Stai sfogliando l'archivio mensile di marzo 2009.

Da piccolo, dico, sempre succèssemi da bambino, in quella casa di campagna della puntata precedente trovavo solo giornali e riviste vecchie in un armadio a muro.
Eccetto che: ovvero nel di dentro di una scrivanietta di rovere gialla dai bordi sbruciacchiati dai toscanelli di mio nonno buonanima Sandrìn, c’erano alcuni libri vecchi, se non antichi. Non era mica roba che aveva comprato lui, no, glie l’aveva portati mio padre quand’era soldato ch’era finito in una villa sequestrata a dei nobili austriaci e ci avevano acquartierato una truppa affamata, infreddolita e analfabeta, poveracci, che hanno cominciato a buttare nel camino, per scaldarsi, un casino di libri vecchi, antichi, magari cimeli che stavano nella ricca bibblioteca.
E mio padre, ch’era anche lui lì, un po’ si sgelò, un po’ si scazzò per via del rogo dei tomi suddetti. Per mediare si fece ‘na borsata di ‘sti libri che andavano abbrusciati e la ficcò sotto il sedile del camion FIAT 18 BL che lui conduceva, per portarle al padre suo ch’era litterato autodidatta e leggeva anche qualsiasi avanzo di carta stampata che i soldi per i libri a j’eru nen. ( che soldi per i libri non ce n’erano).
Per ritornare, tra quei famigerati libri o scartafacci disfatti, ma stampati, oltre ad alcuni tomi del ‘600 (robe di religione, eccetto l’egregia “Circe” di Gio Batta Gelli fiorentino), mi pervenne un librucolo malandato, stampato in Torino nel 1824, contenente ‘na selezione di novelle del gran narratore del ‘300 FrancoSacchetti.
E lì, cominciai a leggere ‘sta strana lingua antica toscana che metà sola la capivo, per l’altra fantasticavo e m’industriavo, e poi ridevo, mi sbellicavo come un matto anche se non capivo, c’erano pure delle robe erotiche di donne che se la facevano coi frati e gente con la mutanda in testa, mi eccitavo pure, caspita.
Poi mi colpì ‘na parola in un insulto: il vermocane.
Cioè a un certo punto c’è uno che infila per sbaglio ‘na lancia nelle chiappe del suo servo infelice, quello s’incazza e il bastardo e sguercio padrone, ch’ era un nobile degli Ordelaffi, gli fa:
Ti nasca il vermocane!
Poi in un’altra divertentissima c’è il fatto d’un lupo ch’entra ni n’una barchetta di un contadino delle Cinqueterre ch’era andato a potare la vigna per via di mare; e il vignaiolo vede la sua barca andare via e non sa chi c’è sopra, ed è il lupo che gli vuol pappare la merenda, ma lui crede ch’è un ladro qualsiasi e gli urla:
O tu che meni la mia barca, torna alla riva che ti nasca il vermocane, che per lo sanghe de De ti farò appiccare alle forche basse.
Ecco: c’ho avuto l’educazione del vermocane, cioè mi sono immaginato che ‘sta bestia misteriosa e schifosa fosse un vermaccio grosso viscido con ‘na testa feroce più che da cane, da pescecane, co’ mille denti. E che questa infame criatura potesse nascere appunto dentro il corpo nostro, ‘n te le budella, come ‘na tenia, un’ascaride, un infame parassita che ti rosica de dentro e ti rende schifosamente magro e rabbioso come lupo mannaro.
I toscani d’allora forse intendevano davvero un parassita animale, un verme:
Io, ora, in forma figurata, lo intendo, ‘sto vermocane, come un morbo morale, una verminosi che ti si attacca, ‘na forma di cinismo corrotta, un disprezzo de l’altro, ‘na malattia sempre più diffusa.
Ma è roba per ‘n’altra volta.
vedi: http://it.wikisource.org/wiki/Il_Trecentonovelle/CLXXVII

"Generale! Siamo rovinati: il nemico ci ha dato querela"
Quando ero piccolo e passavo le estati ‘n campagna i libri erano roba che non si vedeva in giro in casa. C’era ne’ la sala scura, tappezzata di carta a damasco blu già dorato, ‘n po’ sbrindellata, ‘n’armadio a muro alto, co’ la faccia simile a ‘na cassa da morto in piedi, dove ci stavano tremila giornali vecchi che le farfalline e i tarli ci facevano il nido, tutta polvere varia. Fatta ‘na ventilata per non soffocare comparivano ‘ste pile di Domeniche del Corriere di prima della guerra che mi sbafavo per dei pomeriggi tra mosche, zanzare, formiche, tarli e ragni, quando non ero in giro a far esplorazioni per i campi, i boschi, a pescare in una gaminella, con un sacco vecchio di juta, degli “squarsasac” che mia nonna mi faceva fritti la sera, ed erano buoni, buonissimi.
