E’ appena uscito questo mio libriccino contenente un racconto lungo intitolato ad Humbaba o Huwawa.

Si narra la vicenda di un cinquantenne costretto a pensione anticipata, un uomo alla ricerca di un buon motivo per vivere.

Dallo stimolo di un’immagine curiosa, reperita per caso dell’antico demone mesopotamico Humbaba, custode della foresta dei cedri del Libano, il protagonista intraprende un viaggio verso il medio Oriente. Un itinerario alla scoperta di angoli antichi delle civiltà mediterranee, e spazi reconditi nella propria mente, o selva interiore, percorrendo sentieri montuosi tra personaggi arcaici, appartenenti al mito, simboli allegorici e reliquie di recenti guerre.

Così inizia la storia:

“L’uomo allungò la mano alla sua destra, lentamente, quasi con cautela per prendere sul duro sedile di plastica arancione un foglio con un bordo leggermente strappato. Lo tenne con due dita, con una certa circospezione, ma la curiosità e la mancanza di un giornale, un libro lo avevano spinto al gesto.

Pareva un foglio di rivista, poi si accorse che forse era una pagina impressa di recente da una stampante: era stata ricavata da un sito storico, heritage /images, qualcosa di questo genere, sul retro era bianca, sul fronte campeggiava un immagine curiosa in bianco e nero, una testa mostruosa che, dopo alcuni secondi di osservazione, fu colpita da due gocce che piovvero dal colletto della sua giacca blu di goretex.

Allora l’uomo riposta la carta dove l’aveva trovata, si alzò dal sedile, si riguardò intorno piuttosto rattristato, sospirò e cercò di scuotersi di dosso, ancora una volta, l’acqua che troppo abbondante aveva accumulato. L’unica presente nella piccola sala d’aspetto, una donna con fazzolettone in capo, ombrello e voluminosa sporta in grembo gli parlò dalla distanza di circa tre metri: “Che razza di primavera, che roba, non se ne può più di acqua…”. L’uomo girò la testa verso di lei, la guardò, la fissò di sotto in su severamente, disse un: “Già!” sonoro e tornò a sedersi, rivoltandole le spalle.

Riprese il foglio tra le mani, arricciò il naso, aggrottò la fronte, scrutò la figura, quella brutta faccia dagli occhi cavi che pareva di bronzo, forse di argilla, di chissà cosa. Si dedicò a leggere il testo inglese che stava a fianco: risultava essere un reperto archeologico del British Museum, una maschera in terracotta scavata a Sippar, Mesopotamia, southern Iraq, presumibilmente eseguita tra il 1600 e il 1800 a.C. Gli era parso a tutta prima un mascherone azteco o maya; cose che non amava, quasi detestava, che gli incutevano fastidio, gli provocavano disagio mentale, forse paura. Invece risultava proveniente da area sumera/babilonese: questo gli rendeva il reperto più domestico, per quanto avesse del terribile…

Annunci