Amedeo mi aveva allevato, mi ha cresciuto nel sacro disprezzo della legge ed in una visione del mondo, cioè degli umani, piuttosto dicotomica. L’essenza è questa: noi ladri & truffatori ci appropriamo dei beni altrui perché gli altri sono fessi e si fanno fregare, quindi il difetto naturale sta solo dalla loro parte, noi siamo abili e fantasiosi e gli altri dei coglioni.  Non faccio per dire, ma Amedeo era un povero mezzo zingaro che aveva sicuramente ereditato questa netta idea scissoria da suo padre, o chi per lui.
Io sono stato ammaestrato prevalentemente nell’arte di convincere con una melliflua suasione i civili predisposti dal fato ad essere turlupinati. Non per niente Amedeo, quando è morta mia madre, mi ha collocato in un collegio di preti, una specie di preseminario, affinché, in luogo più che mai acconcio, apprendessi tecniche ed abilità manipolatorie, ed in più studiassi parabole, testi sacri e tanto latino ch’è, da secoli, lingua più che mai adatta a confondere le poche idee dei miserabili ed a convincerli a commettere molte cazzate.
Il povero Amedeo si vestiva talvolta da prete, e ciò gli piaceva molto, per fare qualche lavoretto, per ben orientare qualche abbiente vedova, per invogliarla ad opere di misericordia, ma era un po’ rozzo sia nei tratti che nelle espressioni per cui questa parte non gli riusciva molto bene e fu arrestato più di una volta con indosso l’abito talare, come allora si usava. Nonostante coteste sue sconfitte, io me lo vedevo molto bene come prete, con queste sue mani giunte al petto, con quel suo breviario, col cappello di quel fine feltro vellutato: mi piaceva tanto di più vestito così.
E fu il mio modello da condurre a perfezione.
Però a sedici anni mi scapestrai da quel malinconico collegio perché non ne potevo più di preghiere, di levate antelucane, di vigilie, di un luogo umidissimo abitato anche da alcune larve pederastiche che mi insidiavano.
E poi mi attiravano tanto le ragazze, ed io loro piacevo, parecchio.
Amedeo non mi rivide molto volentieri, per un po’ mi fece il muso; io penso che in fondo in fondo desiderasse  davvero che mi facessi prete e che non gli girassi più tra i piedi. Allora decise subito di mettermi sotto.
Lui si vestiva da frate, ed io gli stavo dietro, pure io infratacchiato, dicendo buone parole, ammanendo santini, e chiamandolo Padre Severino.
Giravamo per campagne con un’Ape facendo la cerca, ma i guadagni erano davvero magri: molti fedeli erano ormai scafati, certi parroci accorti avvisavano la loro clientela, e poi c’era il fatto del bere: ormai Amedeo era quasi alcoolizzato e sovente sparava stupidaggini e ciò mi creava gran rabbia, ed anche un dispiacere immenso.
Dopo un nostro arresto ed un’altra condanna, dedicata solo a lui, decisi di mettermi in proprio.
Avevo oramai venti anni, ma per convincere dovevo invecchiarmi adeguatamente col trucco, per cui mi ero lasciato crescere una barbetta che brizzolavo un poco. Perfezionai al massimo l’arte di Amedeo specializzandomi in vedove anziane, clienti davvero trattabili.
Mi ero munito di perfetti documenti vaticani, certificati, dossiers ben rilegati in rosso ed oro, che persuadevano le gentili signore ad investire i loro denari in partecipazioni ad opere benefiche della IOR, alberghi e case di ospitalità per pellegrini.
Andava  bene, ero fiero di me.
Praticai in diverse città italiane, vivevo talvolta anche in buoni alberghi, vestendo il talare e non; potei permettermi anche una decente auto blu, ma per questa benedetta macchina mi fregai da solo. Una volta a Milano, per andare più alla grande, ci ficcai una targa falsa della Città del Vaticano, mentre mi spacciavo per tale Monsignor Eusebio Caddù, in omaggio all’insolito cognome del povero Amedeo. Per esagerare mi ero pure munito di cotta nera col bordino rosso, e così, per colpa di un concièrge troppo curioso, anzi sospettoso, mi beccarono e finii dentro un’altra volta.