La lettura cioè lo sfoglio de’ vecchi giornali o riviste era relegato ai pomeriggi di riposo e di ‘ntortogliamento cerebrale, poiché, si sa, la consultazione di scritti infestati da torme di parassiti porta di conseguenza a forme paranoidi, dovuta al senso di persecuzione che il lettore prova per il tormento accompagnantesi al maneggio de’ la carta stampata suddetta.
Cioè ne venne fuori un senso dicotomico di:
1.Amore svisciolato, meraviglia, stupore, risa, commozione per la scoperta letteraria e delle immagini meravigliose visibili sulle carte e tutte le fantasie conseguenti
2.Astio inverso a ‘ste carte del cazzo, collegato a questo continuo sbattere, grattarsi, schiacciare ‘sti bastardini di esserini persecutori, aprire una copertina e tossire, e sputare polvere, e poi doversi alzare da terra ed andare sul balcone a trarre respironi.
‘N mezzo a sta roba cartacea oltre alle Domeniche e alle Tribune illustrate c’erano poi delle riviste Le Vie d’Italia del Touring Club italiano ché mio papà ci era abbonato da ‘n sacco di anni e me le rimiravo co’ le foto di paesaggi, mari, montagne, laghi, boschi, vulcani, pagnotte, bottiglie, chiese romaniche, rovine de templi e vaghe montanine pastorelle che, oltre a le pecore, tenevano sotto la cammisetta ricamata pure vaghe sporgenze carnali, niente male, talora.
Poi c’era ‘na cosa preziosissima: una copia di ‘n almanacco spesso del Bertoldo tutto ingiallito con disegni, vignette, barzellette di Giovanni Mosca, Giuanin Guareschi, Saul Steinberg, Bartoli, Mino Maccari.
Io me lo riguardavo mille volte e mi facevano ridere da matti tante scenette, molte non le capivo, ma il disegno filiforme, fatto di segni di china, di certi autori mi divertiva, c’era ‘no spirito leggero che mi entrò dentro. Tanto bene mi intrattenevo con il Bertoldo che manco sentivo più le formiche quelle vere, rosse, e quelle che mi venivano nelle gambe a forza di star seduto sul pavimento vecchio e freddo di cotto.

È che mi si scassò il televisore vecchio giù al paese che fece ciààààkkk e mi dispiaceva assai che un po’ lo faceva, ‘sto rumore, un po’ non si vedeva un cavolo poi si rivedeva poi rifaceva ciàààààkkk. Insomma decidemmo di dare ‘na trasferta a ‘sto vecchio Mivar e di portarlo a Torino, dal sig. Scognamiglio ch’è tutto un programma.
‘Sto Scognamiglio, che ho scritto così, ma non si chiama così ma ha cognome campano caratteristico è un tipo insolito, raro, cioè io ne ho visti da ragazzo di fatti così, che ce n’erano in giro, un tempo, ovvero Gino Scognamiglio è uno vestito da guappo di ‘na vota. Faccio ‘n’esempio classico: scarpe bianche e marroni, o bianche e blu, carzune alla marinara, a chiarissimi a quadrazzi, giacca striminza possibilmente vistosa, viola, scozzese inverosimile, non parliamo di cravatta che sempre tiene slacciata, tipo regimental a rigoni traversi squillanti, nodo modello “Coliseum” cioè immenso, camicia de seta di varietà luccicanti.
Ecco, pare impossibile, ma è così. Tutto vero, mica fiction.
Fatto sta che gli porto ‘stu cazz’e tibbusione e la introduco nel suo botteghino. Quello burberissimo dice che la guarderà, ma forse non lui, ma il figlio Alex che lui ora è in pensione (?).
