Stai sfogliando l'archivio mensile di aprile 2010.

E' nata da poco una nuova casa editrice indipendente
SENZAPATRIA
ad opera del coraggioso Carlo Cannella
e sta uscendo in questi giorni per questo editore
un altro e nuovo libro dell'amico Marino Magliani

Colonia Alpina Ferrante Aporti Nava


il disegno di copertina è mio

Ieri ho partecipato ad una riunione in ricordo del mio amico Fiorenzo Guglielminotti, il partigiano "Sten", defunto  un anno fa, già pittore e psicanalista, persona di notevolissimo intelletto e di fine ironia.
E' stato proiettato un filmato ove lui narrava la sua esperienza di vita partigiana, un anno circa. Tutto ciò, tra gravi drammi, morti, fughe, percosse, rischi, e carcere, raccontato con una rara nonchalance col suo caro accento torinese.

E poi leggo qualche giorno fa che un tal sciagurato deputato, di cui, per fortuna, non ricordo il nome, ha affermato che la Resistenza non ha contato nulla.

    E non hanno contato nulla i 43.000 partigiani piemontesi, i circa 3000 caduti solo in Provincia di Torino!? E la divisione Monferrato, le brigate Garibaldi e tutti quei ragazzi armati male, pieni di freddo di fame che giravano tra stalle baite e rocce.
Niente, non conta niente, per quelli che fin nelle midolla sono fascisti da sempre.
Non contano più niente, poveri ragazzi.
 

Nunno

 

C’era ‘na volta ni nun paese che non si sa mai, perché poi se uno lo dice magari lo rimbrottano, uno che era Nunno.

Cioè lui era Nunno, ma non sapeva che era Nunno, neanche mezzo nunno; lui ‘ndava ‘n giro e mica lo vedevano, manco l’ombra, per cui entrava dal prestinaio e s’agguantava ‘na micchetta e non gli chiedevano i soldi. Anche perché non c’era il gli, cioè a lui.

Di fatto lui, il Nunno c’era, anzi era grande e grosso, ma non era visibile ai più, ecco, e pure lui non si sapeva cos’era, chi era. Di fatto c’era, ed era oggi, era domani, erra che ti erra, fatto sta che arriva ni nun posto che facevano ‘na strada e c’avevano un casino di catrame.

‘Sto fatto ha incuriosito a Nunno che ci mise i suoi piedoni nel catrame e disse:

- Porcufaus! Ci ho dell’estremità magari numero 48! Tutte nere! Lucide! Quasi quasi faccio come il gran campione di basket ‘mericano Magic Johnson…..

Gli operai neri del cantiere vedendo due piedazzi pure neri che si muovevano, senza corpo di sopra, ’n te la massicciata fanno in coro:

- ‘Ntrube cabanda rombbabbue tree lagunda no ko trogòn!!! No ko trogòn!! No ko trogòòòn!!

Il capoccia bianco allarmato e bastardo, ch’era lì a sorvegliare fa:

- Avvoi vulite azzeccare ‘n atra scusa nova per nun faticare, eehhh, cazzo!? Addesse pure li pedi neri ka camminano sanza corpo, mò’ ce lo dico al giometro ka vene ka e ve fa passare li suorce pe' la capa vosta! Negri de 'mmerda!!!

Detto fatto ci telefonò al geometra.

Passò circa ‘na mezzora che il geometra capocantiere no’ veniva ‘sendo troppo occupato, scopo devolvimento busta molcente all’assessore dei L.L.P.P. Alla fin fine sopraggiunse, incazzatiello già pel suo esborso, sul luogo suo pertinente.

Nel frattempo nel cantiere sviluppavasi un casino della madonna per via che Nunno s’era, con gran gusto, tutto immerso nella catramazza laonde per cui, dopo pochi 'stanti, riaffiorò, vieppiù nerolucida, catraminosa la sua monumental figura.

In quel mentre il caporale urlava ai neri: Futtutissimi, ka io v’ incatenerei comme schiavi ka ve lo meritavate assai ka io vi venderia al peggior offerente, curnutazzi!!!

Mentre issi operai neri, chi s’inginocchiava chi ballava chi s’asciugava il sudore chi si faceva ‘na birretta chi andava a pisciare, chi ripeteva in coro ispirato:

- No ko trogòòòn!!! No kooo trogòòòòn!!

