Stai sfogliando l'archivio mensile di novembre 2009.

Ho costruito il presente teatrino alto mt.1,50
  pe’ mie nipotini Ale & Giaco che hanno rispettivamente anni quattro e due.
Esso fu architettato & quindi messo insieme, in gran parte, con pezzi di legno spesso rimediati presso cassonetti ovvero parti di mobilia & simili avanzi gettati in strada.
(Faccio rispettosamente notare che presso un bidone trovai anni fa un poltrocina A4, firmata Le Corbusier).
Comunque il risultato mi sembra buono.
Abbiamo già dei burattini foggiati da noi, co’ teste animali,
presto faremo maschere de la commedia de l’Arte, co’ la testa del Cavalier Alì Berlù ‘Mpiastròn, la cuoca Dàghela Gelmìn, el Brunet  ladrèt, ‘l senadùr Celodùr.
Poi farem un diaulòt, tut rus, che ‘l chiamarem  l’Dalemòt!

teatrinu buraccinu
Stè ben bela gènt!
No stè a pensar che vivemo in un mondo de soferenza
o de stramasi per tera,
de ladroni svergognadi & scostumadi, de putanasse & farlòchi impriastradi de pece greca,
ceralaca e sberlantina che i fan i governanti,
che sfornan legi merdose per perdonarse da soli,
che s’arimescolan de gran gusto con maffie, camore & ‘drine!
Non stè a pensar a la povera gente che la gira intorno sensa denari, a li joveni che non trova da fatigar,
o se’l trova son pagà come da sasìni strossini!
Non stè a pensar a la crisi, a le guere, de qui de là, ne l’oriente,
nte i paesi de l’infideli!
Non stè a pensar a stè brute cose!

Se le stè a pensar sovente, fasè atensiòn lo perché ve sta ciapando un gran bruto morbo!
E lo xè un morbo ce se ciama: malatia de l’ilusion,
che vuol dir che tute ste robe malegne che ve vien a turbar el sonno, son ilusioni,
solo ilusioni, fantasie nossive!

Per lo cui se consilia qui vivamente la cura drastega del miraculoso,
esimio& inarivabile medego & cerusico & Profesore
doctor Panurgio.
Lo qual ve ficherà, per na spesa modega de soldi quatro,
la testa in un sò fornèl
e ve farà sortir dei pertugi vostri, fora da la boca
e magara anche dal cul,
tuti sti malvagi sortilegi & biastemie maledete
& diaboleghe fatuchièrie.

Oh, come starè ben dopo la cura!

    
     L’altra mattina mi rigiravo nel letto, di mattino prestissimo, e mi veniva in mente ‘sta disposizione della UE rivolta all’Italia in materia di crucefissi appesi al muro di scole & uffizi pubblici, che siano. A me se li togliessero davvero farebbero solo piacere, per dire. Da bambino questo simulacro d’un uomo sanguinolento appiccato a ‘sto legno mi faceva abbastanza paura, né mi pareva un dio.
Comunque a parte le mie ubbie, mi stavo ricordando che il Cristo crocifisso appeso nelle scole venne quasi d’obbligo soltanto dal 1929, cioè anno del Concordato tra Benito & il Vaticano. Prima non si vedeva nelle pubbliche aule.
E la mia mente insonne andava a prima, prima ancora nei secoli passati ed in altre nazioni diversamente cristiane. Così mi sono fatto una rassegna iconografica, mentale poi, del croce/fisso, ovvero delle prime rappresentazioni di questo uomo divinizzato morto in croce.
V’è la rappresentazione graffita, del I sec.d.C. in una catacomba romana di un tale adorante crocefisso a testa d’asino, ma questa è un opera di un dileggiante il culto cristiano, forse.
Ho rivisto, invece, le preziosissime ante in legno delle porte di Santa Sabina in Roma, V sec., ove si vedono tre uomini accostati con braccia levate a croce, uno in mezzo più grande: sono Cristo e i due ladroni, visti senza croce dietro,( oggetto infamante perché pena degli schiavi fuggiti), ben svegli, davanti ad un’architettura con timpani.
Per alcuni secoli non si vedono più crocefissi, o non ci sono pervenuti, però quando ricompaiono, verso l’anno 1000, o poco prima rappresentano, un uomo in croce, a volte vestito di lungo manto, vivo, con gli occhi aperti, è il Christus triumphans, incoronato di fulgida diadema regale, è l’uomo che vince la morte, il vittorioso per eccellenza. Si vedano i magnifici crocefissi lignei rivestiti in lamina d’argento di Vercelli, Casale Monferrato, Pavia e quello del vescovo Ariberto di Milano, anche quello eccezionale, su tavola, del Maestro Guglielmo del duomo di Sarzana, anche un’altro notevole di Berlinghiero Berlinghieri a Lucca.
Quindi sullo scorcio dei primi anni del 1200 cominciano a comparire i primi esemplari di cristi in croce morti e dolenti, il Christus patiens, modello inconografico diventato poi diffusissimo, tra i cattolici, fino ai giorni nostri.
Qui nella tavola che ho composto alcuni esemplari, più che famosi, di questi crocefissi. Quello di Giunta Pisano, l’altro straordinario di Cimabue e di sotto un pezzo, ben posteriore, di valore di eccellenza assoluta nella storia dell’Arte europea:
La pala del polittico con la Crocifissione di Matthias Grünewald che costituisce uno dei pannelli centrali dell’Altare di Isenheim conservato nel Musée d’Unterlinden a Colmar.
Tre volte sono andato a Colmar, luogo bellissimo in Alsazia, solo per vedere e ri/mirare questo complesso, questo più che inquietante e miracoloso capolavoro.

