Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2008.

Il deprecabile assassinio di Everardo Mastice Q.B. detto Ebherard Mastic

In questa tetra sera del 28 dicembre voglio qui ricordare un tragico fatto avvenuto in Parigi, presso Rue du Bac n° 14, in questa medesima, fatale data, nell’anno 1898, cioè quella della prima esaltante proiezione di una pellicola dei Fratelli Lumière, probabilmente nelle stesse ore in cui il pubblico curiosissimo recavasi nella sala apprestata alla svelta dagli illustri fratelli, padri del cinematografo.

Un agente di polizia, tale Humbert Tallefoille, trovò steso al suolo, di fronte alla porta dell’indirizzo predetto, un cadavere riverso di uomo ignoto, trafitto da 24 coltellate. La salma veniva trasportata alla Morgue e dopo tre giorni il malcapitato defunto era identificato come tale Ebherard Mastic, pensionante in una povera locanda di Rue Lepic, scomparso dal sua residenza da 72 ore circa.

Le prime indagini meticolose del comm. Lepluc Jerome si svolsero nella sobria, per non dire squallida, stanza della vittima ed una attenta perquisizione portava a rilevare che i tre armadi sgangherati di proprietà del predetto conservavano, stipatissimi, il numero di 24 imprecisati e singolarissimi strumenti ottici ed elettrici. Gli aggeggi, dietro suggerimento del perspicace sergente Murasse Michel, dilettante intenditore di novità tecnico/scientifiche, nonché già esponente segreto della Surètè in Turchia, per il controspionaggio, venivano trasportati con somma cautela presso un laboratorio del Ministero degli Interni onde esser esaminati, con il dovuto interesse, da alcuni specialisti.

Dopo alcuni giorni di indagini del serg. Murasse risultò che il morto non si nomava Ebherard Mastic, ma era un naturalizzato francese di origine italiana, che un tempo rispondeva ai dati identificativi di tale Everardo Mastice Quinto Bernardo, nato a Dronero, Cuneo, Italia, il 12 giugno 1848, e che le sue occupazioni sul suolo francese erano state volte preminentemente a invenzioni inutili, presentate e rifiutate più volte all’Ufficio brevetti, collaborazioni con gente di malaffare per difficili copie di chiavi, contraffazioni di documenti, escogitazione di particolari strumenti ottici ed acustici di sopraffina audizione per carpire conversazioni personali, o immmagini segrete di personaggi importanti, di alto lignaggio o diplomatici, architettati per poi ricattare le vittime.

In poche parole, tutto l’armamentario complesso del Mastice veniva lasciato, provvisoriamente, in laboratorio presso lo studio di certo Ing. Buffle, consulente tecnico del Ministero perché esaminasse con cura gli insoliti aggeggi. Nel frattempo il curioso serg. Murasse, pur dissuaso dal Comm. Lepluc, continuava in una sua testarda, inflessibile inchiesta sull’eventuale assassino del Mastice (forse perché lui pure di origine piemontese, dato il suo cognome originale Murazza).

Aggirandosi negli ambienti di certi trafficoni tecnici, ladri o costruttori di strumenti ottici, elettricisti improvvisati, con le buone o con le cattive, riusciva a sapere, da certo orologiaio Mus Benedicte, pregiudicato, intimo della vittima, che il Mastice da tempo aveva cercato di farsi assumere in qualità di tecnico inventore dai Fratelli Lumière, in quanto aveva da proporre loro un macchinario straordinario, un arnese complesso e rivoluzionario che, accluso alla cinepresa, avrebbe potuto dare suoni contemporanei incisi su pellicole di celluloide, ovvero il congegno innovativo avrebbe permesso alla macchina cinematografica di registrare non solo le immagini, ma anche i suoni coesistenti, presenti all’azione.

Il Mus riferì ancora, dopo insistenti coercizioni del serg. Murasse, che i fratelli Lumière avevano cacciato a pedate il povero Mastic, un po’ per toglierselo dai piedi, un po’ per evitare un concorrente pericoloso ed anche perché aveva chiesto loro, forse, un cifra esorbitante.

Il Murasse a tal punto cominciò a gironzolare per gli stabilimenti Lumière dapprima fingendo incarico di salute pubblica, intanto vagamente interrogando personale generico, trasportatori, elettricisti, attrezzisti, scenografi. Poi decise di sondare direttamente i due grandi inventori, i Lumière, ora sulla bocca di tutto il mondo.

Il sergente la prese alla larga con i due insigni, che ostentavano fretta estrema, si fece accompagnare ad esaminare gli apparecchi da ripresa, li maneggiò con cura, li esaminò e poi buttò là la battuta che sarebbe stato bello mettere sulla pellicola anche i suoni.

Auguste ch’era il più massiccio ed il più anziano, lo guardò assai male, si accigliò e poi stringendolo forte all’avambraccio soggiunse:

N’es pas possible, n’es pas possible ça!!!

Quindi i due geni se ne ripartirono veloci tra i loro scenari, artefici, impalcature e carrettieri urlanti.

Murasse ebbe dei brutti pensieri e dei seri sospetti.

Dopo una settimana circa, il sergente fu trasferito, per motivi "strategici" in quanto conosceva l’arabo, in colonia, precisamente ad Orano, dove sette mesi dopo si prese un pallottola in testa da un "ribelle".