Io penso proprio che fui così punito, non per aver infranto il codice penale, ma per la mia vanità e la mia superbia.
E così compresi che forse le leggi del Signore e le parole raccolte nelle sacre scritture non erano affatto da sottovalutare, ma parabole evangeliche, salmi, detti profetici andavano ben tenuti a mente non solo come strumenti dell’arte.
Tuttavia dopo uno schifoso anno di gabbio, mi ritrovai per strada, frastornato e perplesso. Ero talmente sbalestrato che finii per chiedere ospitalità in un convento benedettino, su per certe montagne, ove dei frati severi restauravano libri ed io spaccavo legna, alimentavo stufe, andavo a fare la spesa, aggiustavo le grondaie ma non riuscivo a concentrarmi nella preghiera, purtroppo.
Me ne andai con la bella stagione, arraffando per me, scopo rimborso fatiche spese, un bel codice miniato che rivendetti a Zurigo, ad un ottimo prezzo.
Mi riprocurai dunque vestimenta e suppellettili adeguate riprendendo la mia carriera ecclesiastica, cercando di esercitare la virtù della modestia, e di non essere vanaglorioso con i clienti.
Ripresi dunque le trasferte in provincia, specie in Italia centrale, ove i fruitori del mio servizio parevano più bonari, anzi sempliciotti.
Ma non so per quale mio sbaglio dopo altri due anni di onorato servizio fui fregato lo stesso da un’avveduta, ed assai colta vedova, che m’incastrò sulla parabola del figliol prodigo, e sul sito di un certo seminario, e mentre mi preparava il caffè telefonò all’Arma benemerita.
Uscii depresso dal carcere, dopo un altro anno di reclusione: ero quasi disperato.
Non potevo cercare conforto nel Signore, perché, pur non figurandomelo propriamente, in qualche modo lo sentivo e temevo: temevo la sua vendetta, infatti sta scritto che: Io sono un Dio geloso, vendicativo.
Però, per naturale inclinazione ed educazione, non potevo fare a meno di appiccicarmi addosso clergyman e croce: era la mia vita o destino, è la mia parte, la dovevo recitare fino alla consumazione. Da una cara amica, molto  misericordiosa, ebbi un prestito.
Ripresi il mio vagare per i paesi su di un auto all’ultimo stadio di vita, ed ero triste, e bevevo parecchio di più, come Amedeo. Combinai i soliti traffichini da poco, ma non ero presente, entusiasta, convinto come un tempo; mi distraevo, rinunciavo troppo presto ai guadagni, lasciavo sovente i clienti insoddisfatti, o sospettosi.
Una volta me ne stavo scendendo verso sera, a piedi, dalle scale di un paese delle montagne dell’Alessandrino, erto e abbastanza povero, quando un prete vero e proprio, un tipo alto, nerboruto, si presentò presso il mio catorcio. Questi mi mise tutte e due le sue pesanti mani sulle spalle, mi guardò fisso e mi disse, mi sillabò:
Ma non ti vergogni, Vincenzi!
Ci rimasi di sasso, di merda, di stucco e risposi piano, impaurito, che non ero affatto Vincenzi, ma Padre Eusebio Caddù degli oblati di Maria Vergine, e che mi trovavo in quel luogo per una colletta onde restaurare un orfanotrofio in luoghi di missione.
Macchediavolo di orfanotrofio del cazzo! Adesso vieni con me, in canonica Vincenzi, ché parliamo, io e te! Ma proprio tu che eri così bravo?! Ti ho riconosciuto e già avevo sentito parlare di te… Adesso vieni e stai zitto!
Era un mio compagno di quella specie di preseminario, era stato un giovane non tanto dotato per le lettere, e, diciamo così, un po’ rude: tale Carlo Prestigiacomo. E tremavo nel risalire su per le scale verso la antica chiesa parrocchiale mentre lui mi teneva abbrancato per un braccio.
