Stai sfogliando l'archivio mensile di febbraio 2009.


S’apre l’Festivalo de Sarremo
Io me sento mezo scemo
De ste luci sti bagliori ci son del tutto fori.
Ho visto na pelìcola vecchia co De Niro
Mi so’ devertito como ‘n piccerillo co la prima biro
La Piovan dicono che c’ha lo spacco
Io no lo so chi è, io so’ bislacco.
No so chi è Bonolis Spadavecchia Cerilo Delanoce
Casabbona Veltruschino Chiappacculo & Cristoncroce
No so cchiù nenti, no so ndove sta ‘l monno
No so si isso è rottonno opure quadro
Si va cosìta & si fusse davver quadro
Sta sicur que me cascarebbe su la testa
De juorno ferial, de vegilia o pur de festa.
Il Piddì se sfracida se squaglia come neve al sole
E noi no tenemmo chi ci racconcia suole
Nè tenevamo essi pure prima
o forse temevam che c’enculasser con gran rima.
La gran casta c’ammanisce la Piovan
E io no tengo cchiù mezzo toscan
La Piovan se becca la parcella
E noi ce rimiremo ‘l cul de la padella

Mi voglio tanto ornare casa mia
che quand ci fass un congress’, ‘na festa ci voglio mettere i bronzi di Riace. Scusa se è poco: magari anche ci dico a coso, l’inglese, quello martuffo, che mi danno i marmi di lord Helgin, che fanno bella figura, sì, coi miei ospiti esimi ‘bastanza.
Anzi, a mentre che ci son, faccio trasferire da Iraq le porte de Babilonia che fa ancora più figo, ce lo dico al generale Petreus ch’è l’è mè amìs. Anzi cul e camisa.
Poi via facciamo trasferire da Roma il Coloseo che fa ‘n figurone, n’tel prato, che poi ci giriamo qui il film co la mia signora, figli e i nipotini che rassolano dentro come a casa sua. Perchè quando uno può, può, ossignùr!

Questo racconto lo scrissi circa mesi sei fa per una sorta di concorso sul tema vampiro bandito dalla rivista web Progetto Babele, che mi segnalò l’amico scrittor/bloggher Enrico Gregori il quale sul suo blog posta il suo analogo. Di quel concorso non se ne seppe poi nulla per cui faccio che esporlo qui. MarioB.
Dieci anni fa, circa, all’età di anni 37, feci l’amaro bilancio della vita mia.
Dopo i miei scorrevoli e brevi anni di successo universitario mi imbucai, speranzosissimo, in uno studio legale promettente e di colpo riuscii ad invaghirmi della favolosa, prestigiosa e più anziana collega De Libertis dagli occhi potentissimi e dalla andatura decisa. La sposai dopo tre mesi. Tutto bene.
Eccetto che, dopo un anno circa, ero diventato una specie di schiavo della consorte, donna esigentissima e volubile, la quale, oltre a mostrarsi spessissimo inquieta, scontenta, mi dominava, in tutto e per tutto. La storia finì presto, non per mia volontà, ma perché la signora, in poche parole, riuscì a buttarmi fuori da casa, dalla sua vita e a imporre le mie dimissioni nello studio, di cui era socia con notevole quota.
Tuttavia non mi sentii sconfitto e negli anni seguenti, grazie alla mia abilità vocazionale riuscii a sposarmi altre due volte con femmine prepotenti e despote e, di conseguenza, a farmi ridurre a straccio ambulante o relitto immondo. Idem come sopra per il lavoro: mi prodigavo, mi rendevo disponibile, arrendevole, mi prestavo a tutti gli straordinari, portavo fiori & pacchetti, e così riuscii a farmi fottere elegantemente da un esimio fiscalista, quindi dal notaio Bellamy che pubblicamente mi umiliò.
In circa dodici anni di vita indipendente dalla famiglia d’origine avevo maturato una serie notevole di sconfitte e conseguente demoralizzazione, vuoi depressione.
Poiché sono parsimonioso e provengo da agiata famiglia, come soldi non stavo male, per fortuna, ma la parola "perdente", che per altro detestavo, saltellava orrida dietro la mia fronte nelle notti regolarmente insonni.
