….Altro punto. Vogliamo provare a risolvere il problema dei traduttori? Molti trentenni-quarantenni mandano avanti, bianciardianamente, l'editoria italiana con traduzioni di alta qualità, confezionate in pochissimi mesi. A fronte di tutto questo amore e dedizione per il libro e la letteratura, cosa c'è? Parcelle modestissime (Adriana Motti, compagna del critico Giacomo Debenedetti, nonché grande traduttrice del Giovane Holden, era solita dire che quello del traduttore "è un lavoro aberrante […] Nessuna soddisfazione, si guadagna pochissimo"), scarsa forza contrattuale (e qualche editore paga con ritardi astronomici, o addirittura non paga), bassissima sindacalizzazione – si tratta di contratti individuali e non collettivi. Così non viene riconosciuta una percentuale sul venduto, né sulle ristampe o sui tascabili. Questi sono impegni che altrove, ad es. in Germania o nei paesi scandinavi, sono stati avviati dalle nuove leve di traduttori. Del resto il coltello – meglio la penna – dalla parte del manico è senza dubbio nelle mani dei traduttori.
   Altro punto. Questione Mondadori, pubblicare sì, pubblicare no: questione secondo me un po' oziosa (si entra nell'ambito delle scelte personali, dell'indiscutibile valore della casa editrice ecc.).
   Che fare? Be' proviamo a ribaltare la prospettiva e renderla più operativa e meno astratta e referendaria. Visto che la questione tocca anche, in buona sostanza, le dinamiche editoriali, lancio una proposta: perché ogni scrittore di acclarata visibilità non si impegna a dare il suo prossimo libro a un piccolo editore? Nel range dei trenta-quarantenni ci sono molti autori di punta (da Roberto Saviano a Paolo Giordano, da Alessandro Piperno a Donato Carrisi ecc.). La casa editrice Sartorio l'aveva fatto con Terroni di Giancarlo De Cataldo, ottenendo ottimi risultati. Lo fa adesso Fandango con il nuovo romanzo di Sandro Veronesi. Dunque qualcosa si muove, ma perché incida davvero dovrebbe essere costante e sistematico. Una sorta di microeconomia in versione editoriale. Una bella iniezione di energie (ideali ma anche finanziarie) in quella che tanti ormai celebrano con il nome di bibliodiversità.
Queste potrebbero essere alcune idee nell'ottica di un modello generazionale che poi è culturale e anche sociale. Lo spunto viene dalla teoria della cosiddetta we-rationality di Robert Sugden, secondo cui per decidere quali azioni intraprendere non bisogna pensare "questa azione ha buone conseguenze per me", ma "questa azione è la mia parte di una nostra azione che ha buone conseguenze per noi". Del resto la letteratura cos'è se non l'azzardo di un rischio?

 

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