Mi impose di sedermi su una vecchia sedia impagliata e si pose di fronte a me con la faccia a trenta centimetri dalla mia. Mi squadrava.
Fu un incontro senza scontri.
Lui mi parlava, mi offriva un caffè, un bicchier di vino, era un fiume di parole. Si muoveva disinvolto per quella vetusta, piccola casa canonica, mi cucinava pure un’ottima cena composta da saporita pasta con verdure saltate e poi salame e formaggi, e parlava, diceva, rievocava la nostra antica amicizia, (se mai vi fu); mi dava pacche, rideva, pareva contento di rivedermi e non minacciava di denunciarmi.
Quando gli sembrai tranquillo, rilassato di nuovo mosse le sue manone verso le mie spalle e mi disse:
Ed ora vengo ai fatti. Non ti piacerebbe, non ti andrebbe di darmi una mano qui? Io sono solo, figurati se ho un viceparroco! Siamo pochissimi ormai, come sai bene, ed io, invece, so bene che tu sei, sotto sotto, un brav’uomo e pure dotato di una mente perspicace. Io ho bisogno di un aiutante, diciamo così di un diacono, uno che mi aiuti nell’assistenza di tanti poveri diavoli anziani che vivono in questo paese mezzo abbandonato con una pensione da fame. Io sto zitto: non mai visto Eusebio Caddù, però tu facendo appello al tuo buon cuore potresti aiutarmi. E portare i conforti della fede, e dire due buone parole a ‘sta povera gente che ha bisogno di un filo di speranza, e magari occuparti del catechismo, anche!
Queste parole: aiuto e aiuto, mi sconvolgevano.
Non sapevo come rispondere, tenevo la testa tra le mani, poi confessai:
Ma, Carlo…Carlo, io non so se credo in Dio, come posso recitare questa nuova parte…?
Don Prestigiacomo si eresse sul busto, trasse un gran sospiro e mi confidò:
Vincenzi, anzi caro Giovanni Vincenzi, non so nemmeno io se credo in Dio, e ciò rimanga inter nos, perché è molto grave. Però Cristo mi piace, in Cristo uomo ci credo, cerco di fare il buon cristiano e di applicare un po’ di pietà, misericordia per tutti ‘sti poveri cristi che girano qui intorno. Non è facile, delle volte mi sembra di non farcela, di impazzire. Ero solo come un cane, ora sono riuscito a mobilitare qualche pensionato volenteroso che mi da una mano. Però avrei proprio bisogno di un diacono e non me lo danno: un diacono come te che sa a menadito le scritture, che sa intrattenere, che sa consolare.
Io consolare? – risposi stupefatto – Io so soltanto menare il can per l’aia, io ho usato le scritture per imbonire, guarda: per coglionare, cioè… sedurre! Sono un truffatore qualificato e recidivo. Sono io che ho bisogno di consolazione!
Il prete si eresse sul busto, scosse la testa, fece una strana smorfia torcendo le labbra e silenzioso mi fissò. Osservando la sua mimica, in quel momento ebbi il balenante pensiero che noi due, insieme, avremmo potuto formare una prospera società per azioni, diciamo così, persuasive.
Ma Don Prestigiacomo impedì alla mia immaginazione di correre troppo:
Te, Giovanni, ti dico…potresti consolarti consolando gli altri. Sembra una contraddizione, invece la cosa potrebbe correre… E non è forse vero che gli psicanalisti curano sé stessi curando gli altri? Guarda, Giovanni, che un filosofo, un certo Cioran, ha detto: La religione è un’arte di consolare. Quando il prete dice, agli afflitti, che Dio si interessa del loro sconforto, offre una consolazione che, in fatto di efficacia, non potrà mai trovare equivalenti in dottrine secolari… Questa massima me la sono martellata, inchiodata in testa. Cerca di capirmi…Il mondo è pieno di sofferenze, inzuppato di dolori, il mondo, io non lo posso e non lo so cambiare: io ci metto una pezza, ci metto dei cerotti. Tu, Giovanni, c’hai una buona stoffa…eri uno dei più bravi in collegio… Mettici una pezza, dammi una mano…

Ero quasi commosso. Ed anche stupefatto.