La sera dopo la tibbù è pronta. Alex l’ha aggiustata, pare, fanno € 80, però Scognamiglio, cioè Gino, che mi da del tu perché lui dice ca nun è capace di dare ‘stu cazz’ e signore o lei a nisciuno, allora Gino afferma stentoreo ca la tibbù Mivar è ‘na vera schifezza e non la fanno cchiù ca la facevano dei missionari ca li pacavano pochissimo e poi ha chiuso, la Mivar, poi afferma ca io sono come un fratello per lui, ca se non ero come fratello, col cazzo che mi prendeva euro 80 per la riparazione, anzi mi mandava fanculo direttamente e la Mivar nel bidone di fronte, ecco.
La detta Mivar la rimisi in funzione dopo ‘na settimana, quella andava bene, pareva dico. Poi dopo tre giorni circa riprende a fare ciàààk proprio nel bel mezzo d’un film che mi piaceva ca m’incazzai assaissimo.
E la tibbù l’ho riportata a Torino, da Gino Scognamiglio
Quello come la vede fa ‘nu melodramma epocale: Te l’avevo detto io ca era ‘na vera schifezza ‘stu Mivar, ma guarda accà ca ti dongo ‘stu superbellissimo Grundig, ca è nuovo, nuovissimo (avrà almeno cinque anni), per euro 50, ca sinnò come faccio andare avanti, è un vero regalo. Ca io te lo dico a ‘tte che sei come un fratello per me…
( e qui comincia ‘na recita eccezziunale epocale traggicomica)
Ca io stavo benissimo prima, ero ‘nu siggnore, tenevo bell’alloggio mio, tenevo nu miliardo e mezzo in Bot e CCT e invece mia moglie ca era ‘na vera strunza, io ci volevo bene e ci regalai un cagnetto, e quella lo portava sempre da ‘sto veterinario, ch’era un vero ommo vizziiuso e fetente, ca la portava con sè a giucare a i macchinette. Macchinette occi… macchinette domani……Accussì mi rovinò cu i macchinette ca mi mangiò CCT, BOT persino la metà del mio alloggio. Allora io divenni comme pazzo furioso ca io la pigliai, la zoccola, e la portai in campagna dove ci detti ‘na tremila pugni cazzotti schiaffe e serguzzune, la buttai a ‘tterra e ci passai pure sopra co ‘a machina.
( Io so’ diventato pallido e mi so’ spaventato e ho detto: Ma l’hai ammazzata?)
Quello rispose: No, no solo restò ‘nu poco zoppa, la puttana, però io mi facetti un anno e mezzo al manincomio criminalo di Aversa, ca non ero capace di intendere e di volere, ggià,….. invece io adesso ‘so capace di intendere e di volere, giààà….
E ‘uarda accà stu passaporto!!! Nuovo ‘nnuovo ca mi hanno fatto solo addesso, ca dimostra che sono pulito, comme incesurato, ora. Ca si no, si ero criminalo non me lo davano, no me lo facievano, hai capito, hai capito…..Ca io ‘sti cosi te le dico a ‘tte ca si’ come un fratello per me, altrimenti no te le dicievo….
Ca co’ ‘stu passaporto io la simana entrante me ne vaco in Venezuela dall’altro mio figlio ca tiene na buonissima posizzione, no comme Alex, ca vidiste qua, ca è nu poco critino…
Pigliatello allora ‘stu Grundìcc ca a nisciuno l’avrei dato mai… si non a ‘tteèè……fanno 50 euro
E che me ne sono andato felice dopo questo incontro, ca mi sembrò di ritornare bambino quando nel negozio di sartoria di mio padre spessissimo avevamo a che fare co’ guappi di questo tipo e le loro commedie, il loro dialetto mi estasiavano davvero.
Tuttavia il “nuovissimo” Grundìcc nun l’aggio ancora pruvato ca ho paura, davvero.
Creto ca mi sono pigliato ’na frecatura….

Girellando per la libreria di remainder’s del mio amico Andrea, in Via Madama Cristina, qui a due passi, mi è capitato tra le mani il sottile volumetto di Arthur Schnitzler “LA STRANIERA”, di Stampa Alternativa, che mi ha incuriosito anche per la copertina bella che reca su un particolare del dipinto di Egon Schiele “Madre con bambino” del 1910. Pagato € 4.
Era una vita che sentivo parlare di Schnitzler e mai ne avevo letto nulla: mi sono trovato molto soddisfatto. A quanto pare l’autore fu un grande scrutatore di “anime”, come si dice nella prefazione. Da questa medesima premessa ho tratto il brano seguente con parte di lettera di Freund all’autore, che trovo davvero rara, inconsueta.
