Stai sfogliando l'archivio mensile di aprile 2012.

da “Humbaba Huwawa”

“Allora  più in alto in quel verde teatro udiva vibrare nuovamente la terra, sentiva un fortissimo profumo di terra fertilissima, di tiepido latte e questo compariva in rigagnoli tra l’erba ed inondava i suoi piedi mentre una nuda madre grandissima color terracotta, con un gesto larghissimo, impediva ogni suo gesto ostile.
La madre ondeggiava, la madre avanzava, con passi lenti: stringevano le sue mani il seno, potentissime mammelle che sprizzavano latte a fiumi e questo colpiva loro astanti, li aspergeva nel volto, negli arti, inzuppava gli abiti, li rendeva morbidi e vinti, dimentichi e saggi, affascinati e sonnolenti. Cotesta regina recava serpenti in corte, che si muovevano vivaci e sciolti, due grandi civette le stavano a fianco e la ventilavano con le ali. Il suo volto era come di oro,  di prugna e di pesca, e nei suoi occhi profondi, potenti si poteva annegare senza rimpianti; di tra le sue cosce poderose emergeva la sua immensa, affocatissima vulva, come conchiglia purpurea, primigenia da cui promanavano profumi intensi che piegavano le erbe ed i cedri in un sonno dolcissimo.”

E’ appena uscito questo mio libriccino contenente un racconto lungo intitolato ad Humbaba o Huwawa.

Si narra la vicenda di un cinquantenne costretto a pensione anticipata, un uomo alla ricerca di un buon motivo per vivere.

Dallo stimolo di un’immagine curiosa, reperita per caso dell’antico demone mesopotamico Humbaba, custode della foresta dei cedri del Libano, il protagonista intraprende un viaggio verso il medio Oriente. Un itinerario alla scoperta di angoli antichi delle civiltà mediterranee, e spazi reconditi nella propria mente, o selva interiore, percorrendo sentieri montuosi tra personaggi arcaici, appartenenti al mito, simboli allegorici e reliquie di recenti guerre.

Così inizia la storia:

“L’uomo allungò la mano alla sua destra, lentamente, quasi con cautela per prendere sul duro sedile di plastica arancione un foglio con un bordo leggermente strappato. Lo tenne con due dita, con una certa circospezione, ma la curiosità e la mancanza di un giornale, un libro lo avevano spinto al gesto.

Pareva un foglio di rivista, poi si accorse che forse era una pagina impressa di recente da una stampante: era stata ricavata da un sito storico, heritage /images, qualcosa di questo genere, sul retro era bianca, sul fronte campeggiava un immagine curiosa in bianco e nero, una testa mostruosa che, dopo alcuni secondi di osservazione, fu colpita da due gocce che piovvero dal colletto della sua giacca blu di goretex.

Allora l’uomo riposta la carta dove l’aveva trovata, si alzò dal sedile, si riguardò intorno piuttosto rattristato, sospirò e cercò di scuotersi di dosso, ancora una volta, l’acqua che troppo abbondante aveva accumulato. L’unica presente nella piccola sala d’aspetto, una donna con fazzolettone in capo, ombrello e voluminosa sporta in grembo gli parlò dalla distanza di circa tre metri: “Che razza di primavera, che roba, non se ne può più di acqua…”. L’uomo girò la testa verso di lei, la guardò, la fissò di sotto in su severamente, disse un: “Già!” sonoro e tornò a sedersi, rivoltandole le spalle.

Riprese il foglio tra le mani, arricciò il naso, aggrottò la fronte, scrutò la figura, quella brutta faccia dagli occhi cavi che pareva di bronzo, forse di argilla, di chissà cosa. Si dedicò a leggere il testo inglese che stava a fianco: risultava essere un reperto archeologico del British Museum, una maschera in terracotta scavata a Sippar, Mesopotamia, southern Iraq, presumibilmente eseguita tra il 1600 e il 1800 a.C. Gli era parso a tutta prima un mascherone azteco o maya; cose che non amava, quasi detestava, che gli incutevano fastidio, gli provocavano disagio mentale, forse paura. Invece risultava proveniente da area sumera/babilonese: questo gli rendeva il reperto più domestico, per quanto avesse del terribile…

