Non è stata sola la questione di Gualtiero, come hanno detto in tanti, in troppi per semplificare le cose.
È una visione dell’anima che la gente non sente, non ha, e non vede nel profondo quindi, non è in grado di spalancare i propri occhi di dentro sugli stracci che ci portiamo chiusi nel petto.
Io ho visto fino in fondo, ma prima ero cieca, come tutti, quasi tutti.
All’inizio ero una bambina, anzi come una bambola ritagliata nella carta, ero una misera vagabonda che Gualtiero si è comprata per dodici pezzi d’oro da un vecchio che si diceva mio padre.
E io ero felice di andare via, di volare in quella casetta col giardino dove giravano farfalle e c’erano statuette di angeli strani in mezzo alle azalee. Dovevo però fare tanti servizi, tenere pulita la casa, spazzare e cucinare e prendermi addosso il peso di Gualtiero che era grande e grosso, e puzzava di capra di rum di sapori strani di fiori marci di erba secca di fieno di fermento di fichi appassiti di stalla di vacca di cani.
Ma non era tanto questo, non mi faceva soffrire.
Meglio sempre che stare dal vecchio che faceva la bocca dell’orco del lupo mannaro e digrignava i denti e grugniva: Aurrrgghhhhhhhh!
Gualtiero mi diceva a volte: o mio fiorellino appassitello scalda questo cuoricino distrutto dalle disgrazie dalle mamme dalle nonne dalle zie che tanto mi vollero male. Poi mi toccava salire su quella sua pancia aguzza e farlo cantare cantare cantare anche fischiare nelle orecchie:
Vittoriana Vittorina
rosellina appassitella
donami la tua tettina bella

Poi arrivò il segretario Nelson coi suoi abiti stirati bianchi giallini e l’orologio al taschino e le scarpe a modino col lucido fino, dopo due settimane era già lì che si baciavano si strofinavano si mordicchiavano si lustravano i pancini, lui e Gualtiero. E poi vennero le amiche magre di Nelson e la bella famiglia dei segretari, segretarietti e lucidalabbra e rum di Antigua e vino di Oporto e fumo di Casablanca.
Fumo sempre fumo dappertutto.
E portavo il tè lapsang souchon il vino la pasta le tazze i piatti sporchi puliti lavati lustrati asciugati i sigari le pasterelle i fiori, io fiorellino rosellina ormai marcia, io mezza morta di sonno tra cucina e conegrina.
Poi Gualtiero mi volle appiccicare a Nelson e ai suoi amichetti amichette, strofinandosi, e mi ficcavano in mezzo, tiravano giù il mio vestito mi frugavano in mezzo alle gambe, ridevano tanto, ubriachi marci che erano. Marciume sentivo marciume, quell’odore di fiori putrefatti mi avvolgeva, mi sortiva anche di dentro, dal petto, dal cuore.
E piangevo tanto che mi inzuppavo la camicetta.
Una volta, salita di sopra, davanti allo specchio, mi stracciai questa camicia rosa di cotonina per vedere per sentire lo sfacelo che mi scoppiava di dentro.

Ed ho visto, visto e toccato con spavento.
E tra i miei seni stava e si muoveva una cosa nuova, un’altra camicetta: velo biancastro macchiato di bruni sudori, di ruggini, aloni sanguinolenti, come una benda stracciata che avesse avvolto un ferito. Ficcai le unghie, mi graffiai profondamente ma non riuscivo a strapparmi di dosso l’orrore, le lacrime e  il nuovo sangue colavano ancora e andavano andavano inzuppavano marcivano il petto e il suo velo e non lo lavavano.
Ed ogni volta andavo di sopra e guardavo e mi disperavo e vedevo il velo ondulante sporcarsi ancora di più fino a squarciarsi a mostrare un buco nerastro come una caverna purulenta di dentro che mi perforava e bruciava, si ampliava e fumava un poco come una fumarola che avevo visto da piccola a Pozzuoli.
Andavo a dannarmi a perdermi, finché il buco di dentro allargandosi mi avrebbe tutta rosicata smangiata divorata ed io sarei bruciata lentamente in un falò di sporchi stracci: quella era ed è la povera anima mia

Nella camera di Gualtiero sono andata di corsa a prendere quella grossa pistola che teneva nel cassetto del suo comodino, poi tenendola con due mani, come mi aveva proprio lui insegnato, sono scesa urlando ed ho sparato fin che ho saputo, potuto e ho tirato per primo a Nelson poi a un altro segretario che c’aveva vicino, poi all’amica Cecìna e poi a Gualtiero che scappava in cucina ed è caduto giù, si è disfatto come una sacco pieno di sassi, lui colla sua bella camicia azzurrina tutta macchiata di chiazze, non più ariosa e sventolante ma bucata appiccicosa incollata fradicia di sangue.

Ora apro la camicia e vedo ancora la mia anima: non è più sozza di quegli schifosi aloni, ma un foro solo, eroso sui bordi, la buca e mi duole, mi fa tanto male.

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