Il 10 ottobre 2012 uscirà per la coraggiosa e vivace casa editrice di Napoli

” Ad est dell’equatore” (http://www.adestdellequatore.com/)

un libro singolare, visionario e inciso col bulino della mia grande amica Barbara Garlaschelli,  “Lettere dall’orlo del mondo” con cui ho collaborato con quindici illustrazioni, o meglio interpretazioni, miei disegni a china.

http://barbaragarlaschelli.wordpress.com/2012/09/15/lettere-dallorlo-del-mondo-di-bg/

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     Il caldo, il caldo forte mi suggerisce atmosfere: mi fa andare a tempi andati, vedo e trasudo sapori, sentori, vicinanze corporali, fazzoletti sventolati, sbuffi, bicchieri di acqua “viscì”, caffè scodellati a gran ritmo dalla caffettiera napoletana, quando ci si affollava, nonostante tutto, in cucina dopo cena a guardare, anzi a rimirare la televisiùn.

Perché si era in tanti, più che spesso, a contemplare il mostro sacro ficcato su di un trespolo dalle gambe ottonate nell’angolo della cucina. Sì, la cucina, che poi è ancora la mia cucina di adesso: si stava in cucina perché la camera accanto, denominata “sala”, era riservata ad importanti occasioni che non capitavano praticamente mai. Mia madre, donna precisa, anzi meticolosa, teneva che il luogo fosse sempre accogliente, e cercava di ordinare, rassettare il locale distribuendo sedie, vassoi, bicchieri e portacenere sul tavolo che veniva spostato perché altrimenti le file della platea non sarebbero state ben distribuite. In genere si era in dodici, talvolta anche di più se veniva trasmesso il popolarissimo “Lascia o raddoppia”. Mio padre Francesco sbuffava sovente, ma sopportava questa cosa che si doveva fare per dovere di ospitalità, si sceglieva la sua solita sedia laterale ed attendeva gli ospiti che alle 20,30 arrivassero in truppa.

C’era naturalmente aperta la porta che da sul balcone e si affaccia sul cortile, l’ordigno elettrico sparavisioni era lì accanto, nell’angolo, e sputava le sue immagini, le facce, le notizie. I primi a disporsi in prima fila erano gli ospiti più autorevoli, cioè di famiglia stretta, mio zio Cirillo che occupava molto spazio, essendo piuttosto massiccio, la zia Giuseppina, il mio caro cugino Sandro, poi in seconda fila, i signori Rosa con i due figli, vicini di casa del terzo piano ed amici quotidiani, poi la famiglia Gambetta del quarto piano, coll’esimio Antonio, detto il professore, ospite non abituale, filiforme e coltissimo erudito, già monaco agostiniano, poi impiegato delle FFSS, che talvolta commentava in latino. Intervenivano al comunitario consesso, se c’erano trasmissioni di “varietà”, anche i  miti signori Reynaud.

Insomma componevamo una bella congrega.

Congrega che scaldava di molto l’aria, quando iniziava l’estate.

Mia madre, Ester, detta Rina, si sedeva sempre per ultima in un canto, presso il cucinino, per essere ognora pronta, scattante, a soddisfare le necessità orali dei presenti.

Io mi defilavo, vicino al mio amico, coetaneo Alberto Rosa per commentare sottovoce, sottolineare, e ridere delle bestialità salaci ed irridenti che Alberto sciorinava spessissimo, facendo così irritare suo padre il quale desiderava si comportasse più educatamente.

Tuttavia io mi divertivo parecchio.

Di fatto, io ricordo abbastanza poco dei personaggi, delle situazioni che si verificavano dentro quell’arnese, mi sollazzavano di più i commenti degli intervenuti, gli ohhh, ahhh, le esclamazioni, gli sbotti, i lazzi dello zio Cirillo, i sussieghi della zia, i rutti di Sandro, i movimenti di bicchieri e tazze, i gesti, l’atmosfera insomma.

E faceva caldo.

Ci sarebbe stata la necessità di un ventilatore, lo diceva anche lo zio Cirillo, di quelli belli, neri con la piantana, eleganti e tedeschi, di marca AEG, quelli che si vedevano solo in certi uffici di avvocati o notai e diffondevano un bel fresco, e facevano sflusccc, sfluscccc.