Nello stesso tempo temevo di cadere in una trappola tesa da questo “bravuomo”, questo prete senza dio. Un subbuglio interiore si agitava per tutti i miei organi interni: spaventi, rabbie, asti, invidie affioravano insieme e mi tormentavano, e forse lo si vedeva dalla mia faccia perché Carlo mi diede una manata sulla spalla poi mi allungò un bicchierino di grappa, e poi furono due e tre e non so quanti. Alfine fui accompagnato dal reverendo parroco a dormire in quella che un tempo era la cameretta del viceparroco, e che storicamente fu quella del beato Paolo Ferrero da Cinaglio.
Non dormii affatto bene.
Riposavo molto meglio quando stavo coi monaci benedettini e lavoravo come muratore, facchino e via dicendo. Avevo meno pensieri che mi tormentavano, cioè quelli che chiamano problemi di coscienza.
Ammesso che io avessi una coscienza, ci stavo facendo i conti, in mezzo a quelle alte colline; siccome mediamente mi sentivo abbastanza intelligente ora mi trovavo a dover impiegar questa mia dote in un modo diverso, dovevo dirottare le mie energie verso attività che non ritenevo congeniali, anzi contraddittorie, cioè opposte alla mia vera natura.
E proprio qui, con le parole “vera natura”, indole, carattere, ed il loro senso profondo mi dovevo incontrare o scontrare. Dovevo fare i conti con i miei geni, la mia educazione, formazione, mia madre sparita, Amedeo, il collegio, i preti, i vangeli, gli dei, i santi, i martiri, le sacrestie, le manacce e i cazzi virulenti degli assistenti, le donne, le amiche, i soldi, la mia identità.

Il parroco don Carlo Prestigiacomo mi presentò la domenica seguente, durante la messa grande, come un antico amico, il diacono Giovanni Caddù, proveniente da terre di missione, inviatogli dalla Provvidenza per aiutarlo in momenti tanto difficili per la Chiesa e per la stessa comunità, sicuro che la mia opera sarebbe stata più che mai utile per la parrocchia e per i fedeli. Quindi fui invitato a tenere una sorta di orazione, o autopresentazione, davanti alla balaustra dell’altar maggiore. Portavo i miei soliti abiti neri da prete, ma netti, stirati, corretti, poi, da una bella stola ricamata che mi stava benissimo.
Tenni un’orazione o predica che mi uscì fluentissima con citazioni evangeliche, esempi di carità cristiana e non, anche di solidarietà laica, di fratellanza, pure di amore (parola che preferivo mai pronunciare).
Fui molto applaudito, e ne fui parecchio compiaciuto perché nella mia carriera di falso ecclesiastico mai avevo tenuto omelie dall’altare o da un pulpito. Ora un po’ mi sentivo consolato, anzi quasi realizzato, ed avvertii la pienezza della consolazione che prova un ostaggio che non è stato ammazzato.
Carlo mi fissava sorridente, anzi raggiante, vestito della sua pianeta festiva presso l’altar maggiore; io guardavo i fedeli tra cui alcuni già mi facevano un saluto con la mano mentre uscivano da quella gelida e vetusta chiesa romanica.

Mentre me ne stavo ancora beatamente istupidito dalla mia vanità ebbi due nette percezioni: una interiore ed un’altra visiva.
La prima era un pensiero, parole che correvano scolpite sullo schermo della mia mente:
fino a quando durerà…fino a quando resisterò.. fino a quando?
Il secondo filmato al rallentatore era composto da una sequenza che inquadrava il tenente dei CC Eraldo De Angelis accompagnato da un appuntato mentre cautamente si avvicinavano all’altar maggiore.

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