Un tore
 
C’era’na volta, ni nun paese che mica si sa, un tore.
Sto tore girellava lipperlì tutto solo tra colline e ville e campagne quando incontra uno che gli fa:
– Ma chi cazzo saresti te che t’en vai solingo per sterpaglie e viottoli?
– Sono un tore…
– Ma cosa diavolo sarebbe mai untore? A vederti gneanche sei un toro, saresti n’untore che va ungendo le porte dei garages scopo lubrificatorio?
– Sono un tore, ho detto, e basta! Hugh!
 
       Dopo st’incontro scemo, un tore decise che era meglio stare in compagnia per cui andò dal barbiere che manco lo cacò, però lui si guardò fisso nello specchione che stava lì e si triplicò scopo  societario per fondare ‘na S.R.L.
Per cui ne uscirono un tore, un bisun tore e un trisun tore. Ecco.
E ripresero i tre a girellare per campagne e città.
Ne la periferia d’una de ‘ste ville passa ‘na ronda padana che ci fa ai tre, scopo intimidatorio:
– Cossa fè vùi? Siete mica ‘stracomunitari bastardi sensa fissa dimora, vui alter ché c’avè ‘n culùr del casso? Siete ‘n gir per rubare scopo lucro illecito su noi padani? Ve la diamo noi ‘na lessiùn!
Loro fanno: Noi siamo un tore, bisun tore e trisuntore scopo fondazione S.R.L ditta qualificata  specializzata nel costruire un tore o tre o quattro o cinque o sei, quantità ad libitum, secondo richiesta del mercato!
Ah, beh – fanno la ronda – Se è così, roba di libero mercato, qui c’è semper da laurà, basta mettersi sotto, darci dentro, e gnente siòpperi! Cossa fè vui untori? Roba de olio, petrolio, lubrificassione letromeccanica?
Ah, beh – fanno all’unisono un tore, bisun tore e trisun tore – noi facciamo riproduzioni fotomeccaniche de un tore, roba di fino!
– Vabbèh, fatelo allora ‘sta roba ‘n tel capanùn de ‘na fabricheta che c’è lì di dietro con ‘n’autorisasione del signor sindaco! Ma stè atènt, che la ronda sorveglia!
 
Allora un tore, bisun tore e trisun tore se n’andarono drento ‘na fabbrichetta abbandonata, che faceva schifo, ‘n dove si sistemarono, e siccome lì  ‘n quel capannone c’era ’n pozzangherone d’acqua che pioveva dai buchi del tetto grossi come loro, fecero che specchiarsi a turno ‘n te l’acquaccia e fecero la moltiplicazione de l’ un tore.
E alla sera ce n’erano trecento di untore, bisun tore, tris untore, quadrun tore, cinqun tore, seiun tore, settun tore e via dicendo.
Fatto sta ed è che poi calava la notte e ci veniva, a ‘sti trecento, ‘na fame boia per la fatica del moltiplicarsi, per cui decisero d’andarsene  a l’osteria del paese, scopo ristorazione.
Quando l’ostessa e suo marito si vedettero tutta ‘sta turba o folla alla porta dissero:
– Avete prenotato, orcoboia!? Noi c’abbiamo solo venti coperti e mica roba per stracomunitari, miseria ladra! C’abbiamo ‘n bel gnente per vui!
E loro, gli un tori tutti, ci fecero all’unisono:
– Ci basta ‘no specchio  e te lo do io il menù!
E allora e uno e due e tre e quattro, e via dicendo, ci afferrarono ‘n piatto che c’era lì di pane e pesci e li moltiplicarono a non finire, magari anche fritti e in umido, e pure ‘na bottiglia di bianco che divenne ‘n fiume, per cui ci scoppiò ‘sto miracolo che poi la gente tutta ‘ndava a vedere e a magnare gratis, scopo sbafatorio.
   
     Per cui loro eran trecento, eran giovani e forti e gli altri solo centoventi e finì che si fece n’ordinansa del sìndach che ci diceva: Lassiamo perdere che c’han voglia di laurà st’ untore e due e tre, e fan da mangiar bene, boia d’un can! 
 

 

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