C’era ‘na volta ‘n babbo Natale che però non si chiamava Natale ma babbo Stefano Protomartire e pure babbo Giovanni Vangelista che si festeggia normalmente il 27 dicembre per cui c’aveva ‘na sorta di psico spostamento di giorno natale che gli doleva fin dalla nascita. Ma siccome per campare, e per mestiere ereditario, faceva il babbo Natale lo stesso, s’era adattato alla missione.

Ma un giorno di Natale alcuni anni fa ci venne un urto interiore, o onta, che lo fece ribellare alle tradizionali direttive corporative cosicché si recò dal babbo Natale in capo che c’aveva mill’anni e ‘na barba che era lunga da lì alla costellazione di Andromeda, e ci disse così:

“Scusi se dico, capo, ma io ci vorrei portare i soliti cosi del cazzo, i doni, ai bambini i due giorni seguenti, cioè il 26 e il 27 dicembre scopo coerenza ed onestà intellettuale…”

Il capo lo squadrò di brutto assai, gli tirò ‘na terribile barbata in faccia e lo espunse dall’elenco dei babbi natali, facendolo precipitare a terra dalla nuvola ‘n dove stava da ‘n bel po’ di anni.

Si trovò, così, tutto ‘nfangato in mezzo a ‘na strada schifosa d’una periferia urbana europea, la sera di Natale, sempre co’ ‘sto costume rosso sbrindellato addosso; ‘na banda di fetenti vagabondi lo presero a sassate insultandolo pure come babbo Natale ‘mbriacone e stracomunitario per via che c’aveva la faccia tutta nera di palta. Babbo Stefano Protomartire Giovanni Vangelista s’accorse così che non era neppure babbo a nessuno e figlio di puttana, sì, forse, perché di madre ignota, ché lassù nessuno sapeva di madri salvo la Madonna che quella non si tocca, si sa.

Così nella notte gli venne ‘n pianto così terribile e esondante che tutta la strada ‘n dove si trovava divenne un torrente impetuoso che trascinava via la roba tutta, pure le macchine e i pali stradali, perché il pianto di un babbo Stefano e Giovanni fa molti danni (come diceva anche l’antico proverbio). Fatto sta ed è che sto poveretto s’imbarcò su ‘na carcassa che se ‘andava lì nei pressi per la corrente travolgente, e pe’l dolore dell’abbandono s’addormentò cullato dal moto delle velocissime onde scorrenti.

E si destò dopo un bel po’, tipo n’anno e mezzo, sulle spiagge di un continente lontanissimo presso ‘n oceano strano dove ‘na balena ci fece ‘n pernacchio poi ci disse: “Cazzo fai così vestito da buffone? Sei forse ‘n pescatore di cozze finlandese?”

Già il fatto che la balena non l’avesse preso pe ‘n babbo Natale lo riconsolò e lui rispose: “So ‘n povero desgraziato figlio a nessuno, non tengo risorsa alcuna e mi chiamo Stefano e Giovanni…”

La balena impietosita oltremodo ci disse: “Caro sbrindellone mio, sàleme ‘n coppa! Che ti porto qua vicino chez Madame la Befane che tiene ‘n’osteria per i marinai defunti e persi ne le bufere tempestose dei mari australi, accossì magari ti consoli!”

E salito ‘n groppa a la balena se ne vennero ambedue presso ‘n’altra riva ‘n dove ci stava un bungalow favoloso co’ bar dietro il cui bancone si scorgeva ‘na brunazza arzilla, co ‘n paio d’occhi sfavillanti parecchio, ‘na loquela spassosa, e co ‘n profilo curvilineo d’anfora greca che ‘n te faceva alluminare l’immaginazione e non solo.

E così la balena presentò ‘sto povero desperado a la Madame la Befane e poi se n’andò fischiettando. I due si piacquero assai e combinarono ‘n business che non rendeva niente, tanto i marinai defunti non tenevano portafoglio e poi sparivano, però c’era da divertirsi assai, anche per via del clima ch’era temperatissimo e delle vicinanze carnali co’ ‘sta stratosferica Befane. Anche il rhum spariva presto però babbo Stefano Giovanni sapeva fare ancora dei miracoletti tipo regali di Natale per cui la riserva dell’osteria come finiva si ricolmava.

Insomma, e però, Stefano Giovanni c’aveva ‘sto fatto dentro che si sentiva ancora la parola “babbo” ammulinare nella mente come una promessa scaduta e mai esaudita.

Così ci fece alla egregia Madame ‘na proposta scopo filiazione e propagazione della specie. La Befane che poi, come secondo nome, faceva Marianna acconsentì di ottimo grado per cui si dettero da fare parecchio nel tempo seguente ed essa ci mise alla luce di quello strano mondo tre figlioli che furono denominati Bertoldino, Nunziella & Speranziella.

A ‘sti bei fagottini ci fecero da madrine e padrini, capodogli, balene e foche, quindi la ben avviata ditta matepaterna acquisì il nome di “Premiata Osteria della Befana, del Protomartire & Sons” ‘n dove, ancor oggi, se vi va di navigare co ‘la mente potete andare a sorbire ‘na birra, un rhum, pure n’orzata ed anche latte d’orca freschissimo, omaggio del popolo marino.

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