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provo ad esportare nel sito dove e come da titolo: 707 post, 8663 commenti, in due o tre lunghi passaggi, non so quanto ci metto, non so se ci riesco, [non so se sono vivo] potrebbe essere che, temporaneamente, qui, su splinder, non si legga più niente, ma non perdo niente, butto via niente, però, non contattatemi, non risponderò, perchè,ripeto, [non so se sono vivo] saluti. vs. p.

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En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el espacio de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
Y aquí me voy a quedar.
Bernard Malamud, nato nel 1914 a Brooklin, figlio di un certo Mendel, è stato un eccelente scrittore americano.
Da tanto tempo lo leggo e rileggo.
Per me è uno dei migliori scrittori di racconti.
Lo metto insieme a Bellow e Philip Roth tra i narratori americani che più mi piacciono, mi ispirano, per la profondità psicologica per la complessità dei tempi, per l'articolazione varia, ricca e colorita del linguaggio.
Non avevo mai letto il suo primo romanzo, "The natural" uscito negli USa nel 1952. Fu poi trasposto in film con la regia di Barry Levinson nel 1984 con la partecipazione di Robert Redford, Kim Basinger etc. come attori.
Non ho mai visto il film, tuttavia so che quando uscì la pellicola in Italia la Mondadori lo fece tradurre da Mario Biondi, ed il romanzo fu intitolato, (malamente, per me), "Il migliore", come il film appena uscito.
Il titolo "The natural" aveva a che fare colla personalità del protagonista, un talento "naturale" per il baseball.
E' una storia ambientata sui campi professionisti di baseball, ma questo è quasi un accidente, la vicenda è tutta intessuta sulla complessità di Roy Hobbs, personaggio singolare ed apparentemente semplice.
Non sono un cultore di storie di ambiente sportivo, e di baseball non capisco un cavolo, però questa narrazione mi ha stregato.
Il libro l'ho trovato usato su una bacherella e l'ho acquistato per € 2.
Vi metto qui l'inizio dell'ultimo capitolo perchè mi ha colpito come divagazione grottesca e vivace sul pubblico che sta per assistere ad un partita.
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La mattina della partita, nelle tribune del campo dei Knights scoppiarono ovunque delle risse. Qua e là volarono cappelli, bottiglie, torsoli di mela, banane e contenuti mollicci di colazioni al sacco. In uno dei palchi, un tifoso si prese una sassata che gli aprì uno squarcio insanguinato in testa. Due agenti speciali corsero su per le scale e si impadronirono di un tizio occhialuto, dall’aspetto innocente, le cui tasche erano piene di sassi dalle strane forme. Lo trascinarono via, sebbene sbraitasse che le raccoglieva per il suo giardino alla giapponese, e lo buttarono lungo e tirato fuori dal campo. Era di Pittsburgh e da terra si mise a inveire contro i Knights. Un camionista deluso, che non era riuscito a entrare a vedere la partita, prese a calci nel didietro questo povero raccoglitore di sassi, facendogli sbattere la testa contro il marciapiede e fracassandogli gli occhiali. Sputò due denti insanguinati e rimase li a singhiozzare finché arrivo l’ambulanza. Il sole per lo più rimaneva nascosto dietro le nuvole. La giornata era gelida, tempo da football, ma le tribune erano decorate con festoni colorati, le bandiere sul tetto della tribuna principale garrivano al vento e la folla era rauca. L’annunciatore cercò di calmarla, ma era troppo strizzata per essere tranquilla. Il Giudice aveva venduto centinaia di biglietti in più, per cui il pubblico si precipitava su qualsiasi posto si liberasse anche solo per un attimo. Inoltre, i tifosi dei Knights erano eccitati, con i nervi tesi per i continui su e giù della squadra.
La vedova d’Alfonso
C’era una volta una vecchia barbuta che rientrò zoppicando, di notte, nel suo sottoscala, pieno di buste di plastica, stracci e cacche nere di zoccole sfrontate.