Ma, mi sono domandato, perché nella iconografia cattolica il crocefisso compaia come morto, dolente, sanguinante proprio in quei primi del’ 200.
Ho passato in rassegna, nei miei ricordi, fatti storici terribili che travagliarono l’Europa di quei tempi: le prime crociate, contro gli infedeli (?) e Cristo è dolente perché il sepolcro suo non è riconquistato alla vera ed unica fede dai cristiani.
Cristo soffre perché eresie, come pesti maligne, sorgono dappertutto in Europa ed è minacciata l’unità della vera fede ed il potere del papa.
Anzi vengon fuori pure degli antipapi…
Mi sono dato queste spiegazioni, non esaurienti e confutabilissime.

Porta e lune di luglio.2

C’ho avuto notizia diretta da n’usciere d’un palazzone, principesco & santificato, romano cha sua minenza reverendissima Sant’Alì Berlù, benemerito, c’ha la voglia de cambiar patrona d’Italia:
Ma quale santa Caterì da Siena!
Piuttosto Betty Boop, candida patrona delle povere puttanelle italiche,  che se scoscia de supra n’altarino preggiato,
che io ci ho disegnato, essendo ‘n pittore de regime, si sa.
Et voila.

      Sugli angoli gruppi di giovani a ragazzuoli in frotta, facean lieto romore, o mica tanto, sfumazzando, di fronte a locali tipo il Diwan cafè o al Bibe ron, già udivasi ‘n certo fracassar di musica nigeriana o senegalase, c’era pure Santo il calabbrisi che salutavami da sulla porta della pizzeria ’n dove ci sono pure dei miei quadri appesi, già.
    È che c’è per tre giorni qui in giro PARATISSIMA ch’è na specie di parallelo ad ARTISSIMA, quella del Lingotto, noiosa, ‘n dove ci stanno i galleristi i mercanti gli arrivati, o quasi, gli ufficiali i canonizzati d’o marchè.
    Allora questa manifestazione qui, invece, PARATISSIMA, è bellissima, è ‘na roba mostra esposizione dei poveri artisti più che altro giovani, in numero di circa 100, appoggiata dalla Città di Torino che si svolge in negozi librerie salsamentari ferramente caffè osterie parrucchieri locali sfitti trasformati in sedi di proiezioni di video installazioni foglie secche che da dentro vanno per strada, scarpe verniciate che se ne stanno sul marciapiede e pare che se ne vadano da sole per magia, mah.., uno di sul cantone che spara con un misteriosa macchina proiezionista fiamme di luce laser su ‘na casa, l’amico mio Giancarlo che gli hanno prestato un camion e dentro posteggiata lì ci fa la sua mostra di ombra luminose alle luci di Wood fatte di filamenti di ‘na colla misteriosa fluorescente.
    Insomma andavomene, come dissi, qui nei pressi verso le 20e 45, che recavomi al cine teatro Baretti, che dovevo presenziare sentire udire una conferenza presentazione di libri intitolata "Torino in giallo" ‘ndove che sul palcoscenico un mio amico piccolo editore presentava sei suoi scrittori vecchiotti, (tipo me), che hanno scritto gialli torinesi recenti, tutti specialisti del ramo, ‘na cancelliera d’ tribunàl, due cronisti de La Stampa, ‘n’avucàt penalista.
    Ecco: però mi son seduto lì, mica tanto di buon umore, per via della stanchezza & influenza pregressa + montaggio allestimenti, robe varie nel mattino e pomeriggio.
Fatto sta ed è che guardo ‘sto palco lì a tre metri da me e mi dico:
Perlamiseria! Io lì sopra ci ho recitato! Avevo anni sette…mi hanno imbabbionato con un piccolo frakke nero co’ code e facevo la parte di un certo Zio Sam che vien da la Merica.     Poi guardo in sù, dietro, dove c’era la galleria che adesso c’è tutto un volumone cassone grigio scuro che contiene macchinari proiettivi e penso quando da bambino là sopra ci stavo delle ore, tutto il pomeriggio della domenica, coi miei amici a vedere filmisi d’avventura, tipo con Gay Cooper Robert Taylor Clark Gable e facevamo un casino della madonna ululando sghignazzando buttando carte di caramelle o unte di mortadella in platea, talvolta i più maleducati sputando sui malcapitati sottoposti.
Per cui saliva di sopra, per forza, in galleria una specie de sagrestano inferocito se non il parroco in persona e prendendoci brutalmente per le orecchie ci sbatteva violentemente fuori, ci estrometteva dal cinema, anche con calcio in culo.
   Sì, faceva bene, ti dico io: eravamo bambini terribili cioè pelli di vacca, come diceva mio zio, il papà di Ernesto.
     Alla fin fine rivenendomi nella mente ‘ste storie, mi son rallegrato.

In questi giorni questo mio quartiere, che già sta sul movimentato, sembra che gli sia preso ‘na movida ‘ntroccolata, cioè una sorta di ballo di San Vito, o di Sant’Antonio, non so. Ieri sera verso le ore 20,45 attraversavo, naturalmente per traverso, le mie vie domesticissime fin dall’infanzia che mi pareva di girare per Soho all’epoca della swinging London, cioè ‘na quarantacinquina di anni fa.


Esso è frammento di coccio ‘n dove si vede ( o no) de’ soldati e de’ monaci, o clero che sia, drento ‘na specie di caverna, ove, non avendo gnente da far
perdon lor tempo a dirsi fregnacce d’ogni sorta

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