Stai sfogliando l'archivio mensile di giugno 2012.
Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…
Me la canto tanto bene così. Sono le mie parole preferite.
Dice anche appunto bianca più della luna perché è lucente tanto che abbaglia e io me la figuro così anche se non sono degna nemmeno di nominarla la Madonna, ma mi da tanta consolazione di dirle, di farle le lodi. Così io ho pregato tanto, ma non basta mai perché a volte penso che per una come me non ci sia proprio perdono, che la macchia del peccato sia indelebile, non si cancella. Ma il cappellano Don Cesare mi ha detto che del gravissimo peccato originale abbiamo avuto la redenzione, e che anch’io per la mia colpa forse ho espiato abbastanza.
Ma non mi convinco mai.
Devo pregare e fare penitenza ché non ce n’è mai abbastanza, per me.
Ma Don Cesare si arrabbia perché vado troppe volte a confessarmi e perché gli ho detto che dovrei mettermi il cilicio per espiare, che vorrei diventare tutta bianca e pulita da ogni peccato, cioè “monda” che è il contrario di “immonda”. Questa parola brutta una volta me l’ha detta il canonico Vincenzi, si è arrabbiato, mi ha detto pure che gli avevo rotto le scatole con le mie manie di purezza. Quel prete era uomo che la sapeva lunga e faceva delle prediche piene di storie complicate, però con me era cattivo e non capiva il mio bisogno di farmi perdonare dalla Madonna che è tutta purezza, luce e vede entro i cuori. Il canonico Vincenzi aveva dentro di sé solo forme scure e dure, squadrate cogli spigoli: a me è sembrato di vedere quelle cose nella sua testa mentre mi confessavo. Ma è successo tanti anni fa e io l’ho perdonato.
Ho perdonato persino lo zio Venanzio, che è tutto dire, che sarebbe anche la causa di tutto; però don Vincenzi diceva che c’avevo un po’ di colpa perché secondo lui avrò fatto la civetta fin da bambina e che non ero nemmeno tanto bambina se è avvenuto il fatto. Da bambina guardavo nella testa di zio Venanzio quando mi veniva vicino con la mano: vedevo delle robe rotonde grosse e unte, anche ruvide, spesse, che ruotavano dietro i suoi occhi e mi facevano tanta paura e mi paralizzavano. Le sue mani massicce si coloravano di grasso rosso di sangue, come i suoi pensieri che sembravano budella di maiale, mi avvolgevano come bisce rotolanti, mi strizzavano, mi schiacciavano come se io fossi la mia bambola Puppina.
Mi ha schiacciato tanto, ha commesso un peccato gravissimo, ma io l’ho perdonato lo stesso.
E io canto tanto la lode della Madonna che dice bella tu sei qual sole, ma mi piace ancora di più bianca più della luna, perché è così che me la vedo, anche se nella nicchia la Madonna di Lourdes non è tutta bianca ma anche un po’ azzurra. Le altre Madonne che ho visto, delle volte sono un po’ più colorate, e poi c’è una Madonna Addolorata in chiesa, a destra entrando, che mi fa un po’ paura perché ha sette coltelli lunghissimi infilati nel seno. Io non la guardo mai, giro la faccia, anche se Suor Clara mi ha spiegato tutto dei sette dolori della Santa Vergine.
Io non sono proprio più vergine da allora e avrei voluto, dopo il fatto, farmi suora, però non mi hanno voluto per via della colpa che c’ho.
Ho buttato nel pozzo il frutto della colpa.
Io espio e canto abbastanza bene, e vorrei cantare sempre quella lode, però mi fanno cantare anche lodi moderne che non mi piacciono perché ci capisco proprio poco di cosa dicono. Ma Don Cesare dice che canto “assai bene” e che devo usare il mio talento per celebrare ciò che vuole la Chiesa e che anche questa è una buona forma di espiazione.
Don Cesare mi capisce un po’ di più, però vedo dei pensieri suoi che sono come cubi, scatole incastrate anche se trasparenti, e si muovono in continuazione, e presentano altre facce, sembrano un gioco come un cubo Rubik che gira sempre.
Non ho ancora incontrato una persona con dei pensieri proprio “mondi”, cioè calmi e tranquilli. Io delle volte guardo Suor Clara dietro la fronte e le vedo strane giravolte, sarebbe a dire che vedo linee lente, ondulanti, marroni come il suo saio, che poi si mettono a fare dei soprassalti, a scuotersi mentre mi parla e diventano anche nere, e poi diventa tutto buio.
Ho visto solo una volta dentro la testa di Suora Rita, che sembrava scema e stava sempre zitta: questa qui me la vedevo come un mare profondo blu, solo un po’ agitato e dei pesci strani che ci saltavano dentro. Ma poi è morta di polmonite, poverina.
