Teresa Teresa Teresa la cantava la cantava

come che son ‘mbriàca ‘ncòe,

come ‘na vaca Teresa

Teresa la sta lì, quando è ubriaca la sera, sul balcone e parla di sé come ‘n’altra persona.

E’ svergognata, la porca Teresa. Vuol far sapere a tutti ch’è ‘n’altra persona, adès che ha i soldi per dargliela dentro.

Tanto finiranno presto i soldi, i denari, la moneta! Te lo dico io!

E fosse solo svergognata, la Teresa, che ‘sta putana, a quasi sessant’anni, si porta a casa dei manigoldi di trent’anni, magari anche negri, marocchini, tutti ‘stracomunitari, e poi fumano di quella roba drogata e ci danno dentro a far porcherie che fanno schifo, poi.

E chissà che magari uno di questi maiali ci ficca una coltellata per fregarle la grana e se lo meriterebbe, e farebbe soltanto bene: perché chi di spada ferisce di spada perisce, come dice anche il Vangelo. E anche se lei non l’ha fatto con la spada, col coltello, quella volta c’ha messo del suo, delle sue furbizie dei suoi paesi di montagna dove ha imparato delle diavolerie fin da piccola, ne sono sicura.

E pensare che sua mamma, la Clementina era ‘na brava donna anche se rustica, montanara. Ci volevamo un bene! Ci confidavamo sempre, e lei mi contava, delle magagne dei figli qua e là, e piangeva, delle volte. E mi parlava tanto di questa sua Teresa, la sua prediletta, ‘na donna che dirla come donna fa schifo, e che c’aveva tante qualità, una volta.

E l’era bella davvero, questa qui, la Teresa, un figurino, ‘n bel corpo. ‘N paio di occhi che ti bruciavano. Ancora adesso farebbe la sua figura se si tenesse, se non fosse diventata come ‘na cicciona a forza di mangiare le porcherie nei sacchetti che piglia dagli arabi e da quegli sporcaccioni cinesi, e tutti ‘sti dolciumi, cioccolatini, tortine, merendine.

Adèss sì che ha i soldi per comprarsi le goloserie, le robette, la droga.

La povera Clementina le dava ‘na regola, già, prima.

La sgridava, per suo bene, le faceva delle raccomandazioni, ma giuste, ve’! Lei, per ripicca, per vendicarsi, è arrivata addirittura a darle delle sberle, a sua mamma: una vera vergogna marcia! E Clementina sempre più vecchia e stanca che lacrimava come ’na fontana.

E gli altri figli stavano lontani, non si interessavano ‘n bel niente: uno scandalo!

E lei con la sua pensione magra da artigiana sganciava la grana, che Teresa le rubava anche nel portafoglio, povera donna.

Ma la Teresa, secondo me, l’hanno rovinata le amicizie, sì, quei giovanotti perfidi e viziosi che ci giravano insieme e l’hanno traviata con un sacco di porcherie e poi l’hanno portata in India. E la Clementina, dai, a pagare anche il viaggio fino laggiù e mandarle anche i soldi per posta, che non tornava più, la porca.

E chissà che Teresa, ch’è tornata da quell’India tutta svampita, e con tante balle per la testa, non abbia imparato ‘sti segreti dei veleni da qualche stregone bastardo di quei paesi di ‘gnorantoni!?

Perché, sì, secondo me la Teresa l’ha avvelenata, sua mamma: c’ha messo il tossico nel caffè, ‘sta svergognata ‘sassina! Infatti, che l’abbia imparata in India l’arte de l’avvelenare la gente, non m’importa mica: un bel niente! Però io mi ricordo che quando con la buonanima di sua mamma parlavamo di questo e di quello, e dei suoi paesi su per le montagne di Cuneo, di quei posti selvatici, e ne aveva tanta nostalgia, mi diceva che ai vecchi che imbarazzavano in casa e non lavoravano più loro ci davano, con le moine, una tisana, o ci ficcavano nel bicchier di vino ‘n’erba velenosissima che si chiama ‘conito, non so più, che non ha il gusto cattivo, e poi ti fa morire come uno c’avesse preso un colpo, e nessuno se n’accorge, neanche il medico della questura.

Perché negli ultimi tempi la Teresa sembrava rabbonita e ci dava a sua mamma dei vizi, ci faceva delle smorfie, tutta ‘na smanceria marcia, e prendi il caffettino, mammina, te’ che ti do il liquorino e ‘na goccia di ferneth che ti fa digerire.

E lei, un brutto giorno, la Clementina, ti è caduta giù stecchita in cucina, bell’e morta, bianca come il marmo.

E chiama l’autoambulanza, e sirena, e dottori, e via, e lei era bell’e che stesa accoppata!

Io c’avevo avuto il sentore, sì, che non era ‘na roba giusta, anche se Clementina era più vecchia di me di sei anni, ma son stata zitta con tutti, manco ‘na parola a mia figlia, o a mio genero ch’è uno che la sa lunga, laureato, rispettoso e ha delle conoscenze altolocate.

Neanche un sospetto ho confidato, sono stata scrupolosa e prudente.

Anche per paura: ché se quella porca lo sa, mi fa fare la stessa fine.

Delle volte, verso sera, che è lì che si stira, mezza nuda sul balcone, viene da me e mi fa, tutta smorfiosa:

Ma, cara Tecla, non vuoi che ti porti un caffettino? L’ho appena fatto adesso con la moka da tre tazze!

Io le faccio di no con la testa, le dico che sto bene così, e mi ritiro dentro.

Te lo do io il caffettino a te, brutta schifosa assassina!

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