Stai sfogliando l'archivio mensile di gennaio 2012.

‘na volta delle volte, tanto tempo fa, si festeggiavano i santi in giro per quest’Italia. E’ che questi santi, per i poveretti, sostituivano quelli che erano stati gli dei italici pagani, cioè i numi protettori di una civiltà agropastorale.

E chi andava a raccomandarsi da San Rocco, per la paura della peste, chi da Santa Rita per paura del marito cattivo, chi da Sant’Antoni per qualche sua malattia, chi da San Bastiàn, che non so chi proteggesse o di che fosse patrono.

Però ‘sto San Sebastiano, ricordato oggi nel calendario tradizionale, in Italia, era molto venerato e festeggiato; per le campagne, si trovavano talvolta dei piloni a lui dedicati, in giro per il paese c’erano e ci sono tante chiese illustri al detto santo martire intitolate.

A Roma, presso la via Appia, esistono le famose, antiche catacombe di San Sebastiano che sono interessantissime e finemente decorate, ove pare che sto’ benedettuomo martire fosse sepolto dopo circa due esecuzioni capitali: ‘na volta lo trafissero tutto di frecce, ma sopravvissuto venne poi fatto sbranare da belve varie et cetera…

E poi: dice che al mio paese c’era un detto: sant’Antoni, san Bastiàn, sant’Agnese a l’indumàn. Però si dimenticavano che tra sant’Antoni e san Bastiàn, che sarebbe oggi, c’era san Mario da festeggiare ieri, tanto per dire. E per oggi si diceva ‘n altro proverbio: San Bastiàn la vioulett’a ‘n màn, che tradotto vorrebbe dire che a San Sebastiano ci si aspettava le prime viole, preannuncio di primavera.

A volte succedeva. Il mese scorso ho visto due violette belle nel mio orto, però.

il dipinto di sopra è un San Sebastiano di Gerrit Van Honthorst, insigne, gran e pittore fiammingo dei primi del’600, detto qui Gherardo delle Notti, di fianco una vista delle catacombe di San Sebastiano.

  

  E’ che stanotte mi sono svegliato tutto sudato, marcio ché mi ero fatto un sogno non d’angoscia, ma orrendo lo stesso, cioè ebbi una di quelle apparizioni diaboliche, nefaste e trafiggenti che ti struggono le interiora, ovvero los cojones, in una brodaglia infernale infuocata di peci e lapilli e fumi venenosi.

Cioè, quasi per una prosecuzione della nemesi, mi è apparsa, illuminata da un faro posterizzante e stravolgente, la mirabile visione  di parte della eccellentissima famiglia Ecclestone, che sorgeva, si stagliava ed emergeva da un muro di Corso Marconi, proprio quel maledetto muro della ex direzione FIAT, ‘n dove comparve la scritta cubitale di Rasputin.

Penso che su quelle muraglie ci sia ‘na maledizione, anzi non so più cosa pensare.

Magari pensa bene chi pensa ultimo, o non pensa affatto.

Sul libro mio e di Massimo Scaglione dedicato al nostro Borgo San Salvario in Torino (uscito poco più di un mese fa) ho narrato anche questo episodio che da piccolo mi colpì molto, anzi mi sconvolse di riflesso, perché era un bravo bambino di chiesa e catechismi. E l’ho riferito così:

Giriamo intorno al primo degli ex palazzi FIAT di corso Marconi inaugurato nel 1950 dove troviamo l’amico Gino che ci tiene a narrare un episodio singolare :

Pochi giorni dopo l’inaugurazione di questi mostri, sui nuovissimi muri pallidi di nostalgie del ventennio e del travertino comparve una scritta cubitale, tracciata con il catrame, alta almeno un metro e più, così:

IL PAPA È L’OMBRA DI RASPUTIN

probabilmente vergata da qualche anarchico. Questa iscrizione blasfema fece inorridire i borghesi, piccoli e grandi, i clericali e non solo: erano anni caldi per i fermenti sociali, la fine degli anni ’50, i tempi di Papa Pacelli, con la “Madonna Pellegrina” che veniva portata in processione per il borgo in funzione anticomunista. La direzione FIAT, cioè Valletta in persona, convocò immediatamente un’impresa specializzata per pulire i rivestimenti dell’imbratto nero.

