Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2011.


     C’era ‘na volta San Silvestro, che siccome era ancora un gatto si chiamava solo Silvestro. ‘Sto gatto benedetto quand’era solo ‘n micetto sozzetto era stato raccattato ni n’una via di un suburbio di Roma dall’imperatore Eliogabalo, che ci piacevano assai i gatti, e mentre passava in quella viuzza ‘n dove era andato co’ suoi pretoriani a far torturare e po’ sgozzare uno schiavo fuggito, fu preso a pena e commozione nel vedere sotto ‘na carretta ‘sta bestiola ch’avrà avuto sì e no tre mesi.

Esso imperadore ci disse ai feroci militi:

Orsù dunque, miei prodi, raccogliete quel povero micino, ch’esso parmi la reincarnazione del povero micio mio amico dell’infanzia, denominato Sublicius, già. Per cui prendetelo su con calma, ficcatelo in un mantello caldo e recatelo presso di me a palazzo. E poiché parmi un gatto silvatico, meo motu proprio et mea maxima voluntate, lo denominerò Silvester! Amen.

Il detto micio Silvester fu ‘nvoltolato e menato ni n’una bella stanza imperiale n’dove però c’era pure, ni n’una gabbietta d’oro, un canarino giallo di merda detto Tuittus che scassava la minchia tutto il dì con certi suoi squittii infernali, in più presso la porta stava un molosso gigantesco schifoso di nome Hercules che ruggiva come ‘n leone ‘nferocito. Fatto sta ed è che ‘ sto povero gatto ebbe ‘n’imprinting non materno, ma imperiale e disturbante assai, nel senso che ‘sto Eliogabalo, folle maniaco ‘sassino ossesso, gli ficcava sotto il naso ‘l canarino Tuittus e poi gli urlava: Magnalo, Magnalo! E poi gli lo levava di scatto, indi per confortalo sussuravagli: Se non lo magni tu, ti facci magnare da Hercules, brutto gattone del cazzo, spelacchiato del mio cuor!

E aizzavagli contro il feroce suo animalo grosso come un toro.

Insomma, Silvester dopo tre anni de ‘sta vita malediceva il giorno che l’imperadore l’aveva “salvato” che era meglio fosse crepato sotto la carretta. Però la dea Fortuna dei gatti ci intervenne facendo fare a pezzi da ‘n pretoriano ‘nfedele ‘sto sovrano crudelissimo. Per cui esso micio potè, nella confusione susseguente, sgattaiolarsene per ‘na finestra verso un vicolo oscuro limitrofo.

Però per Roma, in quei giorni, c’era un casino ‘nfernale per via di rivolte, ‘ncendi e scassamenti vari infiniti, laonde Silvester, mezzo ‘mperfumato de fumo, scappò ‘n verso la via Appia sperando nella buona sorte, che non ci fu. Infatti lo accalappiò ‘n clandestino ch’era un prete cristiano co’ la gran voglia di divorarselo a cena. Ma Silvester ci fece du’ occhi tanto dolci che quello s’impietosì, si fa per dire e lo chiuse ni n’un pollaio co’ tre brutti uccellini gialli che facevano tuit tuit tuitt ad ogni ora, anzi sbertucciavano pure; perdipiù davanti al pollaio stava ‘na cuccia con un terribile cagnazzone grigio denominato Polifemo, ch’era peggio de l’inferno incarnato.

Porca Eva! – esclamò allora Silvester chiagnendo miseramente.

Sennonchè nell’udir i suoi miagolii disperati accorse ‘na schiava ebbrea detta Eva, tanto misericordiosa, che ci disse: Lascia star Eva, povera donna! E se vuoi scampare da questo tiranno cristiano, che mi fai tanta compassione io ti farò ‘na vera grande malia giudea che ti trasformerò, essendo io (sotto sotto) ‘na maga samritana, ni n’un prete cristiano, che ti dico io, loro faranno fortuna assai i prossimi anni…!

Detto fatto il gatto Silvester si trovò tutto umano di colpo, co ‘na corporatura ammodo, ‘na faccia assai seria e ‘no vestimento colorito e decorato da ruffiano che non vi dico.

Siccome poi i casini cogli imperadori proseguirono per tanti anni, in periferia Silvester, con ‘na sua bella parlantina faceva discorsi assai eloquenti e cristianissimi in giro per l’Italia ‘n dove predicava il perdono de peccati e tante belle cose, e però pure che i canarini erano bestie da escludere dalle sacre funzioni e pure i cagnazzi fuori dalle chiese e dalle palle, anzi dategli bastonate.