Dietro pietoso consiglio della mia prima moglie, che tuttavia ancora meschinamente adoravo, e talvolta adulavo, mi recai da noto psicanalista a cui versai una barca di soldi per terapia intensiva: una cosa detta microanalisi, di durata breve ma di alto costo.
Davvero veneravo il dottor Ermete Peniscola, mio psicomentore, anzi mi bevevo ogni sua parola nonostante mi bombardasse di dubbi atroci, di sensi di colpa magari suoi. Non vedevo l’ora, in quei buissimi giorni, di albergarmi in quella nera sua poltrona e farmi sommergere di domande, talora sconce, di ipotesi stralunanti. Dopo tre mesi di aspirazioni alla liberazione dalle mie angosce mi scoppiò una notte un insight; vidi il mio volto contratto in un ghigno vergognoso, il corpo sgraziato e paludato in una veste da giullare, tutta nera, sdrucita, con cappuccio penzolo, non tardai a riconoscere in quella persona disgustosa me stesso, l’altro da me, forse il mio vero io, un io che assomigliava molto a quello di Marty Feldmann nel film "Frankestein junior" in cui mi ero piacevolmente annegato più volte. E cominciò a girami ossessivamente per la testa la parola "succube.. succube.. succubo". Avevo infine capito, ero divenuto consapevole: la mia vocazione vera, unica era quella di fare il succubo, il dominato, l’asservito, strisciare ai piedi dei forti, dei potenti e lasciarmi arrendevolmente signoreggiare.
E, vista la fenomenale rivelazione che avevo patito, a niente di meglio avrei potuto aspirare se non di trovare non una donna dominatrice, ma un degno "padrone", un signore d’altri tempi, magari un despota, anzi meglio, un vampiro, sì, un signor Vampiro.
Ed il mattino seguente, eccitatissimo, con gli occhi strabuzzati, mi presentai al mio psicopompo dichiarando la mia decisione, se non consacrazione, alla palese, luminosa improvvisa vocazione, magari folle, forse anacronistica, di diventare finalmente un vero "schiavo di un vampiro". Il dottor Peniscola scrollò la testa mostrando un mesto sorriso, mormorò un incerto: "Forse che si… forse che no…", poi mi prescrisse benzodiazepine. Francamente io gli feci uno turpe sberleffo, proteso in avanti, accentuando un poco la mia cifosi congenita, quindi arretrai inchinandomi più volte. Non gli pagai, certo, le ultime sette sedute, avendo deciso, per altro, di accentuare la mia parsimonia per trasformarla in fruttuosa avarizia.
Dopo giorni quattro di esaltazione, e precise consultazioni di antichi volumi nella vetusta Accademia delle Scienze, ove mi trovavo più che a mio agio, tra polveri, vecchi schedari, tarli, scricchiolii di sedie e tonfi di tomi sui tavoloni di quercia, caddi in uno stato di stanchezza che aveva un poco della precedente depressione, probabilmente perché non avevo trovato alcuna indicazione su come muovermi, ovvero pareva mancassero degni destinatari della mia offerta di lavoro succube.
A quanto pare non esistevano più vampiri, o forse non ne erano mai esistiti, non parliamo nell’attuale Transilvania ove agli antichi nobili signori si erano sostituiti ributtanti personaggi dell’Europa occidentale, quali speculatori edilizi, evasori fiscali, gangsters, grassatori industriali, produttori di ogni sorta di ciarpame inquinante: umana immondizia.
Per cui, piuttosto sfiduciato, mi dedicai, in casa mia, alle domestiche ricerche sul web. Trovai qualche indicazione utile. A quanto pareva, nel subcontinente indiano si credeva ancora nella esistenza di vampiri, talora detti pisacha, nominati pure su quotidiani locali, si annoveravano sparizioni o rapimenti di donne attribuiti a cotesti individui notturni che infestavano alcune zone del Pakistan, del Baluchistan, negli stati indiani del Kashmir, del Gujarat, e dell’Andra Pradesh. Mi stavo rincuorando.
