Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2009.

   

      Poche ore fa ‘n ce ne tornavamo qui a Torino dal paese e trovammo il riscaldamento spento ché l’avevamo lasciato a 18°, ma cadendo, non so per qual malia vuoi sfigazza, la pression dell’ acqua, ‘sto benedetto alloggio era freddino assai.
Cercai di rimediare al fatto increscioso e ci riuscii, solo che ce ne mette ‘sta caldaia a riscaldare l’aria di questo posto che ha alti soffitti.
   Laonde per cui ce ne andammo a magnare un boccone in osteria limitrofa, vicinissima, detta piola da Tosto, ove si sta bene, e si paga poco, e il vino è bono, e pure dei miei paesi monferrini. Purtuttavia la nostra sede al ritorno dal sobrio pranzo risultava ancora poco vivibile. Per cui avendo un caminetto funzionante, qua dentro, pensai di accendere un bel foco con legni che tengo di riserva e questo servì ma essi erano pochi. Mi recai allora alla mia non lontana bottega ove fa freddo, ma mi imbottii, per bene, quindi con la sega circolare segai un bel po’ di travetti vecchi, assi camolati, parti di pallets di recupero che becco nella via e riempii un bel sacco nero di questo legnamme.
Me ne ritornai a casa.
Mentre camminavo con ‘sto pesante sacco nero sulle spalle, nel buio di ‘sta via, (che ora difetta pure d’illuminazione pubblica), mi sentivo davvero vecchio & impersonificato nell’anno che se ne more, co’ su le spalle le schifezze trascorse, gli avanzi, i residui tarlati. Un somalo mi guardò curioso.
Forse gli sembrai, così nero, una sorta di feticcio oscuro di casa sua.

  Però, alla fin de’ conti, tanto per filosofeggiare un po’, i rottami, i vecchiumi molto mi servirono ed attizzai gran foco brillante e vigoroso che riscaldò bene le midolla e i muri, con soddisfazione reciproca della mia pregevole consorte A. e del medesimo sottoscritto.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma ( pressapoco…)
Per cui con ciò auguro a tutti che i vecchiumi brucino bene e servano a rinnovare l’ambiente circostante.


 
    
     Pensando all’aria fetida e ammorbata, più che sovente dai gas di scarico, nelle città, dai vapori dei riscaldamenti, dalle polveri sottili che sono assai tossiche, (e straabbondanti in Torino) e mi fanno venire e tenermi una tosse persistente, ho ricordato l’abate Parini che scrisse la bella "Salubrità dell aria" di cui copio, qui, pochi versi:
A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varj atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.

Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case.

 
    Fatto sta ed è che mi venne in mente, leggendo un post nostalgico di lettere e buste, dell’amica Barbara Garlaschelli, che un rimedio minimo & virtuale alla tristezza di queste cose, per rallegrare l’animo, naturalmente esulcerato ( che suona bene), sarebbe quello di spedirsi lettere odorose,cioè profumate di ottime sostanze balsamiche.
Cioè uno,  ‘n drento la busta della missiva da inviare all’amica/o, ci ficca semi di pepe rosa, balsamo del Perù o del Tolù, cardamomo, anice stellato, giusquiamo, fieno greco, lavanda, violette secche, erba gattina, erbe di San Pietro, Santoreggia e Rosmarino, Timo e Maggiorana: tutto ciò a scopo benefico.

Quando ero giovinotto, piuttosto matto, come si deduce da cotesto blog, con un gruppo di amici miei ci spedivamo lettere dadaiste assurde, scritte a mano, a votte con contenuti fisici schifosi:
all’amico Augusto ne mandammo una con una manciata di mosche morte. ( lui s’incazzò)
A Peter una con una cavalletta secca, schiacciata per benino.
Già. Roba buona.
Così magari al nostro divin sovrano potremmo mandare bustone con sterco di vaire origini, tipo canino, equino, bovino etcetera, che conforta l’animo e tonifica i nervi.


 

Cari amici e sodali e compagnia bella,
fatevi delle buone feste, sì,
cucinatevi del cose decenti, buone anche straordinarie,
lasciate la maschera del malumore e della rabbia,
almeno per un po’ di giorni,
cercate di stare allegri,
scrivete delle poesie, dei poemetti d’occasione, delle stupididaggini,
così, tanto per stare in umore decente, leggetevi delle favole,
il lupo e l’agnello, la vope e l’uva, la volpe e il gatto, la volpe e mio zio,
l’Alì Berlù e il lupo, il lupo e il tartaglia, la storia del chi pecora si fa il lupo se la mangia,
il gatto che cacava nel piatto d’Alì Berlù,
Gesùbambino e i quaranta ladroni nel tempio con San Giuseppe che beccava la tangente da Erode che tiravano su coca con Pilato che l’avevano comprata dai tre Remagi, robe così per stare allegri,
ciau nè

Tu mi guardi e mi parli monotono
di vaste plaghe sfumate
ove binari tanto bigi marmorizzati si con/fondono
con le piane in cui giacciono come defunti.
Tu cerchi di spiegarmi facendo segni lenti, diritti,
poi repentino fai un salto di tono e alzi le mani
e ti si sgranano gli occhi di vivida luce
gli scatti del segno indicano altri tragitti.
Come dirmi che ottuso io sono stato
o la vista orba da sempre, oscurata,
abbrunata da binari sipari corollari ortogonali.
Il tuo gesto varca ed incide uno spazio di lato
o sottostante che di fianco poi trasversa….
 

poi magari continua……


Ti ho detto dei tempi lontani
di quando gli animali parlavano agli uomini
ti ho detto del rospo e del tronchi sommersi
che sussurravano favole agli uomini in barca ed ai pesci
Del verso del cuculo,
ho cercato di infilarti in testa l’antica nenia
yammbèèèh yammbèèèh
ambèè ambèè
che di madre in figlio si cantavano
slargandosi sulla savana
e di come poi divenne quel curioso
cuu cùùù cu cùùù.
Io ti dico e ti ripeto ti fisso forte e ti tocco
perché ti trapassi la nenia che dalla savana volò alla foresta.
Un mio inutile tentativo, forse, un sortilegio
ché una magia sottile del re delle scimmie
si insinui di notte nei tuo sogni
e ti cambi la pelle e i capelli
e i tuoi occhi guardino oltre
e la medicina del cuculo
ti faccia svegliare
con ruvida pelle di lucertola
e tu ti senta corpo di animale che ascolta le voci sottili
e i refoli che vanno aggriccianti
ed agitano sotto la pelle.
Senti il vento ed il freddo ora.

Io vado a danzare.

Dedicata ad un mio amico scrittore del Camerun che fissandomi con occhi potentissimi mi raccontò la storia straordinaria del cuculo nella foresta e di come prese quel nome.

La bellissima fotografia di sopra è esposta in questi giorni al Museo Regionale delle Scienze in Torino per la mostra Passages of  Africa.

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