La barba era un vero lusso: le teneva calda la gola tutta arroventata dal fumo risucchiato, a mo’ di brace, dalle cicche raccolte in mezzo alla strada. Le cicche le metteva tutte nella scodella viola che già fu di sua sorella Teresina che diceva portava fortuna, per via del colore strano. Quando stava piena di cicche, la scodella, la vecchia co’ le cartine si faceva ‘na serie di sicarette e le metteva tutte in fila in piedi sul ripiano della moka, di fianco, che facevano un bel vedere, sembravano poveri bianchi soldatini.
Sotto ‘sto ripiano, c’aveva la bombola e però gli altri tenevano paura che per distrazione e cattiveria poi la facesse scoppiare e allora saltava in aria la casa con quelli de supra cioè la famiglia maledetta Amitrano quelli che battevano a terra co’ la scopa quando la vecchia ‘na volta l’anno cantava, magari male, ché Vincenzo Misericordioso c’aveva donato un boccione di vino finalmente buono.
Una volta all’anno!
Comunque, scacciati via i molesti pensieri, si preparò una zuppetta di pane e vino cattivo, e accese il transistor:
Vola colomba bianca vola, diglielo tu che non verrà.
Mentre inzuppava e ripensava a quando s’era rotta il femore due anni prima, i sei gatti (Mimì, Lelè, Ciccillo, Caterina, Pupetta e Rossella O’Hara) mezzo ciecati e spelati da una tigna incurabile perché mai curata, le si strusciavano contro le calzette di lana, quelle a mezza coscia, che le fermavano il sangue, facendo diga contro le vene varicose.
Tié micio, tié micia, la nonna vi dà la zuppetta. Slurp, lap, slarp, brup.
Dicono che solo gatti sozzi e scostumati potevano stare co’ la vecchia dalla barba: così sparlavano gli Amitrano.
Sua sorella Teresina invece era buona davvero e si sarebbero fatte tanta compagnia, ma la picòndria l’aveva portata via per cui a un certo punto della sera, alla vecchia ci venne ‘na terribile melanconia. Lanciò lo sguardo sul quadretto di Santa Teresina del Bambin Gesù e fece n’orazione proprio dal cuore. E dopo st’orazione crollò in un sonno di piombo sotto una coperta ecru di cartone pressato e pidocchi.
In sogno le apparve suo marito Alfonso, morto in Russia, tutto congelato.
Un commilitone che s’era messo in salvo e poi era rimpatriato, le aveva riferito: la giacca di panno si fece di cristallo come i lampadari e gli scarponi di cartone somigliavano a due trote imbalsamate nell’atto di risalire il torrente.
Questa cosa delle trote le era rimasta impressa, alla vecchia, perché le trote erano buone. Ma imbalsamate, però le facevano schifo. Meglio appunto congelate che gli Amitrano le comperavano pure al supermercato e le facevano vedere a lei per attizzare invidia.
Lei se l’era magnate una volta, più o meno 68 anni prima, a una festa di matrimonio. Alfonso all’epoca pareva uno stoccafisso imbrillantinato di buona volontà. Ma se l’era portato via il Nonno Gelo aveva detto il maestro Scaccheri. E il fatto del Nonno Gelo era una vergogna a dirlo a una povera vedova di Russia.
Però adesso nel sogno Alfonso somigliava a Socrate.
La vecchia non sapeva niente di Socrate. Lo ignorava. E dunque non sapeva di non sapere. E invece Socrate stava dentro il sogno suo, tutto impettito, magari per far bella figura, con una vestina che gli arrivava alle ginocchia.
“Donna”, disse, con voce tonante, “tu non sai di non sapere”.
La vecchia lo guardò e ripensò alle trote che però non c’erano, manco imbalsamate.
“Alfò, che te possino ammazzà” bofonchiò la vecchia, “ma come cazzo te sei vestito?”