Chiesi udienza alla mia seconda moglie, donna assai superba e snob, che era stata varie volte in India; nella sua svagata gioventù aveva bazzicato ashrams, santoni, eremi subhimlayani, poi trovata la sua vocazione, aveva piazzato qui scuole di yoga, corsi di rebirthing, fondato fiorenti aziende erboristiche e una lussuosa beauty farm, onde accalappiare gonzi.
Essa nel vedermi si meravigliò per la mia barba incolta, il mio cipiglio ossesso e stravolto, e per questo provò vero interesse, nonché per i miei abiti inconsueti, indossavo un consunto giaccone in pelle nera da vecchio camionista, su camicia e pantaloni di identico colore, e portavo una berretta blu di lana con nappa viola ereditata da un mio caro zio.
Mi prostrai devoto e le chiesi notizie, informazioni dei detti pisacha, se mai ne avesse udito parlare nel suo passato remoto. Essa si mise a ridere, poi mi puntò un dito e mi disse che un pisacha lo sembravo io davvero, un pisacha matto, o cretino, aggiunse.
Non mi scombussolai affatto.
Insistendo seppi che nel porto di Karachi, almeno vent’anni prima aveva conosciuto un strano santone musulmano che ne parlava sovente, ne aveva visti e conosciuti a bizzeffe e insegnava, vendeva scongiuri e sortilegi per tenerli lontani.
Mi bastò. Arretrai devotissimo e le baciai la sacra pantofola.
Non mi restava che partire, accumulai un piccolo bagaglio, un discreto gruzzolo, prenotai un volo e sparii verso l’Oriente, destinazione Karachi.
Cercai di arrivarvi coi mezzi più economici, voli low coast fino al Barhein, ove mi imbarcai su uno scassato enorme cargo diretto al porto di Karachi. Durante il breve viaggio mi familiarizzai con un vecchio mercante di paccottiglia indiana, certo Mafuz, da cui in cambio di quindici dollari e una bottiglia di cognac ebbi notizie di alcuni luoghi del Pakistan dove avrei potuto trovare dei eventuali cacciatori di pisacha, ma erano tutte palle.
Sbarcai speranzoso in uno dei più grandi, orrendi, fumosi e caotici porti d’Oriente: riuscii a guadagnarmi un modesto hotel dove intrapresi metodica ricerca di esperti dei miei eventuali, futuri padroni. Ma rimasi molto deluso, dovetti cambiare tre volte di albergo perché alle mie strane domande i portieri o i tenutari stessi mi sbatterono fuori, anzi la terza volta il proprietario arrivò con un arcigno ufficiale di polizia che parlava benissimo inglese, il quale mi inchiodò con precise domande sui motivi reali della mia presenza in Karachi, arrischiò l’ipotesi che io fossi una spia oppure che la mia presenza in Pakistan fosse dovuta a traffici a fini immorali o per raccogliere diffamanti notizie della vita pakistana.
Mi discolpai in tutti i modi, mostrai documenti, certificato di laurea in legge, alcuni libri di studio, dissi di essere un ricercatore culturale, un appassionato del folklore locale, un ammiratore della retta fede, piansi addirittura e promisi di non interessarmi più a quelle nefande sciocchezze di credulità popolare.
Fui, per fortuna, rilasciato dopo pagamento di singolare e salata multa per turbativa della quiete pubblica. Cambiai nuovamente albergo e tanto feci che in una stamberga presso un’appartata moschea beccai un vecchio medicone che era un’arca di scienza sui pisacha. In poche parole seppi, dietro esborso di venti sterline in oro, che i detti inqualificabili esseri sono mangiatori di cadaveri, sono assai temibili e bruttissimi, si aggirano di notte e puzzano come carogne, e ne provai uno sgradevole schifo. Aggiungendo denaro venni a sapere che nella provincia di Quetta avrei potuto saperne di più da un suo emerito collega, tale Jussuf, venerabile medico baluchi.