Non vi dico il trambusto, le dicerie, le spiate, i pettegolezzi, la gente che si fermava a guardare ‘sti operai che cercavano di cancellare l”epigrafe”…Ce ne misero tanti di giorni di lavoro: la catramina era ben penetrata…anche nella testa dei sansalvariesi, però….

Oro, Vincenzo & Birra

   C’erano, ‘na volta ni nun paese della Rabia, cioè che sarebbe un posto grande da sperdersi e pieno di sabbia ardente e di emiri, che sarebbono ricconi scecchi co’ la testa tutta fasciata da ‘n turbande, tre cammarieri nostri che facevano da ‘n bel po’ ‘sto lavoro sudando ottanta camice perché faceva ‘n caldo ‘nfernale, là, si sa. E servivano vivande, lavavano tremila piatti, vasi, scodelle, vassoi e pulivano le stanze, lucidano manniglie e portavano i cammelli a pisciare, ch’è ‘na roba rischiosa assai perché ‘sti animali so’ inaffidabili nel pisciare che va di qua e di là ‘sto liquido sozzo e t’inzzachera magari il pantalone che poi il capo eunuco cioè il castratone con quella su’ vocina del cazzo ti fa ‘na ramanzina pazzesca.

Ecco.

Era un lavoro durissimo per ‘sti poveri sballestrati nel palazzo d’un miro cornutazzo proprio perché stava pure sposato con settanta femmene per non parlare de le dalische che si facevano lavar pure i piedi nella tinozza d’oro, d’argento e d’arcobaleno e pure pretendevano massaggi, senza supplemento, però.

Appunto uno di cotesti raminghi era chiamato Oro perché sempre portava ‘sta tinozza d’oro, l’altro siccome c’aveva l’incarico de versare orci di birra per il cornutazzo era appellato Birra, l’altro che lavava i pavimenti era Vincenzo e basta. Tanto fa ‘sta disoccupazione impellente ch’erano tutti e tre finiti là dall’Italia loro, governata da n’imperatore assai brutto ed avido, ahimè.

Ad un certo punto questi se riunirono ‘na notte e siccome non ne potevano proprio più decisero di fregarsi tre cammelli e sparire nella notte fonda desertica & rabica, scopo fuga dalla corte del cornutazzo con malloppo, ovvero co n’otre di birra, la tinozza (che poi era d’ottone, porcamiseria) e ‘na bricolla di sicarette buone profumate di canna d’India.

E cammina cammina e scalpita, e vai che ti dico, come matti pe’ ‘sto deserto infame che temevano l’inseguimento del castratone e de’ suoi scherani, fatto sta che riuscirono a scamellarsela in un posto ‘n dove ci stava n’oasi fresca fresca co’ palmizi di datteri assai e varie frutta non male, ove si fecero tre canne gigantesche e ‘na dormita pazzesca poi.

Quando furono svegli se caricarono un sacco di datteri, scopo alimentare, e se ne partirono verso occidente, o dove capita, magari ‘n cerca d’un padrone megliore o di femmene ricche, possidenti con cui accasarsi e farsi mantenere dopo tanta fatica schifosa e poco reddito. Oh!

Ma dopo aver camminato ‘na settimana pel deserto inospitale, che pure i cammelli erano incazzati neri, arrivarono stanchi morti nei pressi d’un paesino rupestre, ch’era quasi notte, e ‘n ci vedono mica che s’era posata ‘na stella, tipo lanterna, sopra ‘na grotta da pecore o ovile, tutta ‘ngrovigliata de rami e puzzolente.

E Vincenzo, visto sto panorama brullo, a quel punto esclamò:

Ahò! Che brutto posto, meno male che non si paga la luce ca la stella illumina tutto!

