Salone internazionale. Sarebbe una manifestazione culturale, anche.

Uno può andare in giro dappertutto, anche fuori di quel fabbricone del Lingotto ove c’è un sacco di gente e frastuono, magari per andare a seguire letture cose varie recite musiche proiezioni  presentazioni che si svolgono qua e là in alcuni quartieri.
Sarebbe il Salone off o diffuso.
Per me è la cosa migliore, spesso gli intrattenimenti sono inventati dalla “base” e non si paga.
Ieri pomeriggio, allora, dopo essere stato due volte al Lingotto, ove vado per dovere, e provo disagio fisico e mentale, me ne sono andato qui vicino, a due passi, in un ex teatro parrocchiale, che ‘na volta era proprio della mia parrocchia dove io, che ero un bravo cristianello, andavo spesso. Sul  palco medesimo ho pure recitato a 8 anni di età tutto ‘mbardato da zio Sam che vien dalle Americhe e avevo ‘na paura bestiale e sudavo, tutto gelato però.
Dalla orrenda, sudicia galleria del detto teatrino coi miei amici scalmanati gettavamo carte e schifezze sui poveri sottostanti e pure si sputava.
Ci cacciarono spesso a calci, con susseguente convocazione genitori, sì.
Da un po’ di anni ‘sto luogo benedetto è tutto rimodernato, è proprio un luogo di “cultura”, ci fanno di tutto, cinema e teatro, e convegni: ci staranno cento persone.
Ieri lì dentro, per il Salone off, s’e tenuta una lettura a tre scrittori noti + scrittrice notissima, per un loro libro/diario interessante assai. Io ci sono andato perché due di questi li conosco di persona (tutti assai più giovani di me, c’hanno minimo venticinque anni in meno di me). Io mi sento sempre imbarazzato ad andare a ‘ste cose, per dire, però poi hanno fatto buio e mi sono ficcato, rintanato in una poltroncina vicino a ‘na bionda ch’ogni tanto accendeva telefonino co’ luce propria, orcamiseria.
Per fortuna che dopo mezz’ora se ne andò.
Insomma, sul palco c’era anche un bravissimo contrabbassista che accompagnò tutte le letture con vera maestria, con sagaci tocchi d’archetto, pizzicare e toccare ch’era un piacere: c’aveva pure ‘na bella espressione lieta.
La scrittrice lesse benissimo, era proprio brava, due di loro pure assai bene, un terzo più sussiegoso, ma teso, contenutistico assai.
Alla fine ero quasi contento di esserci stato.
Poi volevo dire due cose a quello che conosco di più e sono andato là, facendomi sforzo, a fargli, anche agli altri, i complimenti; per uno di costoro avevo disegnato anche una copertina e volevo dirglielo e stringergli la mano perché non lo avevo mai visto, ed è bravo, è in gamba. Quest’ultimo fu addirittura gentilissimo, quasi umile.
Poi gli ho detto: firmatemi il vostro libro.
Ci han messo anche un ciao.
Quello ch’è quasi mio amico, ed è arcistimato, ha scritto con una biro giapponese piccola che gli ho dato io:

Per  Mario, il grande…
Io poi, andando a casa, ci pensavo e sono rimasto quasi male.
Magari mi vuol prendere per il culo.
Poi ho pensato che magari è perché son più vecchio.
In Italia si dice anche grande, per più anziano, ecco.

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