Stai sfogliando l'archivio mensile di gennaio 2009.

   
 E siccome la famiglia è amore, è ovvio, anzi naturale, che lo dice la forisma stesso, ci vuole amore per la famiglia, grande dico, grandissimo, ch’essa è il fondamento capitale dell’umana vita. Ci vuole amore pe‘ madre e padre, (solo se leggittimi), pe’i figli, pe’i nepoti, pe‘ i cugini, pe’ le sorelle, meno per i cognati, magari anche pe’ le mogli, qualora esse non scassano troppo il cazzo.
Insomma, in poche parole, dei malpensanti, e magari pure malavitosi, ci misero in giro, ma è ‘na roba vecchia, la fola che aiutare i propri nepoti è male per cui ci inventarono la parola nepotismo, quale orribile pellativo, cioè come se non fosse più che naturale aiutare i propri nepoti. Oltretutto ciò, istintuale per natura, è un dovere morale, sociale, ché uno se vuole veramente bene, dona, aiuta, ci da possibilità conomiche & sociali alla famiglia sua midesima perché sia alla luce del mondo, eccetera.
Ed è veramente mala cosa pensare che il nepotismo sia di danno alla società civile: essendo esso naturale, in sé e per sé, è buono e giusto.
Ma, dico io, non è forse vero che pure Gesù Cristo, oltre a sua madre divotissima, ci voleva bene tanto al suo illustre cugino San Giovanni Battista e poi lo raccomandò presso suo padre!? Altri cugini teneva Gesù: pure i carissimi suoi Giacomo e Filippo, che ci diede l’apostolato estero, positamente; anche a Matteo il publicano, apposta perché era publicano ci diede il posto di direttore del Jerusalem Post.
Lascio perdere ché ci sarebbero troppi esempi positivi, eccellenti & specifici nella Storia sacra, amen.
No, era per dire, tanto per fare un esempio, che ho scoperto nelle mie diuturne ricerche che mentre il lungo & benemerito fiume Po, lungo 675 km, ha una sola autorità di bacino, il fiume Sele, lungo 65 km, ha tre autorità di bacino, co’ suoi funzionari appositi.
Allora, di conseguenza, mi sono detto: Questa è grave ingiustizia!
Per cui mi farò ora promotore preso la autorità competenti di proposta & dispositivo di legge affinché il fiume Tanaro, molto più lungo del misero Sele, cioè 276 km, abbia almeno dieci autorevoli autorità di bacino.
E, quindi, poiché un vero uomo agli amati famigliari li bacia, cioè ci dà un bacìno, io ai miei cari ci voglio dare a ciascheduno un vero bacìno del Tanaro, inteso come un bel posto con tanto di scrivania grossa e stipendio congruo e tessera ferroviaria gratis, autista e cose che so io, tipo bonus malus, e benefit per le benemerenze accluse & conchiuse. Tutto ciò in dimostrazione dell’amore grande mio pe’ famigliari miei amatissimi.
Adesso, qui presente, ci scrivo subito missiva dettagliata elencante dispositivi eccetera al mio grande amico, il presidente p’eccellenza, Alì Berlù, giustamente prolifico & munifico, padre di eccelsa famiglia che non dubito vorrà accogliere il mio degnissimo progetto filantropico.

 

Klaatu Barada Nikto

Una postilla a un post è già sempre una cosa che fa godere il cerebro & la lingua che batte dove il dente duole, o suole.

Tuttavia il testo mio precedente che ambiva o pretendeva  di essere una prosa poetica ha ricevuto un avvio da due stimoli:
uno visivo/estetico, la bellissima, misteriosa statuetta cinese di cui vi ho esposto due foto,
un’altro veramente tragico, sociale, politico, morale, cioè l’aggressione israeliana al territorio palestinese di Gaza.
Non ultime le reazioni ributtanti, (in ogni senso), di parte degli italiani agli sbarchi di poveracci africani nel sud Italia.
E’ la paura dello straniero, l’estraneo, lo strànio, il barbaro, quello che parla un altra lingua, mangia diverso, professa un’altra religione: uno che ti strangolerebbe subito se potesse, ti mette la bomba sotto il culo, ti porta via il lavoro, e, alla fin fine, fa più figli di te.
Perché, come si sa, la coppie palestinesi mettono al mondo un sacco di figli, la striscia di Gaza ha un incremento demografico alle stelle.
Invece i cittadini israeliani (di origine ebraica)sono a crescita sotto zero, come nascite, mentre i cittadini israeliani (di origine araba) mettono al mondo folta progenie…
Agisce una paura diffusa sotto la pelle d’Israele, spesso inconscia, di sparire come etnia, come razza, come gruppo, come stato, che induce alla violenza contro lo straniero.
Il nostro amico Tashtego, cartografo dormiente, ha scritto su Nazione Indiana un commento ( non colto) sui fatti di Gaza, parlando anche lui di volontà, anche inconscia, da parte di molti israeliani di occupare definitivamente il territorio di Gaza (l’antica terra dei Filistei, Philistim, Palestinesi cioè).
**