Immediatamente raccolsi tutto e presi un terribile treno per Quetta, antico capoluogo del Baluchistan. Là mi trovai benissimo per via dell’aria più fina, delle vestigia storiche e dell’accoglienza del distinto e vecchissimo dottor Jussuf che, in suo eremitaggio in periferia, mi fornì finalmente l’indirizzo di un esperto di pisacha, forse un poco pisacha lui stesso, però persona decisamente stimabile e abbiente, un signorotto locale della valle di Pishin, certo Haziz Jandalahar. L’esimio dottor Jussuf versò su di me la sua sapienza dei fatti dopo compenso di cinquanta sterline d’oro e solenne giuramento di non far mai il suo nome. Presentendo che mi avvicinavo alla mia meta, provavo forte timore, nonché una certa vergogna, tuttavia mi sentivo eccitato per l’avventurosa ricerca che avevo intrapreso, e un poco me ne beavo.
Queste sono le premesse.
Ora ho un vero padrone, che io chiamo il Mio Signore, l’aristocratico Haziz Jandalahar, che non è affatto schifoso, anzi odora di spezie, esso è minuto ed energico, due occhi vispi e fortissimi, veste propriamente, parla con sicurezza inglese, tedesco e cinese, è laureato in ingegneria in Inghilterra, proprietario di moltissimi ettari di terreno coltivati e irrigati modernamente, egli è munifico con il popolo della sua valle, è per loro come un fertile fiume, poi nutre gran passione per il sesso femminile, ha quattro mogli più alcune leali concubine.
Oltre delle sue proprietà terriere si occupa dello studio del folklore e di archeologia.
Ricordo benissimo che ebbi udienza da lui con notevoli difficoltà dopo aver atteso varie ore di fronte al mirabile e vetusto portone del suo palazzo in stile mogul, arroccato su di una cresta e collegato da un passaggio coronato di merli ad altro edificio, egualmente antico, sul crinale adiacente.
La prima settimana fu di passione, sudori e tormenti della psiche.
Il Mio Signore, uomo profondissimo, mi sottopose ad un sorta d’interrogatorio estenuante che fu anche suggestiva terapia mirante all’apertura di un qualche varco occluso nella mia coscienza e, insieme, mi permettesse di scorgere fino in fondo e chiaramente vie e spazi nuovi, il mio vero destino, in una parola.
Confessai tutto, mi abbandonai, mi lasciai andare completamente alla sua forza persuasiva, mi liberai.
Il grande Haziz mi rese chiarissima la differenza tra il succube e il lodevole ruolo del "devoto servitore". Mi spiegò che ero caduto nel recente passato in un forma di tragica paranoia e confusione mentale, relegò le figure dei pisacha alla credulità popolare. Mi dimostrò, invece, come il succube fosse un miserabile privo di volontà, mentre il sincero servitore consapevolmente devolveva, con dignità, tutto il suo affetto, il suo impegno, la sua intelligenza alla causa del suo signore.
Questa è la totale donazione di sé che, poi, non è altro che il vero amore.
Fui lasciato a pensare per un’altra settimana, trattato benissimo, in una specie di sobria cella. Non mangiai quasi nulla in quei setti giorni, bevvi tantissimo tè dolce con latte ed al termine del digiuno ero più che pronto a dedicarmi, a votarmi in toto, al Mio Signore. Il venerabile Haziz allora mi sorrise per la prima volta e mi tese una mano, quindi mi guidò lentamente verso varie eleganti stanze del suo palazzo, segrete ai più, ove raccoglie una sterminata, abbacinante collezione di pezzi archeologici, mi introdusse, poi, in un moderno e vasto laboratorio di restauro ove conobbi due valenti suoi collaboratori, alfine mi aperse la porta della sua notevole biblioteca, arredata con armoniosi scaffali in stile Queen Anne.
Qui mi invitò a sedere su di un bel divano, e mi rivelò chiaramente quali erano i suoi progetti per me: io accondiscesi felicissimo, nonché riconoscente di essere stato liberato ed essere trai suoi eletti.
Sono ora, non solo un devoto servitore del Mio Signore, ma pure uno stimato suo collaboratore e ho intrapreso un’entusiasmante carriera che mai mi sarei sognato.