E i tre, ordunque, legati i cammelli si cacciorno, alla malaparata, scopo meritato riposo, laddentro. Ma non ti vedono mica ‘n fondo de ‘sta miserrima grotta ‘na famigliola de poveretti, peggio di loro co n’un bambino piccino molto neonato drento la mangiatoia come culla, ‘na madre bella e lacremosa e come padre ‘n falegnamme disoccupato cronico

Cazzo! – disse Birra – questi so’ poveracci veramente! Avete fame ordunque!? E magnate qua dal sacco che ci stanno ‘n quintale de datteri e pure qualche bricoccola!

A quel punto il bambinello piccinello che c’aveva du’ occhi ‘ntelligenti fa:

Ringrazio vivamente de le cortesie e misericordie vostre! Ma non cominciamo a dire parolacce qui dentro che se no lo dico a San Pietro che vi scomunica!

Aaaah! – Fece Oro – Certo si vede che lei signorino è ben educato! Ma chi cazzo sarebbe ‘sto Sanpietro? N’ pesce? Cioè io ci comunicherei con esso, invece, scopo delucidazioni sul caso…

A quel punto però interruppe la conversazione ‘l falegnamme borbottando ‘n maniera strana: Ka mme pare ka d’st’orciuolu ka tenite yu sient n’oddore boooonu, se potess’ assacciari???

La madre lacremosa fa: Giusè, Giusè e sempre a bbeve penzi, te, e gnente laborare!

Il figlio prodigio, che con sette giorni d’età già dissertava, tutto saputello, fece: O Madre mia eccellentissima, io cotesto padre mio lo disconosco, ché non procura nè pane né cibo alcuno! Oramai già so che dovrò moltiplicarmelo da solo, il pane e pure il companatico!

Insomma era ‘na scena famigliare di lite quasi penosa per cui i tre stanchi decisero d’andarsene per non assistervi più e riposarsi la capa ‘nzonnolita.

Però, nel mentre che quelli disonorevolmente si leticavano, arrivarono all’entrata de la grotta ‘na frotta di pastori ‘ncazzatissimi parenti de la famigliola, guidati da un brutto capo, detto Sanpietro, che presero a botte co’ le loro mazze i tre disgraziati, poi costretti a fuggire nella notte tempestosa e non se ne seppe più niente.

Eccetto che il bambinello prodigio co’ aria profetica pronunziò ‘ste sante parole: O Pietro, Pietro, stai accorto, poiché ieri io t’ho insegnato a leggere e scrivere! E nei sacri testi tu vergherai che vennero ad omaggiarmi nella notte buia tre Re Magi provenienti dal lontano Oriente, recando con sé splendidi doni che qui vedi, e che sono oro, incenso e mirra.

Scusi Maestro esimio – osò interloquire quel fetente di Sanpietro – Ma quei miserabili lasciarono qui solo ‘na bacinella di ottone, ‘na stecca di sicarette drogate e ‘na damigianetta di birra, ch’è mezza vuota ora che Giusè se n’è scolati due litri. I cammelli che ci servivano, se li sono portati, invece!

Taci ordunque, o discepolo impertinente! – esclamò il piccirillo – Un giorno tu mi tradirai! Brutto scarafone! Per intanto obbedisci agli ordini, e scrivi! Ché i buoni cristiani necessitano di santi e decorosi esempi e non delle tue dozzinali memorie….

Scusi Eminenza reverendissima – rispose Sanpietro – Vergherò coteste righe secondo i vostri sacrosanti ordini… E come devo nominare quei tre balordi?

In verità ti dico – rispose il santo piccirillo – Che li nominerai come Gaspare, Melchiorre e Baldassarre che son nomi altisonanti e fan proprio ‘na bella figura, sì. Ed ora vai, alzati e cammina, vai a spargere la buona novella, E, intanto, spegni ‘sta stella qui di sopra che m’ha rotto assai ed ora c’ho sonno….

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