A questo proposito è interessante citare un passo della lettera che Sigmund Freud scrisse a Schnitzler il 4 maggio 1922 in occasione del sessantesimo compleanno dello scrittore. Fra i due, che pur vivevano nella stessa città e frequentavano più o meno gli stessi circoli e condividevano certi presupposti culturali e scientifici, la conoscenza data da questa lettera ma non diventa stretto sodalizio. Scrive dunque Freud:
“ Mi sono sempre chiesto con tormento per quale ragione io non abbia mai cercato in tutti questi annidi avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei (senza considerare naturalmente se Lei avrebbe gradito una tale iniziativa da parte mia). La risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo intima. Io ritengo di averLa evitata per una specie di timore del sosia. Non che io sia facilmente incline a identificarmi con altri, o che voglia trascurare la differenza di talento che mi separa da Lei, ma in effetti ogniqualvolta mi sono immerso nelle Sue belle creazioni, ho sempre creduto di riconoscere dietro La loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi ed estri che sapevo essere i miei. Il Suo determinismo come il Suo scetticismo – che la gente chiama pessimismo – il Suo essere dominato dalla verità dell’inconscio, dalla natura istintuale dell’uomo, il Suo demolire le certezze culturali convenzionali, l’aderire del Suo pensiero alla polarità di amore e morte, tutto questo mi ha colpito con un’inquietante familiarità [..]. Così ho avuto l’impressione che attraverso l’intuizione – ma in verità grazie a una raffinata autopercezione -Lei sapesse tutto ciò che io ho scoperto con un faticoso lavoro sugli altri uomini. Credo, anzi, che nel profondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, così sinceramente obiettivo e impavido come nessuno prima di Lei…”
(in G. Farese, Arthur Schnitzler. Una vita a Vienna, Mondadori l997,pag. 231-2).

Mi è capitato di vedere in Piazza Madama Cristina su di una bancarella di misticanze varie, cioè un ripiano in legno su cui stanno varie merci, da oggetti vecchi, stoviglie, accendini, anche abiti usati, berretti, in fine sempre un bella pila di libri strusati, consunti; insomma ho visto il libro di cui sopra di cui avevo sentito parlare millanta anni fa, circa, e l’ho acquistato per centesimi 75. L’autore Constantine Fitzgibbon ( 1919 -1993) ebbe una vita movimentata, fu militare britannico, ufficiale dell’Intelligence per gli USA, poi soggiornò parecchio in Italia, in Inghilterra e poi ritornò alla sua amata Irlanda di cui era oriundo. Scrisse molti romanzi interessanti, biografie, libri storici.
Il libro presente edito dal grande Valentino Bompiani nel 1951, costava allora, lire 1000, il che era crifra assai elevata per un libro non rilegato. In quegli anni, se andava bene, un operaio percepiva 30.000 lire al mese…..
Io non sono un fanatico degli incipit, però questo pezzo iniziale mi è piaciuto assai, anche perché, cosa singolare, inizia con un sogno:
CAPITOLO I
La contrada ch’essi stavano traversando così rapidamente, sembrava fatta di enormi blocchi di lava o forse di vecchio corallo grigio. Era difficile avanzare sulla superficie scabra del suolo, soprattutto perché la fanciulla camminava così veloce.
“Ehi! Signorina!” Là chiamò, ma lei non se ne dette per inteso, continuando a procedere a grandi passi mentre i suoi bianchi veli le ondeggiavano alle spalle. Chissà perché quell’acconciatura all’Isadora Duncan? Forse era una ballerina? O quell’abbigliamento sottintendeva una misteriosa beffa? Se almeno avesse conosciuto il suo nome, avrebbe potuto pregarla di andare più piano.
“Rumore di locus”. La voce di lei si alzò e le fluttuò dietro le spalle come i veli. Ora che la fanciulla aveva richiamato l’attenzione a quel rumore, egli s’accorse della compatta nube grigia che svaniva stridendo all’orizzonte.
“Locuste”, la corresse lui. E sebbene affannato dalla corsa riuscì ad aggiungere: “La parola esatta è “Locusta” e l’anno è il 1944”.