Non ho mai detto a nessuno di quello che vedo nella testa della gente, eccetto ad un dottore quando ero in quell’Istituto che non voglio nemmeno nominare.
Ero tanto giovane, tanto timida e sono stata imprudente. Ho parlato delle visioni, cioè di quello che mi appariva quando guardavo la fronte della gente. Il dottore mi ha tenuto là dentro più di un’ora ed era peggio di un poliziotto, e mi ha fatto tanto soffrire, mi ha tormentato, sembrava volesse piantami un coltello dentro il cervello. Io tutto questo poi lo vedevo benissimo: aveva delle spade affilate in testa che vibravano, sbattevano, luccicavano e facevano rumore agghiacciante che mi faceva tremare. Poi voleva ancora parlare con me di queste cose, e farmi delle interrogazioni, mi convocava spesso, mi ha dato delle pastiglie e io le ho buttate tutte via, alla fine gli l’ho detto che mi inventavo tutto perché ero matta.
E’ rimasto deluso, però.
Io ho guardato anche nella testina del frutto della colpa quando è nato, ed ho visto cose belle come pesche colorate e profumate, però ero io molto triste e spaventata e colpevole e dovevo fare quella cosa perché sono segnata così dal destino.
E adesso espio tanto, e canto:
Bella tu sei qual sole
Bianca più della luna…
Vedersi dentro
Elisa era come un’ampolla trasparente a sé, fiorita di virtù e dolori.
Lei diceva di vedersi dentro e che aveva cominciato a districarsi nel mare della sua interiorità quando colse un particolare della tavola centrale del dipinto di Hieronymus Bosch “Il trittico delle delizie”: questa scena diventò una scelta e una meta.
Faceva con la mano destra un segno circolare nell’aria alludendo a una sorta di sfera che aveva da essere cristallina. Alludeva al piccolo globo traslucido, nato da un fiore, che si trova nella pala centrale, a sinistra, in basso, ove due minuti amanti stanno vicini, accarezzandosi in un’intimità rara. Io sapevo di questo fiore, avevo pure contemplato a lungo il dipinto a Madrid, ma ricordavo che il fiore era partorito da un altro globo rosaceo sottoposto; da un foro circolare, sul fianco di questo, una faccina mirava stupita un sorcio nero situato in un breve cilindro vitreo. Una scena che mi aveva turbato nella sua enigmaticità.
Avevo cercato di esporre, con discrezione, ad Elisa le mie perplessità, ma essa scuoteva la testa e mi sorrideva, silente. Aggiunsi, una volta, l’altro dubbio cioè che quella rara atmosfera di perfezione era rappresentata da due amanti, mentre lei era sola. Essa mi rispondeva col suo apparente distacco che la rappresentazione è simbolica, e l’armonia interiore è un sottile equilibrio di due o più forze. Quindi riprendeva a descrivere il cerchio davanti a sé, anche sopra di sé, quasi aureola.
E un’aureola, un alone lo portava proprio intorno alla sua persona. Vitreo e cristallino come la sfera o il cilindro di Bosch: assai resistente ad un primo approccio esso diventava fragilissimo quando la marea delle emozioni prendeva corpo e forza.
Il primo “strato”, l’involucro difensivo di Elisa era quella di una donna coltissima, e cartesiana, convinta di essere, lei sola, capace di conoscersi a fondo, dotata di in una infallibile capacità percettiva e figurativa della propria interiorità. In quel suo stadio l’atteggiamento del corpo era rilassato, stava inclinata indietro, anche col capo, su di una sedia, i bei capelli castani e ricci che gravitavano verso terra, il braccio sinistro semi abbandonato a cavallo dello schienale, la mano destra in alto a disegnare cerchi, più cerchi. I suoi occhi azzurri, acquei per poco mi si posavano sul viso, poi volavano su, sui grafici mentali.
Quando tentavo di farle osservare che forse, (dicevo tanti forse, per delicatezza) la sua visione interiore non era del tutto completa, che tralasciava magari (dicevo anche: magari) qualche particolare della sua storia prossima, o lontana, quasi mi ghignava in faccia, con una certa durezza, e mi accusava di essere un “modesto” praticante di asimmetria epistemica. In genere, dopo la sua rivincita, smetteva di parlarmi e riprendeva a chinarsi sui suoi mirabolanti appunti che teneva in quaderni a quadretti blu, lindi, ordinati, vergati con una stilografica e con grafia da educanda o suora.
Non ne ebbi mai accesso; ne vidi ben sette, in bella fila nel suo scaffale, tutti blu, identici.
Affermava che i quaderni erano i suoi “strumenti”, una volta disse: Mia madre usava una pignatta e il mestolo per cucinare le verdure. Qui sopra cucino le mie riflessioni.
Un volta la vidi allontanare un quaderno con una mossa violenta, sul tavolo, quasi lo fece volare a terra, fece una smorfia dura. Tenne la mano sotto il mento per due minuti, poi scattò in piedi, si buttò addosso la giacca a vento ed uscì.