Al che Alfonso le fece la faccia brutta con quel suo labbro di sotto arrivoltato in su e nell’atto della smorfia si voltò e mostrò il didietro. Già davanti con la veste accorciata pareva un poco di buono, ma l’obbrobrio era che di dietro era nudo, e faceva scandalo a guardarlo. E con la voce incazzata, che non era cosa sua abituale, ‘st’anima in pena d’Alfonso sillabò:
“Hai visto che non sai? Perché le cose c’hanno un davanti e un didietro. E tu stai sempre a vede’ solo ‘l davanti…”
La vecchia quasi senza fiato e strizzandosi il petto gli fece: “Ma chenneso io! Alfò! Non hai mandato più notizie per tant’anni e ora vieni qui a mostrarmi il culo! E cosa devo sapere?”
Lentamente l’anima purgante si voltò e stentoreo, come Mosè che parla al popolo idolatra, proclamò ‘na poesia:
Noi anime disossate, defunte in Russia siam vaganti,
e c’abbiamo il compito di soccorrere i viandanti,
siccome fummo uniti dal santo matrimonio,
mò ti farò dono di un picciol patrimonio,
vai dunque alla caffettiera vecchia napolitana
e ci troverai ‘na minuta chiave, sana sana,
mò la pigli e c’apri la porticina
che conduce giù in cantina,
nell’otre magica troverai denari sonanti
che ti faran ben campar d’ora in avanti”
Detto questo ‘sto cristo vagante d’Alfonso scomparve in una nuvoletta giallo pallido, lui e la sua vesta vergognosa, lasciando uno strano odore di lavanda Col di Nava quella che gli piaceva tanto quand’era vivo e vegeto.
Ci venne un sussulto terribile alla vecchia, si prese la gola mezza strozzata dalla paura, e si disse: “Mò schiatto per l’affanno, l’infarto, la sincope altro che le trote imbalsamate… ché so’ io imbalsamata in vita!”
A fatica riuscì a ficcarsi in piedi sospirando tanto che pareva rendesse l’anima non si sa a chi. Poi appoggiandosi dove e come poteva si alzò e urlò:”
“Ma guarda ‘sto figlio di ‘n trocchia, in vita pareva ‘n’omo quasi normale e mò viene co’ ‘sta vesta orrenda da frocio a dirmi del tesoro in cantina che quando mai ce l’avemo avuta, na cantina! Ma è proprio vero che non sapevo! Altro che ‘n’anima purgante è questo..! Che mi so’ svenata a farci dire cento messe: è un anima de dimonio a prendere per il culo la povera vedova sua scarmigliata!”
E poi si abbatté sulla branda e pianse come non aveva pianto mai, ma tanto tanto. Nemmeno quando arrivò la cartolina ‘n dove si diceva che Alfò stava disperso si sbatté il petto così. Che tristezza! E che rabbia!
Dicono che da un po’ di tempo la vecchia va al monumento ai caduti con un involto in mano.
Dicono i pisciasotto che lei nel pacchettino c’ha della merda di gatto e la lascia ogni giorno proprio sotto ‘n dove ci sta scritto:
Alfonso Di Diase, disperso in Russia.

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Io mi ricordo tutto, sì sì sì, mi ricordo bene benissimo. Tutto proprio tutto.
Che mio padre e mia madre, non ci sono più ad ascoltarmi, ma le dico ch’è un bene. Anche la sorella di mamma, Sara, e lo zio Efrem. Va bene così, va bene così.Perché se ci fossero mi strangolerebbero, e l’hanno sempre voluto farlo, non era mica gente brava, no, gente infida e falsa, non amavano i propri figli, no. Li mettevano al mondo per riempirli di botte, di palle, per la testa e farli diventare bigotti superstiziosi avidi ed invidiosi: ebrei, basta dire ebrei, è tutto detto.
