Stai sfogliando l'archivio mensile di gennaio 2010.



e gnam e sgnam

e gnàààm e sgnàààm e snàààm e scrakh e scrììkkk
e la spagnoletta la nocetta la mandorlina
passo davanti la vetrina anca stamatina
dei bar dei cafè dei risturàn e tuti lì che slàrgan la loro mandibola e mascella
crocchiano scrocchiano gli ossami de la faccia del cranio del mustàs
lur che ci fanno l’èppi àour verso sera e ci mettono ‘n vista i giganteschi piattoni decorati
belli strapieni colmi luccicanti strabordanti come ‘l pranzo principesco
lur si giran in gir tuti beati co la manina che afferra la pizzetta ‘l salatino l’bel gnocchino
e gnàààm e sgnàààm e snàààm e scrakh e scrììkkk
e giù col tramezzino il panino il dolcino il bignolino il pagnottino il sesamino che ce lo do anca al bambino poverino che c’ha il sò merendino che l’è màgher come ‘n grissino,
e poè lur van al ristorantino che ci fan il risottino co’ lo sciampagnino l’arostino filettino di branzino saraghino bel topino col crostino l’fagiolino l’pisellino all’uccelletto
e campa giù e campa giù e campa giù
e magna e mangia a tre ganasse tre palmenti con l’arrotar de’ denti
con ‘ste facce belle grasse da bagasse le guance che se gonfian come di balùn
che fan e scrìììkh e scrààk e spràààch e stràààch e strùùn
che poi per la vendetta carmica de la causa effetto
ce scìopa magari ‘n mal de pansa terribile che ci procura anca il doloretto
che ‘n ci si rotolano poi ‘n tel letto
per aver troppo magnato esagerato come pork e crìn a perdifiato.
E poi magara ci vien anca il cagotto la diarrea la disenteria la sciolta la sfurlana
che corron al cess per una setimana.
E poi si beccano giù per l’ canale dirigente l’amaro digestivo lenitivo palliativo
la magnesia, magari l’ardesia de la Slesia,
che ce la darei su la testàssa, bela pesante come un quintal di gnocchi padovani
di quelli collosi ponderosi come ‘na massa di pietre e sassi.

E gnààm e ssnààm e gnààm e sgnàààm
L’è tutta una rassa porca di magnoni che io passo qui davanti ogni matina
la sera magari sempre ad imboccarsi a cacciarsi giù per il gargarozzo
il prosciutto ‘l’lardo la sopressata la pancetta e l culatello
quello che fa venir il volto bello
lissio lucido e brillante che io mi ci specchio davante e provo schifo.

Che non ne posso più di ‘sto spetacolo deprimente di umani arrapati de magnàr,
Sempre magnare affogarsi ne le pastasciutte rigatoni e le lasagne ne le pizze e i calzoni,
di sto teatro maledetto mi son rotto i coglioni .
Passo ogni giorno qui davanti
che ce n’è sette tra trattorie e ristoranti.
Poi vado da le suore in via Bernarda a far la coda,
mica quella di vitello co la gelatina,
ma per due panini sfigati stamatina.

