Dice che mia mamma faceva le poste.

 Io so cosa sono le poste, Renato no.

Io so un sacco di robe e Renato è scemo forte, per esempio.

Per esempio mi ha detto: tua mamma è una gran bagàssa, anche troia.

Io mica mi sono offeso.

Tanto so tante cose che gli altri non sanno.

E mia mamma fa schifo lo stesso, anche se adesso è tanto vecchia. Dice un casino di porcherie proprio adesso che c’ha l’anzianità, mentre prima era più riguardosa, anche religiosa, diceva anche delle preghiere, anche il rosario.

Però ha ‘na bella pensione che non so come fanno a darcela.

Io invece ho una pensione che fa pena.

Renato mi prende per il culo, sempre. Ma lui la pensione non ce l’ha ancora proprio ed è cretino totale al cento per cento.

Dice che mia mamma faceva le poste e lui non capisce un cazzo di poste. Quando faceva le poste mia mamma mi portava dietro, sovente. Andavamo per esempio da Zì Cavo o Zicavo, non so, che poi era uno con due stanze a piano terra e dietro un magazzino pieno di mobilia e baracche che le rivendeva. C’era scritto là davanti Cavarreda. Loro mi mettevano in cucina a guardare un gatto ruffiano e poi andavano nel retro a fare le poste.

Poi andavamo, magari, anche da Don Fremura o Premura, non so più, un prete vecchio, che stava quasi in campagna dietro ‘na chiesetta scassata. Lui mi dava un libro con tante figure di santi e anche due amaretti buoni, dopo loro si ficcavano nella sacrestia piccola. Poi io, delle volte, sentivo di là, don Fremura che gridava: Gesucristoaiutami! Che magari mia mamma si inginocchiava e lui la perdonava.

C’era delle volte anche il signor Vernetti da andare a trovare, sempre per le poste. Lì era meglio perché ‘sto tipo distinto, aveva un giardino suo, poi, sul davanti, una sala tutta elegante piena di robe da curiosare, vasetti, bomboniere, cartoline, quadri; lui mi ha regalato una volta un libro di storie con delle figure che facevano paura da matti, però.

Un’altra volta mi ha dato addirittura un bacio su ‘na guancia, ma era ruvido.

‘Na volta siamo andati addirittura dal papà di Renato, chiamato ‘l Derviscio, non so perché, ch’era un porco calzato e vestito come suo figlio. Quella volta lì mia mamma ha fatto la posta nel garage dietro le macchine che lui aggiustava, il Derviscio, ma è andata molto male, perché quel bastardo si è messo a bestemmiare e siamo scappati.

Ma tutte le settimane andavamo da quello importante della ditta Guastavigna, che era grande e grosso, sempre col gilè e un toscano in bocca. Lui aveva un bel padiglione moderno dove vendeva trattori, aratri, robe agricole. Loro, prendevano la macchina, e poi mi lasciavano lì in mezzo ai macchinari col suo socio Aldo, e col figlio suo, un cretino superbo dal nome strano come Gerlando, Giorlando, non so più. Gerlando ch’era più grande mi diceva delle porcherie, diceva che suo padre e mia madre andavano a ciulare nella villetta. Io non ne potevo più, perché dovevo stare un bel po’ di tempo, anche due ore, con quel tipo cattivo e maligno che una volta mi ha messo anche una merda di cane secca nella cartella.

Io come ci penso sto male.

Però io poi andavo anche a scuola al mattino con quella brutta maestra che puzzava di sudore come una capra e la chiamavano Dappoggio e mi faceva sempre disegnare delle scemenze e basta.

Renato dice che la maestra Dappoggio era una troia anche lei.

Renato sa troppe cose della mia vita, dice che ne sa più di me.

Io non ne posso più.

Io vorrei andare via da mia madre, ma lei c’ha la pensione.

Se le dico: Vado via di qua perché sono stufo di parolacce tue, lei mi grida: Fanculo, brutto mostro ché per causa tua dovevo fare le poste e nessuno mi voleva sposare più. E se vai via di qua, vai a fare il barbone in mezzo alla strada e neanche un cane ti fa ‘na minestra. E poi io ho bisogno di mio figlio che mi guardi ché sono vecchia e ti ho mantenuto fino adesso a fare una bella sega di niente!

A me mi viene un magone da morire e vorrei ammazzarla, lei, le poste, Renato, quel maiale di Gerlando, la maestra Dappoggio, tutti, anche mio padre che non ho mai visto e magari è già morto anche lui.

Questo racconto scritto l’altroieri, ed  illustrato da me medesimo ieri, è visibile anche qui:

http://barbaragarlaschelli.wordpress.com/2012/02/04/dice-che-mia-mamma-faceva-le-poste-di-mario-bianco-2/#comments

 

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