E passaron di anni tanti che ci arrivò poi Costantino Magno imperadore; e Silvester, ch’era assai stimato, nel frattempo i cristiani l’avevano fatto papa di Roma e stava benissimo, anzi faceva pure dei prodigi tanto che l’imperadore ci disse:

Io e te dovemo venire a patti, o esimio episcopo mio, scopo governo e traffichini vari, che io ti faccio ‘na basilica splendida ‘n Vaticano che te la sogni e tu mi dai autorizzazioni, benedizioni varie e via dicendo!

Vabbè – disse papa Silvestro.

E che è, e che non è, anche per il fatto medesimo, ‘sto papa divenne famosissimo, ma tanto, che quando morì felice e contento, ci fecero ‘na bella tomba cristiana monumentale su cui ci incisero due belli uccellini gialli scopo decorativo.

scritto pel giorno di San Silvestro. 31.12.2011

         C’era ‘na volta ‘n babbo Natale che però non si chiamava Natale ma babbo Stefano Protomartire e pure babbo Giovanni Vangelista che si festeggia normalmente il 27 dicembre per cui c’aveva ‘na sorta di psico spostamento di giorno natale che gli doleva fin dalla nascita. Ma siccome per campare, e per mestiere ereditario, faceva il babbo Natale lo stesso, s’era adattato alla missione.

Ma un giorno di Natale alcuni anni fa ci venne un urto interiore, o onta, che lo fece ribellare alle tradizionali direttive corporative cosicché si recò dal babbo Natale in capo che c’aveva mill’anni e ‘na barba che era lunga da lì alla costellazione di Andromeda, e ci disse così:

“Scusi se dico, capo, ma io ci vorrei portare i soliti cosi del cazzo, i doni, ai bambini i due giorni seguenti, cioè il 26 e il 27 dicembre scopo coerenza ed onestà intellettuale…”

Il capo lo squadrò di brutto assai, gli tirò ‘na terribile barbata in faccia e lo espunse dall’elenco dei babbi natali, facendolo precipitare a terra dalla nuvola ‘n dove stava da ‘n bel po’ di anni.

Si trovò, così, tutto ‘nfangato in mezzo a ‘na strada schifosa d’una periferia urbana europea, la sera di Natale, sempre co’ ‘sto costume rosso sbrindellato addosso; ‘na banda di fetenti vagabondi lo presero a sassate insultandolo pure come babbo Natale ‘mbriacone e stracomunitario per via che c’aveva la faccia tutta nera di palta. Babbo Stefano Protomartire Giovanni Vangelista s’accorse così che non era neppure babbo a nessuno e figlio di puttana, sì, forse, perché di madre ignota, ché lassù nessuno sapeva di madri salvo la Madonna che quella non si tocca, si sa.

Così nella notte gli venne ‘n pianto così terribile e esondante che tutta la strada ‘n dove si trovava divenne un torrente impetuoso che trascinava via la roba tutta, pure le macchine e i pali stradali, perché il pianto di un babbo Stefano e Giovanni fa molti danni (come diceva anche l’antico proverbio). Fatto sta ed è che sto poveretto s’imbarcò su ‘na carcassa che se ‘andava lì nei pressi per la corrente travolgente, e pe’l dolore dell’abbandono s’addormentò cullato dal moto delle velocissime onde scorrenti.

E si destò dopo un bel po’, tipo n’anno e mezzo, sulle spiagge di un continente lontanissimo presso ‘n oceano strano dove ‘na balena ci fece ‘n pernacchio poi ci disse: “Cazzo fai così vestito da buffone? Sei forse ‘n pescatore di cozze finlandese?”

Già il fatto che la balena non l’avesse preso pe ‘n babbo Natale lo riconsolò e lui rispose: “So ‘n povero desgraziato figlio a nessuno, non tengo risorsa alcuna e mi chiamo Stefano e Giovanni…”

La balena impietosita oltremodo ci disse: “Caro sbrindellone mio, sàleme ‘n coppa! Che ti porto qua vicino chez Madame la Befane che tiene ‘n’osteria per i marinai defunti e persi ne le bufere tempestose dei mari australi, accossì magari ti consoli!”