“Locusta Tennant”, replicò lei e allora egli s’accorse che stava inseguendo sua moglie Louise, aprendosi con sforzo il passo tra la dolce nevicata di francobolli.
Ve n’erano d’ogni specie, forma e colore, alcuni svolazzanti nell’aria, altri accuratamente disposti in album. Non riusciva ad assicurarsi se avessero i bordi forati, sebbene distinguesse che su quasi tutti era stampato il profilo di suo figlio Oliver sormontato da una corona. La corona evidentemente era stata aggiunta dopo la conseguita promozione a maggiore. Su un francobollo c’era la scritta “Fuori serie”. Un autentico esemplare da collezione.
Il lontano stridente ronzio giungeva più distinto ora ch’egli era uscito dalla tempesta di neve. Ma perché i cortili tra gli edifici scolastici erano così sporchi, e perché avevano tracciato quella strada asfaltata attraverso il prato? Una nuova impresa dello Sforzo Nazionale? Ah, ecco Louise! Stava scantonando dietro la cappella.
“Lou-i-i-se! Lou-i-i-se! Lou-i-i-se!” Senti la propria voce affievolirsi sempre più, smorzarsi quando lei scomparve. Ché non stava seduta sulla poltrona, né sulla porta di casa, forse in cucina dove il bruscapane elettrico ronzava…
Charles si svegliò di soprassalto e balzò su, al rombo che faceva l’aereo. Il suo vicino lo stava scuotendo per il braccio.
“Dovete mettere la cintura di salvataggio, stiamo per atterrare”.
Per tutta risposta Charles gli sorrise. Non s’erano scambiate altre parole, ma sin da quando l’aereo aveva lasciato Casablanca egli aveva guardato con simpatia la faccia abbronzata del vecchio colonnello e i suoi candidi baffi. Cercò a tastoni la cintura e, ancora un po’ turbato dal sogno da cui era appena uscito, armeggiò con la rozza e solida fibbia della chiusura.

Quando dal cielo viene giù viscido
e intorno anche il marciapiede è schifido, livido
non è che ci sia un’uscita di sicurezza, un porta di sotto?
Di sopra mica la spero.
Anche di fianco, che ti apra un varco verso un terreno solido.
Anche se il cammino resta oscuro, non so,
come un sentiero di sassi filtranti e ciottoli
ove non si forma quella fanghiglia
che già mi arriva fino alla caviglia.
Mai visto un rifugio antiaereo sotterraneo,
di quelli a prova di vermocani?




Questa di qui sopra è n’antica carta de tarocchi detta la Torre oppur, come vedesi ‘n tei tarocchi de Marsilia, la Maison Dieu, noi piemontesi l’abbiamo sempre chiamata La TORRE.
E’ che ben si vede ch’è ‘na torre colpita da ‘na losna o fulmene o saetta o dardo divin, che dir si voglia, e ci vedo lo specchio di questa epoca folle, marcia et impestata che passiamo qui in Italia, ove una bestia parassita mina la radici de la Repubblica, il vermocane de la corruzione.
Uno potrebbe dire: non è solo corruzione, è la mancanza di prospettiva politica, crollo di ideologie, l’asservimento. Io vi vedo invece come primo male questo malo vizio de la corruzione che comprende clientelismo, voto di scambio, furto continuato di beni pubblici, elargizioni di favori abusivi, connessione de’ politici co’ la malavita organizzata, maffie e camorre, moltiplicarsi false istituzioni private dette Fondazioni a capitale però pubblico ove i dirigenti si emolumentano enormi stipendi, pensioni e liquidazioni a danno nostro cioè de la cosa pubblica.
Mi si potrebbe dire: tu la metti solo sulla morale! Ed io rispondo: anche di sì, non solo. Mi rifaccio a principi costituzionali, al rispetto dei diritti del cittadino, della persona. Mi rammento risposta di Oukhèt, l’Achille, dopo la Bolognina a chi rimproveravagli contributi illegali al "partito": Piantiamola coi moralismi! A Di Pietro ci dicono giustizialista, manco fosse l’erede dell’infausto Peròn. Ci andrebbe una corretta presa di coscienza che questi mali nazionali sono un morbo gravissimo che può far cader la Torre.
La superbia come simbolo dell’erezione e del crollo della mitica babelica Torre regge questa carta, ma è assimilabile con la superbia crassa, vergognosa, lurida ed ignorante di questi nostri governanti & dei loro alleati.