L’altro mondo

Non è che l’altro mondo sia qui, in questa stanza.
È ovvio che si trova giustamente altrove.
Se fosse qui non sarebbe che impregnato degli umori maligni che esalano da questa palude stigia o valle di lacrime, quindi non avrebbe dignità di dirsi posto “altro”, l’altrove. Sarebbe un contraddictio in terminis.
Non è nemmeno un “non luogo”, perché cotesta è un definizione ambigua ed oscena volta creare confusione nelle menti già oscurate da tanti miraggi, morgane, illusioni, nequizie diaboliche.
Io, l’altro mondo lo vidi, ne ebbi visione parziale ma netta, ci fui condotto, da chi tu sai, dopo l’esperienza mia tragica di decadimento morale, e di conseguenza fisico, in cui caddi per essermi lasciato trascinare in un vortice di vizio, droghe e dissolutezze.
Tutto questo ha un senso. Come disse l’antica cantica: dal profondo alzai la mia voce e fui ascoltato. Ma era perché lo vollero gli eletti che mi si aprissero gli occhi ed io vedessi il luogo della salvezza. In qualche modo, perché ero predestinato.
Nulla succede per caso.
Non è vero, come dicono alcuni seminatori di menzogna, schiavi di falsi idoli dietro cui si nascondono demoni, che l’altro mondo è qui dentro di noi, e la salvezza è interiore!
No. I nostri salvatori, i maestri, emissari dell’Immenso, coloro che sceglieranno gli eletti, nel giorno del giudizio, vengono e verranno a prenderti se porterai il segno dell’elezione. Marchio profondo e indelebile nell’anima che sarà visibile solo ai loro occhi che scrutano e sentono il cuore puro, pronto, umile ed esente da superbie, disposto a seguire con loro la Gran Via della salvazione e l’edificazione collettiva dell’altro mondo.
Sai, gli iniqui costruttori di fantasmi, che sono tanti, edificano immagini seduttive, ti mostrano libri oscuri, illustrazioni di tubi luminosi, di tunnels che avviano all’altro mondo, un al di là visibile solo dopo la morte, per creare diaboliche confusioni mentali. Invece la possibilità di scelta è immediata!
Io ho visto, io ho provato.
Io sono stato giudicato degno di essere condotto a vedere, a provare ciò che si può ottenere su questa sfera terracquea.
Io ho provato il grande Transito.
E tutto ciò so che resterà segretissimo tra noi, perché lo leggo nei tuoi occhi, che sono puri, benché inquieti.
Invero, sono stato preso per mano, sollevato da quattro braccia e condotto all’ Area del decollo, ove ho avuto l’illimitato privilegio di osservare, in tutta la gloria della loro luce abbagliante i maestri eletti. Ho visto distintamente un loro pacato movimento continuo, uno stupefacente roteare incessante, un ascendere e un discendere.
Il loro armonioso e continuo muoversi intorno alla loro abbagliante nave è il segno dell’edificazione, dell’Opera.
Vedi, l’altro mondo, non è il mondo nuovo, quello promesso da falsi profeti! Esso è qui, ed è sorto milioni di anni fa, edificato dai maestri eletti, dopo l’Esilio del Maligno nelle periferie degli spazi infiniti.
Esso è qui, e si innalza e si rifonda in continuazione ad opera dei nostri venerabili maestri e dei loro discepoli fedeli, come me…e forse anche come te.
Perché, come ti dissi prima intravedo dentro di te un cuore disposto all’Opera, dietro la tua fronte di delinea un’apertura non vaga…
Ma io non sono un maestro, sono soltanto un umile discepolo iniziato all’Opera. Chiederò, pregherò i maestri, allorché sia compiuto il ciclo completo dei giorni iniziatici, di volerti condurre all’ Area del decollo ove vedrai, vedrai, gusterai l’altro mondo e capirai, fino in fondo, che non esiste più la morte per noi!


 
Cari amici dei cartographes fous
se andate qui,
anzi se andate

cioè sulle MICROCENTURIE
‘n ci troverete
‘n mio racconto folle
Cafè de la Stasiù

 

Bai de rìììver Rio Bravo ai uòlk oll elòòòn endài uònder es ai uènder uèr mai lav as flààààu

Io ‘na volta cantavo sempre così, ‘sta canzone, da solo o no, la cantavo tanto perché:
1. mi piaceva da morire
2. mi piaceva anche da matti il film che l’avevo visto fin da piccolo con John Wayne e Dean Martin che faceva il borraciòn e l’avevo imparata a memoria tutta bene bene
3. allora la gente, gli amici in giro mi dicevano Rio Bravo da quando avevo sedici anni o quattordici, non so più.
Poi è successo che la psico Annalisa, ch’era anche carina da matti, un po’ di anni fa, al CST di via Montevideo mi ha detto: Ma lo sai cosa vuol dire ‘sta canzone? E lei me l’ha scritta tutta tradotta bene bene su un biglietto che ho ancora qui nel mio carnè de voyage. È un po’ stropicciato e consumato ma fa l’istess.
Io le avrei fatto il filo proprio alla Annalisa, ma era vietato vietato.
Comunque io ci sentivo un trasporto amoroso per lei, però non si può.
La gente come noi deve starsene per i cazzi suoi perché è segnata dalla vita grama e dalla malattia e dalle seghe mentali e non.
Una volta, sempre quella psico bellissima Annalisa mi fa:
Ma te ti chiamano, ti fai chiamare Rio Bravo, però potresti anche chiamarti Rio Bo, e si è messa a sorridere. Poi è andata là, allo scaffale del CST ed ha tirato fuori un librone con poesie di tanti poeti ed ha aperto ben bene dove c’era ‘sta poesia cretina con dei rumori di un certo Aldo Palazzeschi che faceva anche ridere, ma mica tanto, e lei fa:
Se ti piace adesso ti puoi chiamare anche Rio Bo! È più corto!
E mi ha regalato un bel sorriso impagabile.
Io avrei potuto pensare che mi prendeva per il culo, ma non l’ho mica fatto, perché era sincera in tutto e mi faceva anche disegnare un fumetto dove ho fatto storie di cowboys, abbastanza bene, che in stanza c’ho ancora la fotocopia.
Ma son robe di tanti anni fa e mi fa un bel danno ricordarmele tutte.
Una volta ho pensato, però, che io mi sarei potuto chiamare anche Aldo, ma Palazzeschi no, ché non mi piaceva un cazzo e mi ricordava palazzi palazzine palazzoni e invece a me mi vanno le casette come quella che aveva mia zia Amelia a San Grato dove stavo tanto bene da piccolo, con lei. La casetta, tanto per dire, non aveva i tetti aguzzi.
Comunque non mi chiamo Aldo, per niente, e alla lunga non mi piace nemmeno Aldo, anzi ho conosciuto uno che si chiamava Aldo ed era stronzo da morire, un veneto cretino che ha tentato di rubarmi il carnè e ce l’ho date di santa ragione, così impara.
Però da quel giorno che io ho letto quella poesia là, ho deciso di diventare un poeta anch’io, per scriverne di molto migliori. E adesso c’ho nella borsa una cartella verde grossa con trecento mie poesie bellissime che il dottor Menegatti, che se ne intende, mi ha detto che sono all’avanguardia, cioè speciali, artistiche davvero. Il dottor Menegatti mi stima e sulla rivista del CST tutte le volte fa mettere una mia poesia, e io sono abbastanza contento, abbastanza.
Però mi ha detto anche: Carmina non dant panem che vorrebbe dire che non ci guadagno una lira, un euro, una fava, un cazzo di niente.
Ma fa l’istèèss! Il mondo è così: CATTIVO!