E salito ‘n groppa a la balena se ne vennero ambedue presso ‘n’altra riva ‘n dove ci stava un bungalow favoloso co’ bar dietro il cui bancone si scorgeva ‘na brunazza arzilla, co ‘n paio d’occhi sfavillanti parecchio, ‘na loquela spassosa, e co ‘n profilo curvilineo d’anfora greca che ‘n te faceva alluminare l’immaginazione e non solo.

E così la balena presentò ‘sto povero desperado a la Madame la Befane e poi se n’andò fischiettando. I due si piacquero assai e combinarono ‘n business che non rendeva niente, tanto i marinai defunti non tenevano portafoglio e poi sparivano, però c’era da divertirsi assai, anche per via del clima ch’era temperatissimo e delle vicinanze carnali co’ ‘sta stratosferica Befane. Anche il rhum spariva presto però babbo Stefano Giovanni sapeva fare ancora dei miracoletti tipo regali di Natale per cui la riserva dell’osteria come finiva si ricolmava.

Insomma, e però, Stefano Giovanni c’aveva ‘sto fatto dentro che si sentiva ancora la parola “babbo” ammulinare nella mente come una promessa scaduta e mai esaudita.

Così ci fece alla egregia Madame ‘na proposta scopo filiazione e propagazione della specie. La Befane che poi, come secondo nome, faceva Marianna acconsentì di ottimo grado per cui si dettero da fare parecchio nel tempo seguente ed essa ci mise alla luce di quello strano mondo tre figlioli che furono denominati Bertoldino, Nunziella & Speranziella.

A ‘sti bei fagottini ci fecero da madrine e padrini, capodogli, balene e foche, quindi la ben avviata ditta matepaterna acquisì il nome di “Premiata Osteria della Befana, del Protomartire & Sons” ‘n dove, ancor oggi, se vi va di navigare co ‘la mente potete andare a sorbire ‘na birra, un rhum, pure n’orzata ed anche latte d’orca freschissimo, omaggio del popolo marino.

Qua, a Torino, c’è un Museo, non lontano da me, nel mio quartiere, ch’è poco conosciuto.

E’ stato reinaugurato pochi anni fa: è il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso ove si possono studiare ed ammirare pezzi interessantissimi, tra  arredi antichi  e cimeli, opere d’Arte di carcerati ed alienati, corpi di reato, lo studio ricostruito di Cesare Lombroso, una fornita biblioteca e sono visibili alcuni filmati storici interessantissimi.

Materia per studiosi e curiosi degli aspetti tragici o strani dell’umanità, anche per scrittori di noirs e non.

fuckin' christmas

      Nell’anno 2010 avevo molto lavorato di pennino, pennello ed impaginazione pubblicando il libro illustrato “Torino, camminando di qua e di là dal Po” creato con Anna M.Borgna ed altre tre mie amiche e colleghe, provette acquerelliste.

Nei primi giorno del 2011 il medesimo editore Giachino della GRAPHOT- Spoonriver di Torino, mi ha proposto di scrivere un libro, con Massimo Scaglione, per la loro collana dedicata ai quartieri di Torino, ormai quasi completata, sul mio quartiere torinese di San Salvario: rione diventato famigerato in Italia, alla metà degli anni ’90, perché approdo di tanti immigrati designati quali “extracomunitari” a cui venivano attribuite ogni sorta di malefatte. Rione insicuro, pericolosissimo secondo alcuni giornali che spedivano qui i loro inviati speciali per ritrarre soltanto senegalesi, nigeriani sdraiati a terra, marocchini ubriachi, peruani e bengalesi vaganti, pantere della polizia, nonché ad intervistare cittadini “benpensanti” ed assai scontenti, se non furenti per il cambiamento in corso.

Di fatto gli amministratori del Comune di Torino, in un primo tempo, non si presero tanto a cuore la faccenda e sottovalutarono lo scadimento della vita quotidiana in questo quartiere.

L’allarme diventò rovente intorno al 1995.

Da allora per l’interessamento fattivo, partecipativo di fondo, di tanti tanti cittadini, di commercianti, di associazioni umanitarie, culturali ed interculturali la situazione è talmente cambiata che San Salvario è diventato, quasi, un quartiere alla moda, animatissimo, costellato di bar, locali, di ristoranti.

Qui hanno preso casa molto giovani, dei “creativi”, fotografi, grafici, pittori, musicisti, scrittori.