Cera una volta uno, ben più di centanni fa,
che aveva negozio a Lyon
di colori ed articoli vari per le arti belle
portava il nome di Sebastien Giraud,
la bottega sua dal padre l’aveva ereditata
ed aveva rispettabile clientela,
si piccava di avere ogni cosa e novità lui,
nessun colore o tintura gli mancava,
non v’era mazzuolino, scalpello o raschietto,
spatola o mestichino, tavolozza,pestello, scodellino,
che fosse prodotto in Francia, in Italia o Angleterra,
che lui non avesse ben schedato e collocato
nelle varie sue scansie o armadi, lucidi e ordinati,
pennelli di martora o ermellino, di bue e di sanglier,
e piatti o rotondi o ovoidali, a coda di gatto, a ventaglio,
o quelli in pelo di tasso per sfumare.
Per non dire dei colori che teneva a migliaia in tubetti,
scatole, barattoli, cilindri, ampolle e vasi scintillanti,
in polvere liquidi o pastosi, a tempera ad acquerello,
e all’olio finalmente ove invero si gloriava
di avere il massimo assortimento
che in Francia si trovasse, fuori di Parigi,
ove soltanto quei tali Lefebvre-Foinet
si vantavano di avere più di lui,
là, su quel cantone di via Brèa, a Montparnasse.
Sebastièn nel suo camicione ben netto in ocra pallida,
troneggiava, tout le temp, dietro al bancone per servire
preferibilmente i pittori per cui nutriva singolari sentimenti,
che raramente stimava, eccetto quelli che filavano sull’onda,
e ormai mandavano soltanto garzoni da nulla a rifornirsi,
con lunghe sfilze di numeri, articoli e soggetti.
Ma non c’era soddisfazione:
a lui piaceva ficcare il naso
nelle vite di certi pittorelli disastrati,
dai panni sporchi e rivoltati, e sottilmente invidiava.
Si arricciava il baffo appoggiava il gomito sul banco,
si piegava verso il povero pittore ed indagava, chiedeva,
si informava di donne, luoghi, cibi, osterie da lui mai frequentate,
locali fumosi, bordelli, liti, asti e rancori, rivalità remote,
e di viaggi al Sud, di sole e mari, e Spagna e Italia,
per non dire di piagge levantine e minareti,
odalische, le soleil du Levant e le mystère de Palestine.
La sua fronte tutta si agrottava, gli occhi brillavano
e tutto beveva di storie anche maledette o forse fandonie
ammanite da un furbastro che sapeva le sue debolezze
e ci ricavava un bello sconto, sicuramente.
Quella fauna, spesso avvolta in panni sudici o smangiati,
di moneta non lo arrichiva, ma lui ci si divertiva,
ché il resto del giorno e della notte era diviso tra noiosi fornitori
un padre ed una madre avidi, lamentosi e sciocchi commessi.

( si spera continui…)

     C’era una volta un bambino  che si chiamava Pasquale perché era nato il giorno di Pasqua, cioè suo padre disse: va bene così, pure sua madre. Però non lo festeggiavano affatto al giorno del suo onomastico perché il troppo stroppia, come dice l’antica scemenza. Anche sua sorella Natalina e il cugino Natale non li festeggiavano per  lo stesso motivo.

Perciò in paese nacque il sospetto che in quella famiglia fossero avari, ma erano anche piuttosto poveri.

Quando andò alle scuole Pasquale seppe da un compagno istruito assai che esisteva pure un isola, in luogo lontanissimo, che si chiamava: di Pasqua.

Da quel momento Pasquale fu preso da un amor simatico sviscerato per quell’isola sperduta, per cui andò, tutto timido, nel palazzotto della vecchia maestra Armida Rospigliosi De Sonnaz a cui sua madre faceva da serva e le chiese, scusandosi mille volte, se avesse mai per caso ne la sua riverita biblioteca fornitissima n’Atlante ‘n dove ci fosse l’isola di Pasqua che portava il nome come c’aveva lui anche.

Al che la nobildonna arcigna gli fece notare alcuni strafalcioni di grammatica che aveva fatto nell’esprimersi, quindi, dopo avergli mollato un affettuoso scappellotto lo condusse in un sala grande tutta legnosa e profumata di straordinario anticume, stipata di mille e stramille libri, volumi, tomi, testi, opuscoli, messali, codici, libelli, e cartelle di ogni genere, peso e forma.

Esso Pasqualino fu preso da grande magia ‘n mezzo a quei maestosi scaffali istoriati dagli spigoli scolpiti; la luce fioca filtrante appena dai tendaggi giallini sfiorava i dorsi dei libri, illuminava il polverio finissimo che si sollevava ad ogni suo passo e lo faceva sentire in luogo assai più sacro che in parrocchia.

Estatico, non respirava quasi più.

La maestra batté due colpetti del suo bastoncino sulle assi del palchetto per risvegliarlo, poi col medesimo oggetto gli additò due colonne di scansie, ove erano stipati i libri di geografia, nonché atlanti, mappe, cabrei, rotoli di portolani pergamenacei. Gli permise di cercare quanto voleva ma lo ammonì ché si guardasse dal rovinare alcunché, e di rimettere poi tutto al suo posto secondo l’ordine prestabilito dal defunto conte Attilio Rospigliosi, suo padre.

