C’era una volta un bambino  che si chiamava Pasquale perché era nato il giorno di Pasqua, cioè suo padre disse: va bene così, pure sua madre. Però non lo festeggiavano affatto al giorno del suo onomastico perché il troppo stroppia, come dice l’antica scemenza. Anche sua sorella Natalina e il cugino Natale non li festeggiavano per  lo stesso motivo.

Perciò in paese nacque il sospetto che in quella famiglia fossero avari, ma erano anche piuttosto poveri.

Quando andò alle scuole Pasquale seppe da un compagno istruito assai che esisteva pure un isola, in luogo lontanissimo, che si chiamava: di Pasqua.

Da quel momento Pasquale fu preso da un amor simatico sviscerato per quell’isola sperduta, per cui andò, tutto timido, nel palazzotto della vecchia maestra Armida Rospigliosi De Sonnaz a cui sua madre faceva da serva e le chiese, scusandosi mille volte, se avesse mai per caso ne la sua riverita biblioteca fornitissima n’Atlante ‘n dove ci fosse l’isola di Pasqua che portava il nome come c’aveva lui anche.

Al che la nobildonna arcigna gli fece notare alcuni strafalcioni di grammatica che aveva fatto nell’esprimersi, quindi, dopo avergli mollato un affettuoso scappellotto lo condusse in un sala grande tutta legnosa e profumata di straordinario anticume, stipata di mille e stramille libri, volumi, tomi, testi, opuscoli, messali, codici, libelli, e cartelle di ogni genere, peso e forma.

Esso Pasqualino fu preso da grande magia ‘n mezzo a quei maestosi scaffali istoriati dagli spigoli scolpiti; la luce fioca filtrante appena dai tendaggi giallini sfiorava i dorsi dei libri, illuminava il polverio finissimo che si sollevava ad ogni suo passo e lo faceva sentire in luogo assai più sacro che in parrocchia.

Estatico, non respirava quasi più.

La maestra batté due colpetti del suo bastoncino sulle assi del palchetto per risvegliarlo, poi col medesimo oggetto gli additò due colonne di scansie, ove erano stipati i libri di geografia, nonché atlanti, mappe, cabrei, rotoli di portolani pergamenacei. Gli permise di cercare quanto voleva ma lo ammonì ché si guardasse dal rovinare alcunché, e di rimettere poi tutto al suo posto secondo l’ordine prestabilito dal defunto conte Attilio Rospigliosi, suo padre.

Lasciato solo Pasqualino salì su di una scaletta e cominciò a scartabellare, sfogliare, impolverandosi come un tarlo, e sudava pe’l peso dei tomi, la polvere lo faceva piangere, saliva e scendeva dallo scalotto per posare i libri su di un tavolo. Dopo un‘ora pareva ora un bel bamboccio di segatura.

Ma trovò infine un magnifico Atlante antico con diario di viaggio di un navigatore inglese dove ci stavano ben effigiate varie isole sperse nell’enorme oceano Pacifico.

Stregato dalla minuzia delle mappe e dalle immagini dei selvaggi isolani, nonché dalla stranezza delle loro statue, fu preso da una improvvisa frenesia che l’indusse a strappare due pagine dal volumone e se le cacciò nei calzoni. Quindi cercò di rimette tutti i libri al medesimo posto, con gran sforzo.

Dopo circa un’ora riandò dalla mamma che trafficava nella vetusta cucina della contessa e le disse che aveva visto tante isole belle, ed aveva messo tutto in ordine, proprio tutto. La nobildonna l’udì dalla sua poltrona in salotto e lo convocò, lo squadrò ben bene e lo redarguì perché non era andato subito a congedarsi da lei; gli disse di rinettarsi di dovere ché lei non voleva vedere scolari in disordine. Però gli disse anche che aveva degli occhi intelligenti, il che fu buona cosa per Pasqualino.

Poiché era vicino il suo onomastico pasquale, il piccolo, arrivato a casa, si recò subito nel pollaio ove sottrasse alcune uova che si portò in una vecchia stanzaccia, ove si depositavano zappe, pale, badili, tridenti, vanghe, picconi.

Su di una cassa depose le uova, poi corse a prender la sua cartella, strappò alcune pagine a quadretti da un quaderno e vi fece sopra con le matite colorate alcune piccole belle copie della mappa autentica dell’isola di Pasqua, poi le ritagliò lungo i bordi, e preparata una pappetta con farina le appiccicò sulle uova. Non ancora contento le istoriò di piccolissimi indigeni pagani ed idolatri armati di lance.

Pasqualino nascose le più belle quattro uova per far festa il giorno di Pasqua con tutta la famiglia.

E tra scampanate a festa e rondini svolazzanti arrivò la Pasqua, e il tavolo ben preparato e i vestiti della festa.

Pasquale arrivò a tavola con un piatto coperto da un pezzo di giornale e disse:

Qui c’è ‘n vero regalo pasquale per tutta la famiglia. Ecco!

Il padre e la madre strabuzzarono gli occhi quando il singolare dono celato si scoprì.

Il padre, fissò le uova e alzò le braccia di brutto, al cielo:

Ma guarda cos’hai fatto, orcamiseria, ma guarda che schifezza di sporcare e sprecare, impiastricciare uova così, ma sei diventato matto! Adesso non si possono nemmeno mangiare più, brutto ‘gnorante cretino!

La madre si cacciò le mani in testa ed esclamò:

Ecco dove erano finite quelle sei uova che mi mancavano! Brutto mostro ladro, e io che mi pensavo già ai ladri! E io che ti ho portato anche dalla signora contessa! Sei un ladruncolo, altro che “occhi intelligenti” della contessa! Te ti ho visto che già ti insuperbivi tutto tra i libri e i complimenti! Ma guarda che Pasqua mi deve far passare a ‘sta povera madre che suda come ‘na schiava….

Pasquale fuggì da tavola spaventato e tristissimo con le sue uova.

E non mangiò fino all’indomani perché c’aveva lo stomaco a tre nodi.

Lasciò poi le quattro uova sperse in un campo che se le mangiassero gli uccelli dell’aria. Le altre due se le succhiò per ristorarsi.

E  fu quasi contento di ritornare a scuola ‘ndove andava benissimo in geografia, storia e sapeva tutto di popoli antichi e selvaggi, anche.

Quando finì le elementari tra lo stupore di tutti fu promosso benissimo, per cui la signora maestra contessa lo convocò e gli disse:

Come io pronosticai ed auspicai, dimostrasti coi fatti di essere intelligente, e meritevole di buoni voti. Ora, dimmi, cosa vorrai fare da grande?

Pasqualino tutto pettoruto rispose:

Signora maestra contessa, io da grande voglio fare il cartografo, e disegnare mille carte,  e poi col ricavato andare nell’isola di Pasqua dove c’è ‘na scrittura antichissima, fatta tutta di figurine strane così e così, che nessuno l’ha decifrata mai!  È sicuro che io la decifrerò, poi andrò sulla testa di uno di quei giganti mohai e di là guarderò tutto il mondo e l’oceano e le isole lontane e il cielo grandissimo sopra il Pacifico….

 

( in alto: oggetto rituale con iscrizione in lingua pasquana “rongorongo”)

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