Per giorni ritornò al tavolo, alla solita ora, con un quaderno. Si sedeva, teneva le mani distese davanti a sé con le palme rivolte in basso. Non scriveva. Fissava il riquadro della finestra, le tende che velavano le piante, il giardino.
Stava guardandosi dentro.
Forse l’autoinganno o la presunzione, i muri eretti per difendersi, si stavano sgretolando ed Elisa iniziava a sentire la vicinanza del muso del sorcio, il suo fiato corrotto.
Vedeva tutto, forse, nel suo insieme, davvero.
Stava fissa, nemmeno un quaderno comparve, invece le lacrime scivolavano giù, sul suo golf inglese, fin sul tavolo, giorno dopo giorno.
Dopo tre settimane di fissità e angosce, una mattina arrivò in sala e dichiarò:
Vado a cercare Paolo dove l’ho perduto!
Presa la giacca, uscì di furia.
Non l’ho mai più rivista, purtroppo, né i suoi quaderni che con lei svanirono.
Stavo cercando dei contenitori inconsueti per piante e fiori.
Il tutto per la manifestazione “San Salvario ha un cuore verde” che si è tenuta nel mio quartiere, in Torino, ieri, in corso Marconi . I miei amici, amiche del TEART ed io abbiamo allestito una sorta di installazione con una rete metallica verde da recinzione di metallo plasticata in verde, l’abbiamo piazzata in forma di doppia spirale.
Avremmo voluto costruire un nastro di Moebius, con la rete, come simbolo di rigenerazione e riciclo continui e così l’avevamo progettata, però la maglia metallica non era abbastanza autoportante per cui abbiamo volto il progetto verso una sorta di ESSE o doppia spirale. A questa rete abbiamo fissato con legacci di rafia o spago di yuta vari ammenicoli, vecchi, arrugginiti, scarpe sfondate trovate presso cassonetti, roba che si butta in genere, usati quali contenitori di piantine e fiori.
Ho pensato un po’.
Cercavo tra i miei ricordi, immagini, qualche inconsueto contenitore da trasformare in portafiori. Mi è venuto in mente improvvisamente che in un vecchissimo baule verticale tedesco, già appartenuto a mio padre, che tengo nella cantina del mio studio, doveva esserci un elmetto tedesco della seconda guerra mondiale, trovato da me sul ciglio di una collina presso Montà d’Alba, vicino ad una cascinotta di amici, nel 1949, o giù di lì.
Andò così: stavamo, mio padre ed io, sulla cresta di un colle a guardare il bel panorama, tante vigne, alberi da frutto, paesi lontani, cielo vasto, quando, non so perché, ho cominciato a scalciare nella terra, e la punta del mio piede si incocciava in una cosa che sporgeva, una specie di protuberanza metallica emergente dalla terra.
Mio padre mi diceva di non fare polvere, però io gli indicai la strana cosa.
Lui si chinò, si abbassò con le mani sulle ginocchia a guardare il coso, il bordo metallico terroso, arrugginito. Toccò con le mani, smosse poi andò a cercare un pezzo di legno, un paletto per scavare.
Lui aveva capito cos’era.
Io lo guardavo curiosissimo e ansioso di scoprire nel suo tira e sbatti e smuovi condito da qualche imprecazione. Alla fine è venuto fuori il reperto: un elmetto tedesco, integro, senza più la fodera, pieno di terra, del colore di quella argilla gialla nostrana. L’oggetto mi stupiva, mi eccitava e mi faceva anche un po’ paura.
Mio padre lo mise in un giornale, poi l’avvolse in uno straccio, e se lo portò alla nostra macchina, lo ficcò nel baule. Poi disse: non scaviamo più che sotto potrebbe esserci il morto.
Il morto, uno scheletro di soldato tedesco, me lo vidi nella testa per anni e ancora adesso me lo figuro, là sotto sul ciglio della vigna.
Vado con l’immaginazione a tutti i racconti che ho ascoltato, ho letto sulla guerra partigiana, ai partigiani del mio paese che ho visto da infante volare su una Balilla armata di una mitragliatrice Fiat legata sul tetto, ad un sergente tedesco di nome Franz che mi prese in braccio e io che toccavo le bombe a mano infilate nel suo cinturone.
Insomma, qualche giorno fa ho ripescato il vecchio cimelio, che mio padre aveva riverniciato di un verde adeguato, in quel baule che sa terribilmente di muffa.
Ho preso dal balcone un cespo di margheritine che avevamo in un vaso e ce l’ho ficcate dentro: fanno una bella figura.
Mi sono, tra l’altro, ricordato che nel dopoguerra, quando tutto veniva riutilizzato, qualcuno piantava gerani o altro in vecchi elmetti.