Aggiungo una foto molto, ma tanto, significativa beccata sul quotidiano russo KOMMERSANT, di oggi, ove vedesi Putin che stringe la mano alla bionda e cerquicapelluta Timoscenko (o alla sua ombra?).

La stagione era buona, la tenda robusta,
il tempo teneva, ma la mattina era gelida,
Avevo un socio esperto ma duro,
i cavalli silenziosi, i badanti fedeli,
e la mia testa irrigidita
al sentire il ticchettio: tac tic tac tac tic tac della sua bacchetta e frustino che fosse,
tic tic tac tac tac, come dire, rammentati svegliati, è ora di andare,
il bambù scattava sonoro sul palo di frassino.
L’ombra mi parlava inquadrata nel triangolo di luce,
che mi feriva la vista:
-E’ ora che ti levi, c’è uomo accampato ad un miglio da qui.
Non so s’è solo
.-
Con la coperta sulle spalle abbrancai il cannocchiale che il socio mi porse,
e in fondo alla piana, al piede dell’ultima altura lasciata, la sera prima,
stava un involto rossobruno,
accanto un cammello molto peloso, scuro e robusto, di quelli del Taklimakan.

Non fumo, non braci, un pane tra i denti, odori del nostro tè freddo,                             la tenda in un attimo smontata e riposta sul carro, e subito via,
mugugni zittiti dei carovanieri,
lasciando solo la polvere fina sulla piana ben dura di miche e di quarzi.
Procedemmo spediti fino al tramonto.
Il socio in testa sferzando, incitando più col ghigno                                                            e il lampo degli occhi, che con parole.
Lasciammo alla destra l’eroso mucchio di mattoni crudi, tra cumuli di sabbie,
un tempo lontano, forse, già capitale di regno.
Il socio che tutto sapeva, al trotto, girandosi e facendo segno col dito disse     Haodzaaaar…
Ma noi proseguimmo, spediti, lasciando lievi dune, poi sterpaglie e lande grigiastre,
quindi ciottolaglie di paonazzi conglomerati.
Scaricammo, smontammo rotti in tutte le ossa.
I carovanieri brontolavano, curvi.

Mancava un giorno per arrivare ad un fiume – dove già sostò Alessandro – fece lui,
Poi non ancora smontato, sfoderò il cannocchiale ad indagare la pista trascorsa.
- Quell’uomo è là in fondo e ci guarda, dal cammello
Fece mascherare i fuochi, e spegnerli presto, mentre ungeva un suo fucile tedesco
e mandorle masticava, come sé stesso rodesse
e si arrotasse ancora i denti già guasti.
- Partiremo più presto, più presto: quell’uomo porta guai

Dormì fuori, involto in un caffetano nero e spesso, di feltro, grifagno sul suo fucile,
con la testa volta al buio dell’Est.

All’alba lo straniero era già in sella ad miglio da noi
che insaccavamo le cose e correvamo ai cavalli.
- Quello qualcosa sa e vuole
Il socio prese a parlare da solo, agitato, bestemmiando a tratti,
e spesso si voltava rischiando di cadere staffato,
la sua mano lasciava le redini e carezzava vibrando il calcio di noce giallo
del suo amatissimo fucile, sporgente dalla tasca da sella,
perdette pure il cappellaccio duro che mai si levava, e non si fermò.
Lo raccolse, di un balzo, uno degli uomini,                                                            smarrito, guardò gli altri suoi muti sodali, fece un cenno col pollice all’indietro,        poi si rilegò la fascia alla bocca e volando rimontò.