Passavano Mike Bongiorno, che  poi era stato cliente di mio padre, subito dopo la guerra, quando stava a Torino, e poi la Bolognani, e la valletta Edy Campagnoli e la tabaccaia  di Casale, quella da 115 di seno, dal petto prorompente, che fece scandalizzare il Vaticano ed anche il professor Antonio, l’ex monaco, che quella sera si ritirò in buon ordine. Passò Marianini Gianluigi, il gagà, l’esperto di moda, coi suoi bei guanti penduli che parevano quelli di Petrolini, che poi frequentava, agli inizi, la nostra medesima parrocchia. Passarono dentro l’arnese infernale anche il dottor Lando Degoli, quello del controfagotto, che fu sostenuto da tutti gli italiani per l’ignominiosa ingiustizia subita, quasi fosse stato un povero martire della nazional Fede cattolica

Era un’Italia così, piena zeppa d’ingenuità, ed anche ignoranza.

Era un’Italia in cui Tognazzi e Vianello, venivano licenziati in tronco dalla RAI, la sera stessa dello sketch, perché avevano avuto l’imprudenza di caricaturare una caduta dalla sedia del venerabile presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.

Anche la loro brillante, simpatica trasmissione “Un, due, tre” venne sospesa.

Era un’Italia in cui la ballerina Alba Arnova, nel 1955, ebbe l’ardire di presentarsi, alla TV, con una sorta di calzamaglia rosa un po’scosciata, siccome la Tv era in bianco e nero, i malpensanti credettero che l’artista si fosse presentata con le gambe nude.

Vi furono interrogazione parlamentari e furenti reprimende del Vaticano.

Fu di nuovo tutto sospeso, la Arnova licenziata.

E se ne parlò per un pezzo, sventolando i fazzoletti e sbuffando.

Era un’Italia così e faceva caldo, tanto caldo.

Alba Arnova ( qui sopra)

Costrui con queste mani un serramento per una finestrozza che si affaccia in cima ad una scala, verso l’esterno di questa antica casa e permette di arieggiare e creare corrente ascendente su per la medesima scala. Il detto serramento è diviso in due luci.

Apposi nelle aperture due piccole lastre di plexiglas alveolare che permette maggior isolamento durante la stagione fredda. Il nuovo lo feci con ottimo legname listellato recuperato presso bidoni della spazzatura, more solito; lo trattai con un turapori impregnate colore bruno noce e lo verniciai con una buona vernice trasparente, dopo l’asciugatura.

Il vecchio telaio faceva pietà, benché riverniciato anni fa; era assai vecchio, vetusto di più di cent’anni e sbilenco.

L’ ho rimosso, pure i cardini che oscillavano malamente in due incavi del muro.

Ho piazzato il nuovo, ficcato due nuove cerniere ottonate ed esso entra perfettamente nel vano finestra.

Sono soddisfatto, molto. Funziona e  fa una buona figura.

Mi rimase un dubbio.

Mi da molta soddisfazione eseguire questi lavori di costruzione, e riparazione, restauro ( quando riescono bene), tuttavia mi dico: ma non ho rubato questo tempo alle mie attività di narratore, anche pittore, disegnatore? Cioè il risultato del mio lavoro e funzionale, ho risparmiato dei soldi, me lo sono fatto da me, però è un oggetto che sta qua, lo vedo io, seminascosto, va bene ma non comunica niente a nessuno. Se scrivo, se  faccio un oggetto letterario, un disegno, lo elaboro anche per comunicare con chi ne fruisce, con un piccolo mondo di lettori che, magari, talvolta, ne traggono piacere o spunto di riflessione, (oppure sentimenti di odio, fastidio, noia).

Mi resta la questione che mi da contentezza elaborare un buon manufatto, un oggetto fruibile, utile subito, ma è solo per me, per i miei, e forse costa meno fatica, quando si è abili; il confronto è solo con me stesso, per quanto l’attenzione, la concentrazione nel lavoro manuale talvolta equivale ad una sorta di meditazione molto intensa.

Nell’elaborare uno scritto, un disegno che si fa, anche per commissione, si può ottenere uno stato mentale simile al detto “raccoglimento”, ma non si rimane quasi unici giudici del prodotto e non si da, non si “dona”; qualora l’oggetto “artistico” possa essere considerato anche un dono….