(Questo mi ripete spesso il signor Domenico Devincenzi, di anni 80, che si fa passare per ebreo e non lo è, come dicono le sue generalità, né lo è mai stato, però deve aver letto la Bibbia, più d’una volta. Recita la parte del fiero apostata. Io sto lì ad ascoltarlo, curioso, perché è un miniera dell’antisemitismo surreale)
Perché, vede, noi, loro, insomma, gli ebrei, abbiamo una sapienza millenaria escogitata e accumulata dopo terribili esperienze di lotta per sopravvivere, l’esperienza ha creato fierezza e saggezza, da questo cumulo di doni divini nasce la Torah che manifesta quel che il buon israelita deve fare.
Deve fare, l’ebreo! E non lo fa, per cui Adonai ti punisce, sì!
Perché gli ebrei non fanno, non obbediscono ha capito!? Loro hanno le leggi divine e non obbediscono, anzi spesso fanno il contrario… Per esempio: io sono un ebreo e mi chiamo Amos, e invece di essere là presso il muro del Tempio a piangere, a batterci la testa contro, ché sono gran peccatore, sto qui a farmi offrire un caffè da lei.
E non osservo i comandamenti, e Dio mi vede e giudica, ma l’inferno non c’è, come credete voi cattolici che siete il peggio del peggio di tutti.
I più bravi, sinceri, chiari sono i musulmani! Per cui io mi faccio musulmano il prossimo anno. Sono pronto, fermo e deciso. Ho parlato, un mese fa, con un iman che m’ha benedetto, una squisita persona, tutto elegante.
Ecco, vede, appunto, per di più io sono 'n’apostata, per cui sono spaventosamente colpevole. Ma sono ‘n'apostata che la sa lunga, io. Mica mi faccio più infinocchiare da ‘sti rabbini, sa!? Io ho il rifiuto categorico interno alle fandonie.
Per esempio dice la scrittura che Elia venne rapito da un carro di fuoco: È una balla grossolana, se ne andò via lui con un extraterrestre. È ormai assodato.
Un certo ex-rabbino, un gentilissimo reverendo, certo Alistair, che ho conosciuto ‘na volta in Scozia mi ha detto il segreto:
i veri ebrei, cioè il popolo prediletto da Adonai, sono i musulmani e la salvezza futura verrà dalla Mecca! Un immensa luce abbaglierà i fedeli convenuti da tutto l’Islam e, insomma, ci sarà finalmente la pace mondiale sotto il segno del profeta Maometto. Però prima bisogna far fuori tutti gli ebrei, se no niente pace mondiale.
E quindi è un bene che i musulmani sterminino gli ebrei, tutti, perché hanno rotto il patto col Signore, hanno tradito.
Io l’ho capito, tutto, proprio tutto. Non è un caso che tanti religiosi, intellettuali ebraici si domandassero, mentre erano nei campi di sterminio: Ma quale colpa dobbiamo espiare ché il nostro dio ci punisce in questo modo spaventevole!? Loro però, ben dentro, lo sapevano cosa avevano fatto: avevano la coscienza sporca, lurida.
Anche io! Però ho aperto gli occhi in tempo.
Sì, io, poi, quando mi sarò convertito all’Islam, con tutte le formule necessarie, vado alla Mecca come pellegrino e aspetto. Aspetto la manifestazione e, io lo so, il Signore m’ha salvato dai lager, dallo sterminio, per rivelarlo a lei, e a tanti altri, ma non a tutti, ché c’è della gente in giro schifosa, che bada solo alla soddisfazione dei sensi.
Insomma speriamo bene, volevo dire, avremo la possibilità di riscattare i nostri peccati di superbia!
Ma io ho fiducia, sì nutro fiducia, fede, poi vado alla Mecca.
Magari anche lei se si converte, se no sarà morto per sempre, sì, sì.
Grazie del caffè, però!
Dalle mie parti, nel Monferrato,
ci sono strani nomi, singolari appellativi di villaggi o paesi o borghi.
Sfogliando una mappa del '700 ho trovato un luogo detto Scazzoso.
Ora ha cambiato nome; c'è sempre,
è un bel posto
che non dico dove, però.