Il geometro midesimo, sopravvenuto allora, nell’assistere a tutto ‘sto disordine civile & mentale ci venne come ‘no svenimento per via che c’aveva ‘n trauma infantile di paura de fantasmi & diaboli. Nello scorger la figura ‘ncatramata e fumante de Nunno 'nci scoppiò ‘na cacarella de spavento e sbattutosi a terra, nella fanga, sospirò al caporale sottoposto:

- Minchia, a Giuà, me venuto lo sturbo, cazzo! Vàttinne tu subbeto a cchiamà no prevete ka ccà c’e bisogna de benedizioni, ‘sorcismi & altre robbe religiose ka chista è vera apparizione di monaciello gigante! Maronnamia aiutateme vuie ca songo ruinato!!!

Fatto sta ed è che ‘sto fetente capetto saltato sul suo Califfone se ne recò subito ‘n parrocchia, ‘ndove afferrato il parroco pe’ la zimarra ci esclamò ‘n faccia:

- Venite vuie, immediatamente, eminenza, parrocchiano mio, ka tenimmo ‘no monaciello cicante, niro niro, luccido ka c’infesta ‘l cantiere stradalo con gran subbuglio de li schiavi manovali! Ka ci vuole ‘sorcismo subbeto subbeto!

Il parroco, ch’era un tipo un po’ così, ci rispose sospettoso, ma leziosetto: E cotesto monaciello è carino!? Che genere di tipo è!?

- Cazzo ne so! – fece il capo fetente – Isso è niro niro luccedo de catramme e cicantesco ka pare ‘ n kolossal!

- Accorrerò, ordunque, alla fervida e devota chiamata de’ fedeli onde liberarli di eventuali demoniache presenze, nonché per rendermi conto di persona delle fattezze dell’apparso inopinatamente…- affermò il parroco.

Tutte e due si 'ncaforchiarono sul Califfone co' Giuà che teneva 'na certa paura nel sentirsi 'l prete dietro le chiappe, non si sa mai; quindi arrivarono su luogo del misfatto, o del miracolo, che dir si voglia.

Mirarono ordunque, i due malcapitati, la 'nfernal scena ove la turba nìgero/senegàl/cotdivuàr,(+ due albanesi scettici), fremente attendeva 'na specie d'ordine o vaticinio o sibbilino responso da quel titanico, ma tacito, essere nero; il parroco, dopo aver indossato la violacea stola e 'mbracciato 'n crocifissone come un mitra, emise con voce solo parzialmente stentorea:

-Oh tu, spirito delle tenebre, dicci il tuo nome! Quindi recedi, illico et immediate, nei tuoi lochi inferiori! Non voler turbar questi innocenti e farli recedere dalla retta via, per farli tornar ad idolatrare gli dei falsi e bugiardi, tue luride emanazioni! Amen!

Il povero Nunno rimase come strabiliato da 'sto sermone o concione o intimazione, per cui, dopo 'no sbuffo de catramina disse:

- Io son Nunno, e non vengo da le tenebre dei cazzi vostri! Ero lì che me n'andavo 'n giro pe' vedere com'è sto mondo, quando mi son imbattuto in questa roba, e volevo toccar con piede! Mi son divertito un sacco con sta gente, per cui non star a scassare che qui ci facciamo 'na merenda, nel frattempo, magari, no!? Tu, perintanto, vaffanculo!

A tali parole il clerico, sconfortato assai, gettò a terra il suo cappelluccio, quindi innalzate le braccia al cielo, invocando un tal signor suo, esclamò:

-Ma vedi tu, se proprio a me mi doveva capitare la malefica apparizione di un unno fantasma!? Magari costui è la diabolica ripresentazione di Attila, l'unno malefico per eccellenza, il qual, san Gregorio magno papa, cacciò dai paesi nostri!!

-Però non capisti 'n cavolo di nulla, te! T'ho detto che so' Nunno! Non Attila del cazzo che non so cos'è!

-Anche un demone ignorante dovevami capitare, proprio a me! Ordunque sparisci, in nome del signore, e di San Gregorio benedetto che ti esorcisco! Vade retro Satana!

-Ma guarda che razza di gente! Uno viene qui scopo gita pacifica, 'n altro gli rompe subito i coglioni quando si sta divertendo 'n simpatica compagnia. Adesso ti aggiusto io!

A tal punto Nunno ch'era di stazza grossa ti afferrò il prevete, il giometro mezzo 'llanguidito e il caporàle Giuà e li sbattè, tutti e tre, drento 'na specie de betoniera grossa e ci diede solo un giretto seminnoccuo scopo che non scassassero più gli ammenicoli, quindi ritornato sui suoi passi si fece 'na bella merenda co' la compagnia briscola e varia, e beveraggi e danze e inni e canti nunni, ed africani vari.

