Stai sfogliando l'archivio mensile di maggio 2010.



Stanotte avevo iniziato un libro del giudice Cantone edito da Mondadori, comprato su di una bancarella, sulla sua carriera nell'antimafia e varie. Dopo alcune pagine l'ho smesso, un po' per lo stile per me insoddisfaciente, un altro po' perché imbarbito ormai da troppe terribili storie di camorre maffie et altre scelleratezze italiche.
Per cui ho allungato il braccio verso un altro libro di recente acquisto presso il mio esimio amico remandeirista Andrea del Pianeta Fantasia, ed ho afferrato "La mia vita" di Marc Chagall scritto dall'eccellente pittore & maestro nel 1921, edito da SE nel 1997.
Ci ho trovato quello che volevo, subito: dopo quattro righe ero già entrato nel fascino "magnetico" di quella narrazione.
Metto qui solo qualche riga, non ho più un sistema OCR, per scannerizzare, per cui devo copiare.
Mia madre era la primogenita di mio nonno, che metà della vita si riposò sulla stufa, per un quarto nella sinagoga e per il resto in macelleria. Si riposò tanto che la nonna non potè reggerlo e morì nel fiore degli anni.
Fu allora che il nonno cominciò a muoversi. Così si sono mosse le vacche e i vitelli….
La prima storia di Ernesto è riprodotta, da ieri, con sua illustrazione, sul blog di Barbara Garlaschelli, qui:
http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/22740593/mario-racconta–5


Mio cugino Ernesto mi ha detto che una volta, quando stava in Turchia, là sulle falde del monte Argeo o Erciyes, a fare l'eremita incontrò 'n altro girovago sbiellato, filosofo pseudo armeno, un alchimista perso, esoterista matto, che gli narrò ch'era fuggito di casa quando la porta della sua bottega, sita a Erzurum, prese fuoco.
Disse che nessuno aveva attizzato le fiamme, da sole si erano sviluppate, per forza delle “cose”.
Non è ben definibile che siano queste “cose”.
Forse la parola giusta è natura.
Il tipo sofisticava affermando che noi siamo le “cose”, nelle “cose”, e che il fatto avvenutogli, assurdo ma significativo, era il simbolo del cambiamento che stava avvenendo dentro di lui, e questo mutamento violento lo cacciava dalla sua propria casa.
Per cui obbedì al segno del destino e si diede alla ricerca della vera radice di questo ardore, che sentiva fin nelle midolla. E per sentire più prossima la presenza del fuoco arrivò in Cappadocia, alle pendici di quel monte Argeo, che già fu un vulcano, per udire, ascoltare qualche scossa, un qualche muggito della terra che lo facesse vibrare all'unisono con le cose e diventare davvero tutt'uno, inglobarsi e quindi sparire, con esse. Il filosofo vagante affermava ancora che ci sentiamo, erroneamente, esseri autonomi, fieri del pensiero e della nostra “autonomia”, di fatto siamo in balia di qualsiasi tremito di terra, eruzione di vulcano, onda anomala, uragano e scompariamo, poi, senza la consapevolezza della nostra miseria, o meglio il nostro non essere che cose nelle cose, sassi rotolanti.
Il vulcano islandese che sbuffa, soffia, erutta e cambia climi, cieli, porta tempeste annulla voli ci sembra cosa strana, estranea.
Dei voli annullati si parla tanto, troppo, e degli enormi danni alle compagnie aeree.
L'eruzione di un altro vulcano islandese, il Laki, nel1783, cambiò il clima per anni, procurò morie di bestie e di umani, in tutta Europa, provocò terribili carestie, e si dice che sia stata una del concause della Rivoluzione francese, avendo ridotto in miseria nera milioni di contadini francesi, già rovinati dalle tasse e dalle guerre nell'ancien règime.
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La puerta,/ mejor dirè funesta boca, abierta/
esta y diesde su centro/ nace la noche, pues la engendra entro
La porta/ o meglio, la funesta bocca, aperta/
sta e dal suo centro/ nasce la notte che si porta dentro
Pedro Calderon de la Barca, La vida es sueño, Atto 1°,Traduzione di Riccardo Ferrazzi

Di sopra, una porta laterale di Palazzetto Zuccari, in Roma, opera di Federico Zuccari, sito all'incrocio tra Via Sistina e Via Gregoriana.
Quando Gus abitava a Parigi, all'inizio degli anni '60, girava per ambienti letterari e si trovava spesso con Julio Cortazar in un café situato all'angolo tre rue des Archives e rue de Bretagne ai confini del Marais. Lì, dice Gus, passavano ore piene e vuote, si bevevano caffè e tè, scrivevano, litigavano, confabulavano. Fu allora che Gus cominciò a parlare del GIOCO DEL MONDO, poi l'amico Julio prese da lui questo titolo per il famoso libro che ha fatto, appunto, il giro del mondo.
Gus mi disse così una volta:
Vedi Howard, siamo su una palla, no? Cioè questa sfera, che è la terra, che è il nostro mondo, no? Allora immaginati tu ed io e tutto il resto, piccoli in questa palla, e questa palla è dentro un'altra palla più grande e ci rimbalza dentro, quest'altra palla rimbalza a sua volta dentro un'altra palla più grande ancora e così via per moltissime sfere.
Ora se tu, Howard, ti agiti e resisti allo sbattimento cominci a star male. Non ti adatti al rollio ed al beccheggio delle sfere e starai ancora più male e proverai ancora più dolore e magari farai finta di non aver paura.
L'unica cosa è l'abbandono, Howard, l'abbandonarsi a questo eterno movimento senza contrastarlo, L'ABBANDONO, Howard! Pensa che per di più l'ultima sfera, la più grande viaggia sul dorso di una antica meravigliosa tartaruga, i cinesi già lo sapevano Howard! Senti la tartaruga, Howard e starai bene !






