Io mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Ne ho facoltà. Ma non troppe sostanze.

Apparentemente. Ma l’apparenza, talvolta o sempre inganna.

Sarebbe a dire che sono sempre un uomo facoltoso, ma non sono in ricche finanze, ora, però prima, sì. Prima che il dottor Zambuto, col suo altezzoso barbone, addivenisse alla sua assurda determinazione di farmi rispondere, ovvero gli saltò il ghiribizzo, cioè di pensare che un uomo facoltoso come il sottoscritto potesse cedere alle sue minacce, e col carcere preventivo piegarsi ai suoi desideri e farmi, così, pagare il fio di quel che non si dice, ma avviene ogni giorno, ogni notte, qui e altrove.

Avendone la facoltà, io non rispondo, anche se con sguardi biechi e gesti sdegnosi minacciato.

E se anche ne avessi la facoltà, non risponderei lo stesso.

Perché io ho la facoltà, molte facoltà anzi, tant’è vero che io mi recavo in facoltà, onde insegnare, io ero professore in più di una facoltà italiana, anche in una straniera: ero docente di politiche mediorientali a Heidelberg, prestigiosissima città universitaria tedesca.

Delle mie esperienze passate, nonché presenti, nelle varie mie facoltà sono testimoni tangibili questi dossier, o faldoni, o memoriali che in numero di 14 tengo qui sul mio povero desco. Per cui, proprio perché tutto sta scritto qui in chiare lettere, vergate a mano in questa miserabile mia reclusione, io fui perentorio, cioè io dissi, stentoreo, quell’unica, sola volta, al dottor Zambuto:

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

E mi avvalgo perché ne ho facoltà, poiché ho più facoltà nonché talenti, e siccome sono capace a scrivere, anche bene, io non risponderò ma le darò, hic et nunc, l’indirizzo dei miei memoriali che sono in numero di 14, depositati nell’armadio del bagno di fianco al lavandino.

 

Allora li tenevo in bagno, per segretezza, adesso li tengo sempre qui esposti in bella vista sul tavolino, sì. Ne ho fatto pubblica ostensione perché il dottor Zambuto abbia la facoltà di consultarli in mia presenza e rendersi edotto della veridicità degli atti e dei fatti intercorsi. Perché come di una Santa Sindone, vuoi impronta del corpo di Cristo, si fa ostensione pubblica ogni tanti anni, così questi miei memoriali scritti col mio sangue sono veridica ostensione del mio martirio voluto, progettato designato in alto loco.

Il dottor Zambuto non è che un consunto e inqualificabile esecutore, forse ignaro di ciò che si muove di sotto. Ha sempre dato uno sguardo superficiale a cotesti materiali che contengono, illustrano la chiave del tutto. Eppure questi faldoni sono chiarificanti poiché recano pure ricche tavole sinottiche, nonché grafici che rappresentano i multipli collegamenti, in linea di massima, occulti che hanno retto la mia attività finanziaria e politica nel corso degli ultimi trent’anni. Sarebbe interessante, e giusto, che il dottor Zambuto dedicasse un po’ di più di una sfogliata sprezzante a queste mie pagine. Il tutto potrebbe illuminarlo, renderlo forse edotto, (ma non dotto) di quella complessità, di quel panorama variegato ed oscuro, talvolta verminoso, che si cela dietro il paravento della parola democrazia.

Il dottor Zambuto viene da me sovente, diciamo ogni due giorni per interrogarmi. Ed io mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Tuttavia dal mio angolo faccio un gesto, indico i 14 memoriali e sto rigido e fermo al mio posto, impassibile.

Lui si infastidisce, scuote il capo, si rosola sulla sedia quasi fosse la graticola di un San Lorenzo, quindi di mala voglia tocca, sfoglia, ostentando un certo disgusto, le mie pagine che io gli ostendo come corpo vivo ed inerme.

Il dottor Zambuto sta lì a sogguardare distratto i miei grafici, a sbirciare le mie espressioni, quindi si alza, poi si volta verso la sua succuba, la slavata figura della dottoressa Sclarandis, e le chiede se ho preso le pastiglie e fatto le iniezioni.

Il dottor Zambuto è un miserabile, vuol così piegarmi alla sue smanie, inducendomi coi suoi tossici farmaci a deporre.

Ma io taccio: io mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

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