Era la sera dolce, e il fiume dell’Arachosia sfilava basso, lento, quasi palude.
Le montagne lontanissime sfumavano in blu e violetti.
Lui smontò solo il tempo di andare a pisciare, masticare tre fichi secchi,
e bere la sua pozione o intruglio indiano,                                                                            poi mi urlò, come mai aveva fatto, di seguirlo,
ché già era l’ora dei conti.
Stremato risalii sulla sella, carezzando la testa di quel mio Bucefalo,
più paziente di qualsiasi Giobbe, vero e silente signore delle piste.
Fissai tre stelle nell’imbrunire, e sentii che ai primi dossi avremmo visto la fine,
il fine dei nostri esili, varcato l’ultimo guado, il confine.
Non facemmo, forse, che trecento tratte al galoppo, poi piano, al passo,
vedemmo ingrandirsi a oriente,
quell’unica silhouette di straniero dal volto velato sul suo colosso brunastro:
mi parevano davvero tutt’uno fra l’ombra.

La voce stentorea del socio fluiva in persiano,
mentre già aveva portato il fucile a traverso di sella e solleticava il grilletto.
Tre volte intimò, anche in arabo, una capitolazione, forse un’arida tregua.
Ai silenzi dell’uomo,
interrotti solo da inquietanti versi della bestia mongola,
rispose con uno scatto di braccia ed almeno due spari.
Ma l’inseguitore in un amen, scivolò come olio giù dalla sua cavalcatura,
e avanzò schizzando velocissimo a balzi.
Il cavallo del socio prese, poi, ad arretrare e il suo cavaliere a slittare di fianco,
con una freccia alla gola, fino a sbattersi a terra, gorgogliando un informe lamento.

Poi fu sotto di me col suo arco ben teso, con occhi da cane mastino infuriato.
Disse poche lente parole in una lingua turca,
cacciandomi il dardo fin alla radice del naso,
alludeva alla cassa di Karakhoto: i manoscritti.
Mi tenne sotto tiro mentre richiamava il cammello,
io fissavo il socio morente, nel primo buio,
e non sentivo nemmeno pietà,
un terrore nuovo mi paralizzava mentre osservavo quel velo ocraceo,
che batteva e segnava i tratti di un viso che forse mai avrei conosciuto.

La testa maestosa del cammello stava al culo della mia bestia mansueta,
mentre sentivo il fiato della morte alla mia rigida nuca
che si rigava di rivoli gelidi.
Non ci volle molto ché i fuochi furono presto vicini
e tutto fu rettamente e artigianalmente silenzioso:
i carovanieri salutarono con riverenza lo straniero                                                      
che sommesso ordinava e indicava,
mostrarono la cassa sul carro,
lesti smontarono il campo,
nessuno di loro mi guardò, né mi sgozzò, sfilarono via nel buio,
scricchiolando, ora, verso Est,
il mio buon cavallo sparì con loro:
e dire che con noi mai vollero viaggiare di notte.

L’ultimo fu lui, lo straniero, quasi statuina in trono sull’alta sua sella,
io a terra, raggelato, aspettando l’ultimo dardo,
volli urlargli in persiano:
CHI SEI?

Non vennero parole,
solo il suo lampo di pupille
il braccio ben teso,
il suo dito puntato al mio viso,
alla luce dell’ultima brace.

Poi rinculò, traendo le redini,
rigirò il suo bestione
e sparì nel buio, anche lui,
lasciandomi vivo e sperduto
presso un fiume di interrogativi.

Questa è una terracotta cinese alta cm.28,5

dello Shaanxi (?), VII – prima metà VIII secolo d.C.

esposta al MAO, il nuovo e grande Museo di Arte Orientale di Torino.

Ci sarebbe da scrivere e fantasticare ‘na bella storia intorno a questo personaggio….

 

