Visto che ne viene giù tanta, di neve, pongo qui un racconto mio e di Piera Ventre che scrivemmo nel 2008, e tratta di una neve speciale e del Monferrato:

 

 

La neve che non c’era

Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare. Pareva un pianto, quella neve, che si posava sui fichi e sui filari d’uva. E di settembre, tempo di vendemmia e di fantasmi.

Lodovina, sussurrò con una voce ch’era filo di bava di ragno, Lodovina, ‘nduma, vieni a vedere la fioca…

La moglie, ancora intabarrata sotto al trapuntino di chintz che aveva cucito a mano la buonanima di Luigina, sua suocera, osservò tra le fessure gonfie delle palpebre, le spalle un po’ cadenti del Francin, i capelli arruffati, ‘cmé ‘n mat, e pensò alla barbera che s’era trincato, la sera avanti, all’osteria. Finché il tempo lo permetteva, le notti ancora miti prima della stretta ostile dell’inverno, degli scaldini con le braci da sistemare sotto le lenzuola e il portone della cascina serrato, un sipario da calare sull’aia, il Francin si ritrovava in quel locale angusto e scuro, poco più d’uno stanzone coi tavolacci e una densa nebia di tabacco, a giocare a briscola, o a tresette, col Pinin e col Pietro. E lei era sicura che erano i bicerot d’ ros, giù e giù per la gola, a far vedere, adès, a quel salàm, ‘l bianc d’la fioca che cadeva sulle vigne.

Il Francin sembrava imbambolato davanti alla finestra spalancata, e il gallo aveva già smesso di cantare, così la donna si decise a levarsi, cercando coi piedi le pantufle ch’erano finite sotto il letto.

S’avvicinò al marito e sbirciò fuori.

T pias la fioca? – le chiese il Francin con un sorriso ebete stampato sulla faccia e con un largo gesto del braccio che comprendeva le colline, l’aia, il pollaio e le conigliere.

A t’ei ‘na testa mata, gli disse lei, mi vegh nen d’autut…

L’uomo fissò la moglie come se la guardasse per la prima volta. Le gote rosse, lo sguardo basso all’uscita della messa, i capelli neri come l’ala del corvo. E, di nuovo, riprese a guardare il ciel, quei fiocchi lenti che sembravano coriandoli gentili, mica gelati.

Com’era possibile che lei non la vedesse, quella fioca, così leggera, d’un biancore che quasi feriva lo sguardo innocente del mattino, con la sua bellezza atroce e inaspettata? Com’era che lei non sentisse ‘n s’la pel, pelle di pesca ch’era stata, morbida e setosa, l’inizio di quel freddo che pungeva mille aghi di ricordi? Quella fioca, era favo di ‘mel e fiel’, da scavare con l’indice per trovare il dolce e l’amaro di tutto ciò che era alle spalle, di tutto ciò che sarebbe, poi, venuto.

Un brivido gli passò lungo la schiena, pensando alle vigne, ai filari gonfi d’uva grignolino e freisa, ai cristalli di zucchero che diventavano, a poco a poco, ghiaccio. Il Francin immaginò che il vino di quell’anno sarebbe stato vino fermo, che quell’uva, miracolosamente, avrebbe serbato in sé la grazia delle cose inattese, i suoi passi di bambino sulle zolle smosse, le gote della Lodovina dei vent’anni, l’occhio velato dei conigli appena nati, i raggi dl’ sulèt sui noccioli, le colline pettinate dalle viti, la voce di sua madre che cantava.

E allora il Francin preseuna decisione. Si tirò su ben bene le brache, tirò la cintura stretta. Poi, prima di andare giù nell’aia, prese la Lodovina per la vita con le sue mani secche e dure: Tèh, j’è sucedji, ‘n miracol: ‘l fioca d’stember e ‘nlora mi t’ dagh ‘n basin, a l’è tanta ch’a tlu dava nen…T’lu meriti, a t’ei na brava dona… Mi vagh sù ‘n’tl’a vigna a veghi j’uvie ‘l miracol.

Dall’aia prese giù per il sentiero che aveva percorso fin da quando aveva imparato a camminare e intanto volteggiava un mano sopra la testa per creare un turbine sopra di sé, come a giocare con la fioca che continuava a scendere, fina e leggera. Arrivato più in basso, guardò intorno, presso i primi filari della vigna, detta d’la nona Jeta, e vide che la fioca non si fermava a terra, non aveva ancora fatto strato. Si meravigliò un po’. Là pòe nen fè mal!… Custa l’è n’don d’l ciel: l’istà lè stacia sucia…’n poch d’fioca la pòe nen fè mal…

Parlava da solo e girolava per la vigna toccando qua e là i lucenti, gentili acini del grignolino, li carezzava, erano il suo bene, come Lodovina. Raccolse poi su un acino un pizzico di quella fioca e se la portò alle labbra. Notò che non era gelida, come si aspettava. Si ripetè, la pòe nen fè mal, l’è manca slàia!

Si fermò ad un tratto nel secondo filare per allacciarsi una stringa ché, nella fretta, l’aveva legata male, la scarpa. Quando tirò su la testa, da ‘ncuciunà che era, vide due ciabatte vecchie davanti agli occhi e sopra un grembiule color brigna. Dentro, una figura magra magra, ‘nlupaja in uno scialletto nero, con le mani infilate nelle maniche, andò su con gli occhi, quasi spaventato, e vide il volto asciutto, austero della Jeta.

Granda Jeta, cu ca fevi qui, voi? Sevi nen al campusanto, voi? – gli venne di dire, ché lui, a sua nonna, le aveva sempre dato del voi.

Son ‘mnia a veghi la mè vigna! Custa l’era la me dote, ca j’òe portaji a to grand, e vanta c’la vena a custodila, a uardela, a conservela…ogni tant! – sillabò la nonna, in risposta.

Francin si tirò su piano piano, sempre tenendo la vista incantata dentro la filura sottile degli occhi della granda Jeta, da cui appena trasparivano le pupille chiare, poi fece una mossa di spalle quasi a scuotersi un peso, quindi timido sussurrò, smjia che i’ani a siu nen pasà per voi, granda, sevi semp la midema…

La vecchia figura scura assentì col capo tre volte, fece un giro di sguardi e di gesti di mano sui filari, poi sfumata replicò, d’cò la vigna l’è semp la midema: a tei tnila ben, Francin, t’sei stacc brav! A tei facc ‘l to dover! Però vanta che adès at veni après a mi…

E ‘n uanda c’anduma, granda?, le chiese, perplesso e imbarlondito, Francin.

Ábia nen a pau, o mè Francin, nduma mach da là, da l’atra banda! E lo prese decisa per il braccio, mentre lui barcollava come un bambino spaurito e procedettero accompagnandosi zoppicanti tra le zolle sconnesse del filare: Da l’atra banda…t’vegrai, l’tempesta nen, ‘l fa manca frech…

Quando la Lodovina si decise ad andare a cercare il Francin, ché chiamava chiamava da casa, dalla lobbia, e lui niente, manco una voce, si buttò giù per il sentiero con una certa ansia, quasi correva, l’andava sgagiaia c’mè ‘l vent.

Francin era seduto a terra sotto il noce, con la testa appoggiata al tronco, vicino al tròe, con la sigala smorta ‘ n boca, e gli occhi chiusi. Non c’era mica nessuna neve intorno, tutta terra asciutta, eppure suo marito c’aveva la fioca sui capelli, sulle spalle, sulle braje, sulle maniche della bloda, fin sulla sigala smorta.

Francin sembrava sorridesse.

 

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