Una nuova e antica promessa mantenuta
per chi vuol credere davvero nella scrittura senza profitti
che vola via sull’onde del web e magari si dissolve o forma scia,
un bel ritorno vivo delle iniziative del caro Effe/ Herzog e l’amica Zena
e Cronomoto ed ancora altri amici  bloggeurs


http://www.microcenturie.it/



    C’è tanta roba da fare stamattina, sì.
Il vescovo di Bristòl stanotte m’ha detto che devo fare tutto in umiltà e modestia.
Lui mi dice sempre cosa devo fare! El dìs: Alina Alina Zago! Sii ubbidiente e meriterai il Paradiso.
C’ho tanta roba da stendere stamattina. Abbiamo fatto quattro lavatrici, se basta, per la cena di ieri sera e la Ninamòric è tanto sgarbata, mi passa le catinelle malamente, è proprio maleducata. E’ ‘na slava, ma è anche ‘na slavandròna!
Ma io non devo dire le parolacce, neanche pensarle, no! Se no merito l’Inferno.
Però la Ninamorìc mi è antipatica, e io sono modesta. Io sto ubbidiente.
La signora Zaltròn ch’è la mia benefattrice, la moglie dell’ingegnere, mi dice che quella lì non si chiama Ninamòric ma un altro nome slavo, io non lo so, e lo dico così: Ninamòric! Ecco!
E le va solo bene che lei è tanto robusta con ‘ste sue braccione, e io no, io sono gracile fin da bambina in fasce ché stavo per morire quando la povera mamma l’ha presa il Signore.
Meno male che la signora Zaltròn è tanto brava e comprensiva.
Mi accompagna quasi sempre lei a mettere la firma che garantisce che sono brava, ubbidiente. Lì c’è il dottore severo che dice: Alina Zago!
Alina Zago me lo ripeto tante volte, Alina Zago Alina Zago.
Tante volte per non dimenticarmelo, che anche il dottore mi dice, el dìs: Ripeti tante tante volte Alina Zago Alina Zago!
Una volta me lo sono dimenticato, il mio nome e cognome, quando è mancato il povero Armandino che c’è stato l’incidente.
Armandino però non era bravo. Me le dava, e anche tante!
Anche il vescovo di Bristòl me l’ha detto tante, tante volte: Il Signore da il Signore prende, Armandino l’ha voluto con sé!
Io Armandino l’ho perdonato, forse anche il Signore mi perdonerà se io faccio tanta penitenza, me l’ha detto il vescovo di Bristòl.
Il vescovo di Bristòl è la mia consolazione, mi da tanto conforto per sopportare la mia condizione. L’ho detto solo alla signora Zaltròn che lui mi viene di notte come apparizione, con l’aureola proprio.
Ma lei s’è messa le mani in testa e fa: Non devi dirlo mai al dottore! No!
Perché poi il dottore severo mi da cento medicine, e mi fa trasferire in uno di quei posti che chiamo inferno in terra. Mai più, Mai più!.
La signora Zaltròn è tanto comprensiva.
Ieri sera che davo una mano, che ho lavorato come una matta dal mattino alle sei, per il ricevimento dell’ingegnere, che c’erano ventiquattro persone a cena, mi ha messo un 10 euro nella saccoccia del faldale.
Adesso c’ho da lavare almeno trecento posate che le lavo tutte a mano per fare bella figura che le lucido anche bene bene che fanno poi un figurone.
Il vescovo di Bristòl, nella sua luce che illumina i derelitti, mi dice sempre, el dìs:
Alina, Alina cara, il paradiso bisogna meritarselo, sai!?
Il Signore ha tanto sofferto per noi!
Alina Zago Alina Zago Alina Zago! Devo dirlo tante volte!