Favola dell’orso senza naso

Successe ‘na volta ‘sto fatto che lassù nell’Artide ci nacque un orso senza naso.
Già gli orsi si sentivano sfigatissimi perché si ritiravano i ghiacci, che, quando il babbo e la mamma orsa videro il cucciolo col muso tutto bianco, gli venne un colpo.
Mamma orsa si disse: A questo qui, quando ho finito di allattarlo lo mollo da qualche parte e lo lascio al suo destino, porcamiseria!
E detto fatto, passato un bel po’ di mesi quando vide che a ‘sto brutto mammozzo gli piacevano già i pesci, mentre dormiva lo ficcò s’un piccolo iceberg alla deriva e se ne andò pe’ cazzi suoi.
‘Sto cristino di poveraccio d’un orsetto quando si svegliò e si trovò, bell’ e solo, sul montrucchio di ghiaccio che vagava per l’oceano artico gli venne ‘na crisi di pianto, ma così forte, ma così forte, che pianse un giorno e una notte.
E piangi che ti piangi, tanto buttò fuori calde lacrime che l’iceberg si sciolse e l’orsicciattolo si sentì caldo sotto il culo, il che non era normale.
Il fatto è che guardandosi sotto vide che si trovava ora sul dorso di n’enorme balena che dormiva sotto l’iceberg, prima, quando c’era ancora il gnocco di ghiaccio.
La balena sentendosi ‘na cosa calda e molle sul dorso girò il testone e borbottò:
Che ci fai tu, scemo, lì sopra?
E allora il povero derelitto raccontò tutta la sua breve storia di orfanello senzanaso, che senza quello non sentiva gli odori né di pesci né di foche, così non sapeva dove trovarli e poi mangiarseli.
La balena ch’era ‘na tipa materna e creativa, ma anche laconica, gli gorgogliò.
Stai lì che ti porto!
Ed il cetaceo si mise a navigare, a tutta velocità, per giorni e giorni che a quel poverino sulla schiena ci venivano le palpitazioni e ‘na fame boia. Ogni tanto la balena impietosita con un colpo di coda gli buttava sopra un bel merluzzo, così il misero la smetteva di lagnarsi.
Alla fin fine la balena s’affacciò su una riva di Terranova dove c’era un suo amico inhuit che c’aveva ‘na bancherottola ‘n dove vendeva frutta e giargiattole varie ai turisti americani.
La balena gli fa: Te, inhuit, c’avresti mica un kiwi bello grosso e ‘n poco di Bostic, ché questo disgraziato qui è nato senza naso e ci fa brutta figura in giro!
Il bel tipo eschimese, che con il bestione cetaceo ci faceva, ogni tanto, scambio merci, gli mollò il tutto gratis e fece su due piedi l’intervento di chirurgia estetica, cioè ci incollò sul muso col Bostic ‘n bel kiwi speciale, poi disse al superstite:
Va bene?! Guardati lì di sotto nell’acqua e specchiati! Vedi ‘n po’ che bel lavoro, e a gratis!
L’orsetto si specchiò e si sentì abbastanza soddisfatto, però mentre sulla schiena della balena se ne ritornava a casa sua esclamò: Ma io però mica sento gli odori con ‘sto coso sul muso!
La regina dei mari si fermò di botto, fece gran borbottone e grugnì:
Te sei anche un po’ rompicoglioni! Però sei inesperto della vita, e ti scuso, e ti dico che nel mondo d’oggi l’immagine è quasi tutto, o tutto….Adesso l’immagine ce l’hai e fatti furbo! Guarda che con la vista che c’hai puoi sopperire al difetto d’olfatto… Ti guardi in giro, attento attento, e ti trovi pesci foche oche canadesi e che ne so ancora, però non devi andar via dall’Artico se no il kiwi s’ammoscia, si sgela e ti trovi come prima……Capito?!

  

Noi cartografi, com’è evidente e come dice la parola stessa sappiamo disegnare le carte,  le piante, le planimetrie e anche le mappe; però a noi le Road Maps della Palestina non ce le lasciano disegnare.

E noi vorremo tracciare una mappa tutta bella pacifica, come quelle che disegnano i bambini, con le palme, le anitre, le casette, un lago, le fontane, due sedie, degli orti, invece no, la mappa della striscia di Gaza, quel posto infernale non ce la lasciano disegnare così, con le cose pacifiche, gli annessi e connessi alla pace per il 2009.

Ci tocca vedere attorno ai confini della terra che già fu dei Philistim, dei Filistei cioè, un selva di varie centinaia di machine infernali.  I Merkava. Non so se sapete cos’è un Merkava IV, è un carro armato potentissimo, forse più robusto e manovrabile degli americani Abrams, con un cannone da 120 mm, di gran gittata; e stanno piazzati ben intorno alla famosa striscia.

Alcuni palestinesi, forse incoscienti, sparano quella specie di tubi di stufa Kassam che hanno fatto tre morti, gli Israeliani bombardano con gli aerei F16, F15 etc, e hanno già ammazzato 400 persone e ferite 1700. Ora aspettano a muovere i Merkava.

Vedete pure qui:

  http://www.youtube.com/watch?v=vjVg4Bdri8Y&feature=related

tweet

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.