La morale dice che ride bene chi ride l'ultimo:

ma non si sa mai.

   Egregi visitatori, vicitatori, vincitori e non,
venditori ambulanti + losers che winners, lettori sparuti & spremuti,
Donne Prassedi e non,  scaricabarili & leccapiedi, lacché & palafrenieri di Madama sua imperial regia Alìberlostronzolità & consorterie varie,
se vui volè consolarve de la vita grama andè da n'autra part,
se vui volè volar & soffrir 'n pochetin
leggete 'sto mio raccontìn
che truoverete qui:

 

http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/22585769/mario-racconta–4


 


 


Un tore
 
C’era’na volta, ni nun paese che mica si sa, un tore.
Sto tore girellava lipperlì tutto solo tra colline e ville e campagne quando incontra uno che gli fa:
- Ma chi cazzo saresti te che t’en vai solingo per sterpaglie e viottoli?
- Sono un tore…
- Ma cosa diavolo sarebbe mai untore? A vederti gneanche sei un toro, saresti n’untore che va ungendo le porte dei garages scopo lubrificatorio?
- Sono un tore, ho detto, e basta! Hugh!
 
       Dopo st’incontro scemo, un tore decise che era meglio stare in compagnia per cui andò dal barbiere che manco lo cacò, però lui si guardò fisso nello specchione che stava lì e si triplicò scopo  societario per fondare ‘na S.R.L.
Per cui ne uscirono un tore, un bisun tore e un trisun tore. Ecco.
E ripresero i tre a girellare per campagne e città.
Ne la periferia d’una de ‘ste ville passa ‘na ronda padana che ci fa ai tre, scopo intimidatorio:
- Cossa fè vùi? Siete mica ‘stracomunitari bastardi sensa fissa dimora, vui alter ché c’avè ‘n culùr del casso? Siete ‘n gir per rubare scopo lucro illecito su noi padani? Ve la diamo noi ‘na lessiùn!
Loro fanno: Noi siamo un tore, bisun tore e trisuntore scopo fondazione S.R.L ditta qualificata  specializzata nel costruire un tore o tre o quattro o cinque o sei, quantità ad libitum, secondo richiesta del mercato!
Ah, beh – fanno la ronda – Se è così, roba di libero mercato, qui c’è semper da laurà, basta mettersi sotto, darci dentro, e gnente siòpperi! Cossa fè vui untori? Roba de olio, petrolio, lubrificassione letromeccanica?
Ah, beh – fanno all’unisono un tore, bisun tore e trisun tore – noi facciamo riproduzioni fotomeccaniche de un tore, roba di fino!
- Vabbèh, fatelo allora ‘sta roba ‘n tel capanùn de ‘na fabricheta che c’è lì di dietro con ‘n’autorisasione del signor sindaco! Ma stè atènt, che la ronda sorveglia!
 
Allora un tore, bisun tore e trisun tore se n’andarono drento ‘na fabbrichetta abbandonata, che faceva schifo, ‘n dove si sistemarono, e siccome lì  ‘n quel capannone c’era ’n pozzangherone d’acqua che pioveva dai buchi del tetto grossi come loro, fecero che specchiarsi a turno ‘n te l’acquaccia e fecero la moltiplicazione de l’ un tore.
E alla sera ce n’erano trecento di untore, bisun tore, tris untore, quadrun tore, cinqun tore, seiun tore, settun tore e via dicendo.
Fatto sta ed è che poi calava la notte e ci veniva, a ‘sti trecento, ‘na fame boia per la fatica del moltiplicarsi, per cui decisero d’andarsene  a l’osteria del paese, scopo ristorazione.
Quando l’ostessa e suo marito si vedettero tutta ‘sta turba o folla alla porta dissero:
- Avete prenotato, orcoboia!? Noi c’abbiamo solo venti coperti e mica roba per stracomunitari, miseria ladra! C’abbiamo ‘n bel gnente per vui!
E loro, gli un tori tutti, ci fecero all’unisono:
- Ci basta ‘no specchio  e te lo do io il menù!
E allora e uno e due e tre e quattro, e via dicendo, ci afferrarono ‘n piatto che c’era lì di pane e pesci e li moltiplicarono a non finire, magari anche fritti e in umido, e pure ‘na bottiglia di bianco che divenne ‘n fiume, per cui ci scoppiò ‘sto miracolo che poi la gente tutta ‘ndava a vedere e a magnare gratis, scopo sbafatorio.
   
