C’era ‘na volta uno che si era smarrito nella vita e non sapeva più dove andare, anzi si infilava sempre nei vicoli, pertugi, chiassetti, tratturi sbagliati con conseguenze tavolta disastrose.
Non sapeva più ‘n dove sbattere il capo, per cui si disse che ‘sta storia dell’isola che non c’è e Peter Pan e Bennato e compagnia briscola, orcamiseria, tanto osteggiata dai realisti a tutti i costi, magari si poteva anche creare o inventare o costruire o disegnare e farla vera.
E poi: se è ‘na vita che la gente dice che st’isola, chiamala Atlantide oppure Ibislandia o Isola di San Brandano, c’è in mezzo ai mari allora tanto valeva trovare un sponsor per costruirla che ci desse i soldi per edificarla.
Tipo ‘na piattaforma galleggiante piena di ogni sorta di fantasie, musiche, divertimenti, tiri a segno, giostre, botti di vino, ravioli fumanti che rotolavano giù da montagne di parmiggiano per finire ‘n dentro un ragouth bestiale, letti enormi ‘n dove si andava armeggiando con femmine vogliose assaissimo.
E via dicendo.
Così se ne andò in quel di Viareggio da ‘n armatore di piroscafi e chiattoni che sentito il tutto ci disse: Fanculo! Te sei matto, ci sono già le super navi da crociera dove ci stan pure otto ristoranti, puttane e casino, e casinò.
Allora lui fu cacciato e si depresse molto.
Allora ‘sto cristo si mise a dormire su la spiaggia che non c’aveva più i soldi per il treno, e pianse tanto che anche tutta la sabbia si unimidì che pareva la palude, anche Stigia, per dire.
Però tanto si sfogò e si sfinì che si addormentò in mezzo al fango bagnaticcio.
La mattina ch’era mezzo stremato e reumatizzato, e non sapeva se si sognava o era morto, gli sembrò di essere in mezzo a ‘na torma di femmine mezze ignude che schiamazzavano, e portavano timbrate su le carni de le strane parole inglesi. Capì ch’era finito ‘n mezzo ‘a ‘na manifestazione religiosa, o forse no, o per quanto capì lo stuolo di fanciulle dimostrava rumorosamente contro l’uso delle pellicce animali e contro gli omini che si magnano  le bestie.
Ecco.
Alzò la testa e una di quelle l’abbassò e ci disse: Che c’hai?
Lui rispose ch’era ‘na fallito totale e che l’isola sua non glie la volevan lasciar fare a nessun costo.
Allora essa fu misericordiosa assai e si accordarono così bene che la fanciulla che si chiamava, guarda caso, Isolina, lo portò da ‘n suo amico strano tatuatore.
E lì ci fu uno scambio tanto amoroso, cioè lui descriveva e disegnava su ‘n pezzo di carta com’era st’isola sua benedetta e il tatuatore solerte, che si chiamava San Brandano, seguiva le istruzioni ed i segni, e ci fece un bellissimo tatuaggio congruente e perfetto sul retro polposo, bello di Isolina, che divenne ‘n isola vivente.
Per cui, lui, nel seguito, si annullò in quest’isola carnale ove si trovava benissimo.
E vissero felici e contenti per un bel po’.

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