 

La scritta in ceco dice: i neocartographes sono figli del Golem.

Quella in basso a destra vergata in ebraico dice:

sono figli del demonio….

C’era un volta, ma c’è ancora, un paese tutto sfilato su un crinale del Monferrato con una strada principale che lo attraversa, lo anima come una colonna vertebrale; procededendo verso Est, ad un certo punto questa carreggiata s’incurva e prende un poco di pendenza tra case vecchie basse, alcune con intonaci scrostati da decenni.
Dove la curva fa una pancia un tempo c’era la bottega di un certo Giddio, o Egidio, aveva un nome simile, ma non lo voglio dire.
‘Sta bottega o negozio o basso o fondo, che dir si voglia, si presentava al viaggiatore con una porta nera a due battenti in legno, piuttosto larga, vetrata nella parte superiore, nella parte bassa decorata da interessanti pannelli pseudo rinascimentali in bassorilievo, raffiguranti a sinistra una panoplia di armi bianche, corazza scudo ed elmo, a destra una specie fantasiosa di rapace che guerreggiava con un orso. La porta era tenuta sempre ben lustra.
Quei battenti scuri e misteriosi mi inquietavano, quando ero piccolo.
Per non parlare dell’interno, un camerone quadrato e piuttosto basso, con volta a padiglione, perennemente avvolto da aloni tenebrosi ove occhieggiava una lampadina di minimo voltaggio che lanciava qualche barlume su di un massiccio tavolo da sarto.
Nei pressi del tavolo sovente poteva scorgersi il Gibbio, anzi più facilmente lo si vedeva dimenarsi nella sua goffa andatura vociando, imprecando, talvolta bestemmiando, ché il Gibbio era mal fatto di corpo: zoppo, gobbo, storto con una testa pelata a pera trafitta da due straordinari occhi azzurrissimi.
Il Gibbio era sovente arrabbiato con questo, con quello e si lamentava di tutto il mondo in generale, tuttavia in questo suo universo pareva cavarsela abbastanza bene come sarto, come barbiere, come fotografo, come giornalaio e corrispondente di una gazzetta provinciale, come “tenutario” di telefono pubblico ed infine come malcelato dongiovanni impenitente.
Quest’ultima sua peculiarità l’aveva reso noto anche nelle vicinanze perché con la sua mitica moto rossa, una Guzzi  Airone, usava scorrazzare sovente, quando si faceva notte, verso altre località limitrofe ove, alla faccia della moglie, coltivava relazioni con massaie ben portanti, serve o quel che capitava. Come gli riuscisse il mestiere di seduttore con quell’aspetto da Rigoletto, era un mistero: si favoleggiava di sue straodinarie capacità amatorie ed anche della sua persuasiva loquela, dei suoi celestrini sguardi abbindolanti, di suoi mazzolini di fiori, di pacchettini ben legati contenenti paste dolci ed altri regalini gastronomici. Tutta una serie di doti intrinseche e di arti ammaliatrici che tuttavia non l’avevano protetto da qualche bastonata e, più di una volta, gli avevano regalato qualche pallino di piombo nelle gambe.
Ma, è meglio tralasciare queste vergogne per tornare alla sua bottega.