In questo libro, per cui ho lavorato fino ad ottobre avanzato, ho cercato di narrare la storia di questo rione che fu il primo ad essere edificato fuori la poderosa cinta muraria abbattuta al tempo di Napoleone; qui si insediarono le prime industrie torinesi, le “boite”, le fabbriche, moltissime botteghe artigiane, qui si sperimentavano nuovi metodi agricoli, qui si giocava al pallamaglio, al pallone elastico, alla pelota ed al tamburello, si scommetteva, si mangiava assai bene e si beveva meglio, qui si edificavano le prime Accademie scientifiche e risiedevano grandi nomi delle scienze, medici, istologi, chirurgi, biologi.

Qui poveri e ricchissimi.

Un rione, da sempre misto, mutevole, porto di mare, angiporto, perché accanto alla Stazione di Porta Nuova. Qui le prime esposizioni universali al Valentino ed anche i primi immigrati piemontesi, astigiani, monferrini e langaroli. Poi dagli anni quaranta i famosi “meridionali”.

La storia sarebbe lunga.

Il libro è uscito circa 20 giorni or sono con la prefazione di Bruno Gambarotta che passa sovente di qui in bici. L’abbiamo presentato il 20 novembre scorso alla Casa del Quartiere, di via Morgari 14, grande conquista comunitaria e vivissimo centro culturale di noi sansalvariesi torinesi, marocchini e pugliesi, cinesi e bengalesi, monferrini e tunisini.

Questo libro di storia, vite ed aneddoti lo ripresentiamo dopodomani alle 18,30 alla nuova & favolosa Libreria Trebisonda di via Sant’Anselmo 22.

Provaci tu, intendo, a infilare la testa là dentro.

 

 

Cioè, ovvero sto facendo una prova cartografica

con questo nuovo blog per vedere s’è vero ch’ è vero

o se invece non c’è,

se c’è bene , se non c’è piango un po’,

e comunque provo a mettere una vecchia mappa

essendo questa roba da cartografi,

cioè, io starei lì adesso ma la mappa è antica del ’700,

quindi non ci sono nellla mappa,

però adesso ora in quel posto lì io sto.

Checchèsenedica.

Articolo del 01/05/2005, pubblicato da cf05002520 [il post consta della semplice foto, niente testo]

dopo altri commenti ne segue uno, sempre di cf05002520 ovvero l’autrice della foto, commento che sarà e resterà per il resto del tempo il:

manifesto cartografo

i pantaloni dei cartografi virano al rosso e sembrano pigiami.
i cartografi seguono volentieri la moda come un cane randagio segue volentieri l’accalappiacani.
un vero cartografo vanta una certa indole da barbone.
infatti se il cartografo in questione avesse la barba, se la farebbe crescere lunga un metro e se l’arrotolerebbe intorno al naso.
i piedi di un cartografo sono inversamente proporzionali alla lontananza.
la lontananza per un cartografo è il punto esatto dove il cartografo vorrebbe essere in quel preciso momento.
i piedi gli si potrebbero restringere a vista d’occhio, fino a diventare due atomi, tanto è lontano quel punto.
oppure i piedi potrebbero crescergli e diventare due isole, scilla e cariddi, perchè non si può mai dire quando un cartografo vuole tornare indietro.
se gli salta la mosca al naso, subito inverte la rotta.
se gli salta la rotta, subito la mosca gli inverte osan.
la lontananza è come il vento che fa dimenticare chi non s’ama, gli viene in mente, ora, al cartografo.
ma il cartografo c’ha una memoria ferrea, anche se non si direbbe.
passa una nave all’orizzonte.
se il cartografo rinascerà sarà il mozzo di marco polo, che strilla :terra!
e si beccherà un cazziatone, perchè non era terra, ma il dorso d’una balena.

dopo tre, quattro tentativi sfumati
e una decina di proverbiali bestemmie sottotenute a stento,
con un volo di dodici, diciotto ore filate,
ecco:
dove è ammarato lo stormo dei settecento post cartografi,
dove si è accampato l’esercito dei settemila commenti;
ora si tratta di abbellire,
ri-finire,
concedere l’accesso a chi lo vuole,
[Marius, sommo CFgiardiniere, ti mando Id/Psw nuove, a mezzo mail, ti spetta di diritto]
provate
commentate
suggerite
e suggellate
-
daltonicamente vostro
il tenente p.

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