Di fatto si lavora preferibilmente di notte: parto con la squadra specialistica e ci rechiamo in siti archeologici, anche lontani, individuati con infinita precisione dal sapientissimo Haziz. Arrivati sul luogo si scava e si trovano, talvolta, reperti pregevolissimi. Pratichiamo scavi clandestini, è vero, spesso con la connivenza di autorità locali, in precedenza foraggiate da mance consistenti, tuttavia ciò non mi turba minimamente perché altrimenti i detti oggetti verrebbero depredati da ben altri locali sciacalli e non dalla nostra nobile missione che poi li immette sul mercato occidentale: e ciò va a giovamento dei beneficati del Signore e della cultura internazionale. Nel mirabile laboratorio del Mio Signore si restaurano, o si reintegrano pure, i beni danneggiati, sovente se ne fanno imitazioni meravigliose ad opera dei due nostri valenti artisti di Peshawar: oggetti che vengono definiti volgarmente "falsi", di fatto sono indistinguibili dagli originali, quindi sono la perfezione.
Di recente l’impareggiabile Haziz ha ripreso una attività straordinaria che aveva già intrapreso anni fa, prima del mio arrivo, purtroppo con scarso successo, dovuto ad una qualche imperizia dei preparatori.
Cioè la creazione di mummie persiane, molto ben imitate.
Qui, in effetti il compito mio è di alta responsabilità e si ricollega, in qualche modo, alle mie fantasie precedenti sui deprecabili pisacha. Ci siamo già recati tre volte, notturnamente e furtivamente, in cimiteri limitrofi per riesumare salme di giovani persone di recente sepolte.
Portiamo i cadaveri, quindi, nel nostro laboratorio aggiornatissimo, ove vengono trattati con apparecchi tedeschi, assai sofisticati, per l’invecchiamento dei tessuti, per renderli veramente millenari, si procede a dissezione, suture, svuotamento di visceri ad opera del dignitosissimo medico cinese sig. Wong, già esperto di mummie mongole e fidato seguace del Mio Signore da più di trent’anni. Quindi i tecnici procedono con estrema lentezza e con cura infinita all’unzione del reperto e alla bendatura del medesimo eseguita con tele di vecchia tessitura sapientemente maturate e trattate con resine naturali. Sulla mummia finita vengono, poi, applicate placche d’oro puro con su sbalzate scritte in caratteri cuneiformi dettate dal nostro Signore, sul capo della mummia stessa viene posta maschera, del medesimo oro, mirabilmente lavorata dai nostri artisti di Peshawar che già hanno provveduto a scolpire il sarcofago in cui è deposta la mummia, in legno stagionatissimo, adornato di rilievi favolosi ispirati all’iconografia delle dinastie achemenidi, come sempre suggeriti dal nostro mai abbastanza lodato Maestro.
Benché dal mondo archeologico ufficiale mai siano state reperite mummie persiane, due di queste mirabili creazioni sono già state allocate presso musei privati di collezionisti americani, a prezzo più che vantaggioso grazie, anche, alla mia segreta e devota mediazione. Ne ho avuto anch’io un tornaconto, debbo dire assai elevato, più gli amorevoli servizi di due lontane cugine del Mio Signore, che me le concesse quali mogli, tuttavia di tutto questi vantaggi materiali ora non voglio dire.
In verità devo invece affermare che da anni ormai è morto il mio vecchio io disturbato, confuso da fole, pessimo interprete di false idee e ruoli, perché ho trovato un grande Maestro e ho conosciuto la "vera devozione".
Io sono morto a me stesso e, di fatto, nel mio paese si crede che io sia deceduto in un rogo di una vecchia auto presso Rawalpindi. Certificati autentici della mia morte sono stati inviati in quella che fu la mia patria che io ho giustamente rinnegato, perché corrotta, falsa e abietta.
Qui ho scoperto la mia vera Via e la grande mente che me la rivelò.

Passò quasi mezzora prima che tornasse, molto serioso, il signor Kurtulus seguito da un prete barbuto, che avanzava lento, occhialuto e nerovestito di lunga zimarra, munito di particolare zuccotto. Arrivò con suo comodo, salutò civilmente, tese la mano e dimostrò immediatamente di conoscere, e bene, tre lingue, il tedesco, l’inglese e il francese, oltre il turco, quindi prese ad aprire un grosso lucchetto, poi ad ammonire severamente i ragazzini, che in pochi secondi si dileguarono dietro un cantone.