Lasciato solo Pasqualino salì su di una scaletta e cominciò a scartabellare, sfogliare, impolverandosi come un tarlo, e sudava pe’l peso dei tomi, la polvere lo faceva piangere, saliva e scendeva dallo scalotto per posare i libri su di un tavolo. Dopo un‘ora pareva ora un bel bamboccio di segatura.

Ma trovò infine un magnifico Atlante antico con diario di viaggio di un navigatore inglese dove ci stavano ben effigiate varie isole sperse nell’enorme oceano Pacifico.

Stregato dalla minuzia delle mappe e dalle immagini dei selvaggi isolani, nonché dalla stranezza delle loro statue, fu preso da una improvvisa frenesia che l’indusse a strappare due pagine dal volumone e se le cacciò nei calzoni. Quindi cercò di rimette tutti i libri al medesimo posto, con gran sforzo.

Dopo circa un’ora riandò dalla mamma che trafficava nella vetusta cucina della contessa e le disse che aveva visto tante isole belle, ed aveva messo tutto in ordine, proprio tutto. La nobildonna l’udì dalla sua poltrona in salotto e lo convocò, lo squadrò ben bene e lo redarguì perché non era andato subito a congedarsi da lei; gli disse di rinettarsi di dovere ché lei non voleva vedere scolari in disordine. Però gli disse anche che aveva degli occhi intelligenti, il che fu buona cosa per Pasqualino.

Poiché era vicino il suo onomastico pasquale, il piccolo, arrivato a casa, si recò subito nel pollaio ove sottrasse alcune uova che si portò in una vecchia stanzaccia, ove si depositavano zappe, pale, badili, tridenti, vanghe, picconi.

Su di una cassa depose le uova, poi corse a prender la sua cartella, strappò alcune pagine a quadretti da un quaderno e vi fece sopra con le matite colorate alcune piccole belle copie della mappa autentica dell’isola di Pasqua, poi le ritagliò lungo i bordi, e preparata una pappetta con farina le appiccicò sulle uova. Non ancora contento le istoriò di piccolissimi indigeni pagani ed idolatri armati di lance.

Pasqualino nascose le più belle quattro uova per far festa il giorno di Pasqua con tutta la famiglia.

E tra scampanate a festa e rondini svolazzanti arrivò la Pasqua, e il tavolo ben preparato e i vestiti della festa.

Pasquale arrivò a tavola con un piatto coperto da un pezzo di giornale e disse:

Qui c’è ‘n vero regalo pasquale per tutta la famiglia. Ecco!

Il padre e la madre strabuzzarono gli occhi quando il singolare dono celato si scoprì.

Il padre, fissò le uova e alzò le braccia di brutto, al cielo:

Ma guarda cos’hai fatto, orcamiseria, ma guarda che schifezza di sporcare e sprecare, impiastricciare uova così, ma sei diventato matto! Adesso non si possono nemmeno mangiare più, brutto ‘gnorante cretino!

La madre si cacciò le mani in testa ed esclamò:

Ecco dove erano finite quelle sei uova che mi mancavano! Brutto mostro ladro, e io che mi pensavo già ai ladri! E io che ti ho portato anche dalla signora contessa! Sei un ladruncolo, altro che “occhi intelligenti” della contessa! Te ti ho visto che già ti insuperbivi tutto tra i libri e i complimenti! Ma guarda che Pasqua mi deve far passare a ‘sta povera madre che suda come ‘na schiava….

Pasquale fuggì da tavola spaventato e tristissimo con le sue uova.

E non mangiò fino all’indomani perché c’aveva lo stomaco a tre nodi.

Lasciò poi le quattro uova sperse in un campo che se le mangiassero gli uccelli dell’aria. Le altre due se le succhiò per ristorarsi.

E  fu quasi contento di ritornare a scuola ‘ndove andava benissimo in geografia, storia e sapeva tutto di popoli antichi e selvaggi, anche.

Quando finì le elementari tra lo stupore di tutti fu promosso benissimo, per cui la signora maestra contessa lo convocò e gli disse:

Come io pronosticai ed auspicai, dimostrasti coi fatti di essere intelligente, e meritevole di buoni voti. Ora, dimmi, cosa vorrai fare da grande?

Pasqualino tutto pettoruto rispose:

Signora maestra contessa, io da grande voglio fare il cartografo, e disegnare mille carte,  e poi col ricavato andare nell’isola di Pasqua dove c’è ‘na scrittura antichissima, fatta tutta di figurine strane così e così, che nessuno l’ha decifrata mai!  È sicuro che io la decifrerò, poi andrò sulla testa di uno di quei giganti mohai e di là guarderò tutto il mondo e l’oceano e le isole lontane e il cielo grandissimo sopra il Pacifico….

 

( in alto: oggetto rituale con iscrizione in lingua pasquana “rongorongo”)

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