Quando l’occhio si abituava all’oscurità si poteva scorgere sulla sinistra una poltrona da parrucchiere in legno rotante, posta dinanzi a mensola e specchio secolari, puntinato da mille cacchine di mosche. Nei pressi, su una panca, mucchi di giornali, riviste gettati alla rinfusa, più in là, alla destra del tavolone una singolare cabina telefonica assemblata con materiale composito: varie assi, pezzi di masonite tenute insieme da armature di ferro.
Quelli che avevano la vista acuta potevano vedere sulla parete di fondo, infilati su chiodi rugginosi, sagome di cartone, cartamodelli, qualche abito imbastito tra nere e logore cornici ovali inquadranti volti mesti e seppiati di defunti. Un misero scaffale conteneva qualche pezza di scadente stoffa, più che altro foderami, plastron, panno.
Quando ero bambino quell’antro mi faceva paura, nella mia immaginazione  somigliava al Purgatorio, un luogo da tormentacristiani.
Talvolta mi ci conducevano là dentro, a trovare questo Gibbio, perché era una specie di parente d’acquisto e mio padre trattava con lui strani affari di stoffe, siccome lavorava in quel ramo, a Torino, e gli forniva, all’occorrenza, tagli per abiti, in genere di basso costo ed altre forniture per sarti. All’occorrenza trafficavano anche di altre merci, come apparecchi radiofonici, elettrodomestici vari, rasoi elettrici, merci di contrabbando, sovente con la mediazione di un altro bell’esemplare umano, tale Battista, lontano cugino, pure lui munito di moto, su cui si scapicollava dalla Lombardia ai nostri paesi importando oggetti “che pativano l’aria di Milano”, ovvero di dubbia origine.
Loro mi ficcavano su una panca e poi discutevano, parlavano fitto: io, piuttosto annoiato perché avrei preferito giocare nell’aia, scartabellavo tra le pile di quei giornali ammucchiati, sbirciavo le figure dei giornalini e il tempo passava, meno male, però mi opprimevano sia il luogo che le loro discussioni senza fine.
Poi una volta, ed avevo anni 4 o 5, mi hanno condotto in quella spelonca non come accompagnatore, ma come cliente, cioè per farmi tagliare i capelli, cosa che non ho mai sopportato.
Mio padre mi ci strascinò di brutto e mi abbandonò tra le mani di quel demone meschino il quale mi afferrò sotto le ascelle, bruscamente, e mi piazzò su quella poltrona di legno. Come fui installato sullo strumento di tortura cercai di ribaltarlo, ma il Gibbio mi spintonò, e minacciò urlando di legarmi con le cinghie e le funi che teneva sugli scaffali.
Mi tirava e mi spingeva la testa di lato, mi strattonava, mi ammoniva aspramente, mi dava nocche sul capo per farmi abbassare la testa, tirò poi persino fuori un rasoiaccio con cui temetti di venir decollato.
Forse mi colavano lacrime silenziose, lui se ne accorse e per questo di più ancora mi rimproverò.
Quando il supplizio era quasi finito tornò il mio papà e fui fatto scendere da quell’infame e traballante seggio. Io scesi barcollando, non riuscivo quasi a stare in piedi, ma ebbi la forza di puntare il dito contro il mostro e gridargli:
Bruuuutto Gibbioooo!!!
Il barbiere polimorfo rimase impietrito, mio padre ridacchiò, non accennò a pagarlo, e ce ne tornammo a casa.
Però la storia del mio urlo fece il giro della parentela, e per settimane tutti risero del soprannome che avevo affibbiato al claudicante artigiano.
Tanto che ancora adesso qualche vecchio se ne ricorda e sghignazza alla sua memoria.

Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…
Me la canto tanto bene così. Sono le mie parole preferite.
Dice anche appunto bianca più della luna perché è lucente tanto che abbaglia e io me la figuro così anche se non sono degna nemmeno di nominarla la Madonna, ma mi da tanta consolazione di dirle, di farle le lodi. Così io ho pregato tanto, ma non basta mai perché a volte penso che per una come me non ci sia proprio perdono, che la macchia del peccato sia indelebile, non si cancella. Ma il cappellano Don Cesare mi ha detto che del gravissimo peccato originale abbiamo avuto la redenzione, e  che anch’io per la mia colpa forse ho espiato abbastanza.
Ma non mi convinco mai.
Devo pregare e fare penitenza ché non ce n’è mai abbastanza, per me.
Ma Don Cesare si arrabbia perché vado troppe volte a confessarmi e perché gli ho detto che dovrei mettermi il cilicio per espiare, che vorrei diventare tutta bianca e pulita da ogni peccato, cioè “monda” che è il contrario di “immonda”. Questa parola brutta una volta me l’ha detta il canonico Vincenzi, si è arrabbiato, mi ha detto pure che gli avevo rotto le scatole con le mie manie di purezza. Quel prete era uomo che la sapeva lunga e faceva delle prediche piene di storie complicate, però con me era cattivo e non capiva il mio bisogno di farmi perdonare dalla Madonna che è tutta purezza, luce e vede entro i cuori. Il canonico Vincenzi aveva dentro di sé solo forme scure e dure, squadrate cogli spigoli: a me è sembrato di vedere quelle cose nella sua testa mentre mi confessavo. Ma è successo tanti anni fa e io l’ho perdonato.
Ho perdonato persino lo zio Venanzio, che è tutto dire, che sarebbe anche la causa di tutto; però don Vincenzi diceva che c’avevo un po’ di colpa  perché secondo lui avrò fatto la civetta fin da bambina e che non ero nemmeno tanto bambina se è avvenuto il fatto. Da bambina guardavo nella testa di zio Venanzio quando mi veniva vicino con la mano: vedevo delle robe rotonde grosse e unte, anche ruvide, spesse, che ruotavano dietro i suoi occhi e mi facevano tanta paura e mi paralizzavano. Le sue mani massicce si coloravano di grasso rosso di sangue, come i suoi pensieri che sembravano budella di maiale, mi avvolgevano come bisce rotolanti, mi strizzavano, mi schiacciavano come se io fossi la mia bambola Puppina.
Mi ha schiacciato tanto, ha commesso un peccato gravissimo, ma io l’ho perdonato lo stesso.
E io canto tanto la lode della Madonna che dice bella tu sei qual sole, ma mi piace ancora di più bianca più della luna, perché è così che me la vedo, anche se nella nicchia la Madonna di Lourdes non è tutta bianca ma anche un po’ azzurra. Le altre Madonne che ho visto, delle volte sono un po’ più colorate, e poi c’è una Madonna Addolorata in chiesa, a destra entrando, che mi fa un po’ paura perché ha sette coltelli lunghissimi infilati nel seno. Io non la guardo mai, giro la faccia, anche se Suor Clara mi ha spiegato tutto dei sette dolori della Santa Vergine.
Io non sono proprio più vergine da allora e avrei voluto, dopo il fatto, farmi suora, però non mi hanno voluto per via della colpa che c’ho.
Ho buttato nel pozzo il frutto della colpa.
Io espio e canto abbastanza bene, e vorrei cantare sempre quella lode, però mi fanno cantare anche lodi moderne che non mi piacciono perché ci capisco proprio poco di cosa dicono. Ma Don Cesare dice che canto “assai bene” e che devo usare il mio talento per celebrare ciò che vuole la Chiesa e che anche questa è una buona forma di espiazione.
Don Cesare mi capisce un po’ di più, però vedo dei pensieri suoi che sono come cubi, scatole incastrate anche se trasparenti, e si muovono in continuazione, e presentano altre facce, sembrano un gioco come un cubo Rubik che gira sempre.
Non ho ancora incontrato una persona con dei pensieri proprio “mondi”, cioè calmi e tranquilli. Io delle volte guardo Suor Clara dietro la fronte e le vedo strane giravolte, sarebbe a dire che vedo linee lente, ondulanti, marroni come il suo saio, che poi si mettono a fare dei soprassalti, a scuotersi mentre mi parla e diventano anche nere, e poi diventa tutto buio.
Ho visto solo una volta dentro la testa di Suora Rita, che sembrava scema e stava sempre zitta: questa qui me la vedevo come un mare profondo blu, solo un po’ agitato e dei pesci strani che ci saltavano dentro. Ma poi è morta di polmonite, poverina.
Non ho mai detto a nessuno di quello che vedo nella testa della gente, eccetto ad un dottore quando ero in quell’Istituto che non voglio nemmeno nominare.
Ero tanto giovane, tanto timida e sono stata imprudente. Ho parlato delle visioni, cioè di quello che mi appariva quando guardavo la fronte della gente. Il dottore mi ha tenuto là dentro più di un’ora ed era peggio di un poliziotto, e mi ha fatto tanto soffrire, mi ha tormentato, sembrava volesse piantami un coltello dentro il cervello. Io tutto questo poi lo vedevo benissimo: aveva delle spade affilate in testa che vibravano, sbattevano, luccicavano e facevano rumore agghiacciante che mi faceva tremare. Poi voleva ancora parlare con me di queste cose, e farmi delle interrogazioni, mi convocava spesso, mi ha dato delle pastiglie e io le ho buttate tutte via, alla fine gli l’ho detto che mi inventavo tutto perché ero matta.
E’ rimasto deluso, però.
Io ho guardato anche nella testina del frutto della colpa quando è nato, ed ho visto cose belle come pesche colorate e profumate, però ero io molto triste e spaventata e colpevole e dovevo fare quella cosa perché sono segnata così dal destino.
E adesso espio tanto, e canto:
 Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…

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