Il religioso fu un’ottima guida, era persona istruita anche in storia dell’Arte classica: per prima cosa lo portò a rimirare uno dei grandi portali, scolpiti, decorati in uno stile impensabile, ricca di ornamenti vegetali assurdi, di una bellezza quasi aliena, che avevano nel loro tessuto molto più dell’indiano, addirittura del khmer, piuttosto che dell’ottomano.
L’insieme stupefacente era stato edificato da maestranze orientali venute al seguito dei Mengiuchidi, circa mille anni prima.
Elio, quasi tremante per stanchezza e meraviglia, seguiva vagamente i discorsi eruditissimi del prelato islamico, dal fare molto curiale, che tutto descriveva minuziosamente, mentre il Kurtulus con le mani incrociate dietro la schiena, seguiva assentendo.
Si disse, Elio, che era arrivato dove voleva arrivare, là dove doveva toccare con mano, sentire carnalmente un varco, il passo nella storia dove s’incrociarono le civiltà.
Tutto: le cornici, i fiori, le volute, i racemi, erano da tastare, accarezzare; la pietra calda da lisciare, percorrere coi polpastrelli come schiena, morbido, sinuoso fianco di donna; fluide curve, pance, mammelle, seni, fessure più oscure da esplorare; il dito incantato del dottor Bruno disegnava, seguiva un suo itinerario sui rilievi, quasi la materia, il tufo giallo fosse vivo.
Ebbe, in un lampo, la visione della sua mano guantata che stringeva spesso un bisturi; percepì il suo pollice, il suo indice, il medio premuti sul sottile manico dell’oggetto, ora liberi, leggeri seguire una loro strada esclusiva tra le curve della viva, e mortissima e antichissima pietra.
Sentì come un urto interiore, un contrasto che prendeva forma di rappresentazione, dramma materiale e concettuale, il suo continuo dividersi tra morti e vivi, la sua scelta professionale iniziale per la medicina legale, e il fascino provato, la presente emozione di fronte alla potenza sensibile dei simboli. Avvertì forte il divaricarsi tra quel mondo minerale scolpito, istoriato, che ora toccava e sentiva vivissimo per lui, e tutta un schiera di fantasmi morti viventi che giravano, vorticavano per un mondo, già suo, che pareva non appartenergli più.
Si sentì quasi perverso, e molto confuso, anche perché il prete si era bloccato nel suo eloquio e lo fissava, dietro i suoi occhiali spessi e scuri, piuttosto accigliato.

Pellegrino: Non ricordava l’etimo di cotesta parola e anche per questo si dava del coglione. E chissà cosa mai vorrà dire pellegrino? Peregrino, pilgrim, pelerin, le pelerin, il manto detto la "pellegrina", il torrente o canale Pellerina alla periferia di Torino…
Si sentiva un ben strano pellegrino, perché il pellegrino, tradizionalmente, ha una meta, in genere un luogo attinente la sua religione, un santuario o una città santa, un luogo di reliquie. Mentre riprendeva il suo cammino per la via centrale rimuginava tra turista e pellegrino: un poco turista, colui che fa il tour, si sentiva, un’altra metà, più che pellegrino, fuggitivo, uomo in fuga, pellegrino al contrario, oppure ambedue le cose insieme: un errante, un vagabondo insomma, colui che vaga senza meta precisa.
E l’errare sinonimico lo torturava, e si elencava tutta una serie di errori commessi nella vita, anzi, per ogni passo avanti su quel selciato, passando davanti alle rovine di una turbe, un mausoleo di un pascià o visir che fosse, temeva il passo falso e fatale, quello che ti azzoppa per sempre o ti rovina in un baratro. Pensava che, oltre ai passi falsi propri, il viandante pellegrino deve temere gli altri, i banditi, i ladroni. Si rese, però, ben conto che un ladrone, parassita interno, gli stava succhiando vitalità e forza, sotto forma di un sentimento che viene detto, anche, rimorso, parente di disperazione.
Disperazione, disperato, pellegrino privo di meta e speranze di salvazione.


O leggiadro monumento
eretto in un momento
alla scarpa benedetta
che sfiorò fronte maledetta!
O tu, calzatura sì umìle,
d’essere tenuta cosa vìle
lassasti omai il pensiero,
ché onorevol sentiero
ti s’apprestò a Tikrìt