     Per cui loro eran trecento, eran giovani e forti e gli altri solo centoventi e finì che si fece n’ordinansa del sìndach che ci diceva: Lassiamo perdere che c’han voglia di laurà st’ untore e due e tre, e fan da mangiar bene, boia d’un can! 
 

 

     Riporto qui un brano dalla vita di Andrea del Castagno tratta delle Vite di Giorgio Vasari.
La calunnia diffusa dall'aretino, che oscurò per secoli la figura del grande Andrein (detto anche "degli impicati" per aver frescato su di un palazzo i congiurati Albizzi e Peruzzi appesi per i piedi) è quella grave di aver ucciso in un agguato, per la terribile invidia che lo animava, il maestro Domenico Veneziano.

Di fatto Andreino mori, di peste, a soli anni 36, quattro anni prima del Veneziano.

***

    Tuttavolta, avendo già condotto questa opera a bonissimo termine, accecato dall'invidia per le lodi che alla virtú di Domenico udiva dare, volendo al tutto levarselo dattorno, imaginossi varie vie da farlo morire, e fra l'altre una ne mise in essecuzione in questa guisa. Una sera di state, come altre volte era solito, Maestro Domenico tolse il liuto, e di Santa Maria Nuova partitosi, lasciò Andrea il quale nella camera sua disegnava, e l'invito che Domenico gli aveva fatto di menarlo a spasso per la terra accettar non volse, mostrando che allora avesse fretta di disegnare alcune cose importanti. Per il che Domenico subito partito, et a' suoi piaceri usati per la città caminando, Andrea sconosciuto nel suo ritorno si mise ad aspettarlo dietro a un canto, e con certi piombi il liuto e lo stomaco a un tempo gli sfondò, e con essi anco di mala maniera su la testa il percosse, e non finito di morire, fuggendosi in terra lo lasciò; et a Santa Maria Nuova alla sua stanza tornato, si rimise con l'uscio socchiuso intorno al disegno che avea lasciato. Perché sentito in poco spazio di tempo il romore del morto portatosi, gli fu da alcuni servigiali di quel luogo percossa la porta della camera e datogli la nuova del quasi morto amico. Laonde corso a 'l rumore con spavento terribile gridando tuttavia: “Fratel mio”, e piantolo assai, poco andò che Domenico gli spirò nelle braccia. Né mai per alcun tempo si seppe chi morto l'avesse; e se Andrea, venendo a morte, in confessione non lo manifestava, nulla se ne saprebbe ancora. Finí l'opera sua, e quella del morto amico rimase imperfetta, la quale da gli artefici comunemente e da tutti i cittadini fu lodata.
***

Da ultimo segnalo il bel post di Tashtego, sul suo blog: http://tashtego.splinder.com/
ove si tratta
del Cristo morto di Holbein, dipinto straordinario, crudele e poco conosciuto dagli italiani, che, su questi temi, preferiscono sovente dipinti più consolatori
 


Ieri ci fu un tempo strano, dopo un sole un po' malato un nuvolone c'è arrivato.

Al mio paese dicono un proverbio: S' j ven la cabalesta nè l' pioev nè l' tempesta.

Io cerco di immaginare, sognare un arcobaleno sociale, cheneso, 'na roba di politiche di rinnovamento, 'nvece qui i fanfalùken/tabalòeri parlano solo di pillole Ru +aborto. Io credo che sono aboriti in testa. 

***

Pure ieri mi telefonò di lontano il mio vecchio amico Nicò che andava rimembrando tra l'amaro e il divertito faccende nostre delle scuole medie ( primi anni'50) quando, al pomeriggio, ore 17, ce ne andavamo in Via Roma a vedere 'n' ora di televisione (ce n'erano pochissime) in un posto gratuito, 'na specie di seminterrato ove vendevansi elettrodomestici. Però lì delle volte arrivavano i tipi colle e delle caramelle.

   Cioè certi smanaccioni pederasti che ti ficcavano 'na caramella in mano e magari poi altro e te te ne dovevi scappare a gambe levate per non finirci sotto. E ti veniva 'n batticuore che ti crepava il petto, dopo la corsa e lo spavento. E mica si diceva niente in casa. Si temeva pure qualche schiaffone. Ce n'erano anche, talvolta, nel cinema parrocchiale  di 'sti bei tipini.

Eravamo senza difesa. Solo la corsa ci restava. Scappa scappascappa….
 

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