 Dice Erodoto che, intorno a 4500 anni, fa in Susa, famosa e ricca capitale del mitico regno di Elam, Marsìl Ben Dellutril, gran sacerdote del dio Insushinak, dopo aver sciolto alcuni voti ed adempiuto alle prescritte purificazioni, ascendesse maestosamente le sacre ed alte scale della massima ziqqurat e si recasse a pregare presso l’altare delle sue divinità patrie.
Ivi giunto implorò, con parole arcane e formule occulte, gli dei acciocché essi aggiungessero nel loro novero divino, il nuovo eroe manifesto, l’unto dal Signore Enlil, cioè Alì Merdìl Ben Berlil, sacerdote della esoterica ed erotica setta dell’Amùr che andava facendo prodigi ed imprese di gloria, in giro pel paese, coi suoi degnissimi sodali Ibnìs Kal D’Erol, Lumb Bert Bottsìs.
Dopo che il gran sacerdote Dellutrìl ebbe eseguito il prescritto ed antichissimo culto, e si apprestava a discendere, tutto il popolo accorso intorno udì che sopra la cima della gran piramide a gradoni scoppiavano tuoni terribili e vide mulinare saette immense, e da ciò fu terrorizzato.
Dopo un silenzio tombale di alcuni secondi, dall’alto di quel cupo cielo una voce profondissima cominciò a far vibrare le pareti di templi e case.
Sillabe lunghe ed ignote furono scandite lentamente, e non in lingua elamita, bensì in un misterioso risoluto linguaggio.
Quando tutto tacque, il gran sacerdote Marsìl Ben Dellutrìl, allargò le braccia, si inchinò verso i cieli e la loro manifestazione, quindi rivolto al popolo tradusse benignamente quanto il sommo Insushinak aveva voluto manifestare, e cioè:

Esso lui Ben Berlìl è mio parente di divin sangue
tutto è preso d’Amùr per voi,
per cui amatelo e servitelo,
sennò vi stramazzo a terra tutti e ve strozzo,
uno per uno
Amen.

A testimonianza di cotesto episodio si conserva a Parigi, nel Louvre il sovrastante bassorilievo di immenso valore storico.

     

            

Nel 1597, vi fu in Roma un tale Pietropaulo, un poveraccio che faceva il garzone nella bottega di un barbiere nei pressi della chiesa di SantAgostino, dal quale il Caravaggio andava ad «acconciarsi», e una volta andò a farsi pure «medicare una forchatura».
La deposizione rilasciata da Pietropaulo ai birri che stavano indagando su un fatto di cronaca nera, cui il pittore era del tutto estraneo, parla chiaro:
 
«Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poco di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non tropo bene in ordine, che portava un paio di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinnanzi».

Da sinistra in alto:
Probabile ritratto di Caravaggio, di Orazio Leoni.
Particolare dal Martirio di san Matteo.
Particolare dall’affresco sulla volta del Casino del card. Del Monte.

Te ti sei immaginato che ci fossero buchi o spiragli, su,
(oppure osteriggi se ti piace)
da cui ricomparissero
anzi, quasi catapultandosi, ripiombassero
abbagli e assilli, succubi o incubi,
sul tuo piano sotto coperta,
ritenuto ben sicuro,
con le brute facce difformi membra lerce bisacce
indumenti laceri consunti bisunti di antica smania
di trita triste illusione e di basso tremore?
Te ti sei mai domandato ‘ n dove sta la fabrica degl’incubi?
Sopra coperta tutto bene, dicono i mozzi.
A sentire il nostromo,
sbotta che ‘sto vascello ha vecchie crepe,
insinua di male riparazioni e fenditure,
un calafata con stoppa mal impeciata,
che essa pure stride e scatarra la notte
per il troppo rullio di queste rotte.
Per questo precipitano in cabina
‘sti mostricciattoli bagnati madidi
di umori sudori febbrili mal stagnati.
Parla, il capo, di un bacino, di carenaggio,
raschiare la coperta e ben levigare, riparare,
scrutare minutamente le murate.
Gran bella riverniciatura di mastice puro,
di molte e tante mani e mani,
tanto che diventi lucida brillante.
E poi: non bisogna più imbarcare,
sopra il ponte, carichi sospetti.

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