Invece, circa dieci anni appresso l’ing. Bluffe brevettò una macchinetta singolare che incideva suoni e voci su un nastro di celluloide magnetizzato.

Il brevetto fu acquistato, per un bel mucchio di franchi, dalla Pathè film, ma ne fecero poco e niente, loro.

Marius Blanc, deja croniste de Le Figaro

  • A Parigi i fratelli Lumière organizzano la prima proiezione cinematografica pubblica a pagamento, è la nascita del cinema.
  • i cartografi tutti vi fan auguri belli,
     ma così belli che vi escon da’ capelli,
     che vi sorton dalle mani e dalle braccia,
     e più le movi ne escono millanta
    che riempion la casa tutta quanta
    e si spargon in giro in ogni dove
    che se li papparebbe pure un bove,
    che so, il lupo di Gubbio e gli augelletti,
     li raccoglierebber i pargoletti
    per farsene collana natalizia,
     e pure liste di liquirizia,
    bicchieri di vino bono assai,
    che caccin tutti i guai

     

    Nel drammatico e bel dipinto di qui sopra, eseguito dal Morazzone nel 1610, esposto al Museo Diocesano di Milano, si vede raffigurato il patriarca Ja’akob che lotta strenuamente con un angelo, episodio narrato nel Vecchio Testamento.

    E’ un fatto che mi ha sempre colpito: questo personaggio dalla vita dura e turbolenta, una notte viene affrontato da un uomo con cui combatte tutta la notte, che sia angelo non si sa, però alla fine dello scontro estenuante costui si rivela come creatura forse magica, forse il Signore stesso, che prima gli taglia un nervo sciatico e gli cambia pure il nome: da Ja’akov che vuol dire pure "il falso" (forse dovuto all’atto gravemente scorretto che fece facendosi passare per suo fratello Esaù), Giacobbe viene nominato "Israel" cioè colui che lotta col Signore.

    Alcuni esegeti laici hanno visto simboleggiato in questo singolare, unico episodio biblico la lotta che l’uomo spesso, o sempre, affronta con il proprio alter ego.

    Io non credo nel Signore degli eserciti, però nello scontro interiore quasi quotidiano, sì, ne ho le prove.

    Nel felice & ofelimo giorno odierno i cartografi  tutti, anche i carotografi & i cavolai, gli ortolani, nonché alcuni esimi archeologi, come gli antichi latini, festeggiano

    Santa Acca Larentia,

    nè vergine, nè martire, seu prostituta.

    per maggiori informazioni vedasi qui:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Acca_Larenzia

     ecco Acca Larentia immaginata e scolpita dal grande Jacopo della Quercia pe’ la Fonte Gaja in Siena

    Ecco, fa così:

    c’era ‘na volta, sempre in questa cascina sperduta su ‘na collina che adesso è andata giù e ci sono solo ruderi ma da piccolo l’ho vista ancora grande, possente, e vuota, faceva paura ‘sto silenzio, l’erba alta nell’aia, con qualche carro sotto il portico, la cantina con botti muffite, su ‘na parete un certificato di cresima, sbrindellato, inchiodato al muro, di certo Mario Bianco come me che non so chi mai si fosse.

    Però lì ci stava anche un certo Domenico Bianco, detto Barba Minìn, zio di mio nonno; di questo disgraziato qui io ho ancora il suo schioppo corto ad avancarica un po’ arrugginito, ma senza cane, porcamiseria, con cui era venuto a casa.

    Fatto sta ed è che questo cristo partecipò alla battaglia di San Martino, dove si trovò in mezzo a ‘na gragnuola di colpi d’artiglieria austriaca; lui tirò una schioppettata  o due, poi fece che buttarsi in un fosso e aspettar la fine della buriana balorda. Quando gli austriaci, gli ungheresi, i croati, i bosniaci, i cechi, i moravi si sono ritirati, lui se n’è uscito dall’umido ed ha ripreso la strada, s’è riunito ai suoi commilitoni.

    Anni dopo ‘sto povero contadino, Minìn, partecipa mica a una cena di reduci presieduta da un colonnello, e si trova bene a mangiare e bere, e anche tanto, e benchè fosse laconico di carattere, gli viene la lingua sciolta per via della barbera, e dice che lui nel mezzo della battaglia si è buttato in un fosso. Lo sente mica il burbanzoso & stronzo colonnello che si alza in piedi e gli punta un dito come una alabarda e gli urla:  Vile….Vigliacco!!!

    Lui gira la testa da una parte, storce la bocca, poi si alza in piedi e dice, senza urlo, ma stentoreo, all’uffiziale: Ma va t’la piè ‘n tal cù!

    Poi si alzò lento, flemmatico e se n’andò a casa, la solita cascina, tra i suoi.

    ‘Desso c’avrei da scrivere due storie che ti faccio il sunto qui che poi se non corriponde  me ne frega niente tanto io c’ho l’editor automatico che come le metto giù lui me le tira su, le parole per dirlo, senza dirlo, fa l’istess, orcoboia.

    Cioè:

    1.Uno:

    C’è la storia dei miei antenti che andavano in guerra per questi bastardi dei Savoia, dico magari ancora alla battaglia di San Martino Solferino Pastrengo, boiafaus, Valeggio sul Mincio, il fatale Quadrato, porcaeva, di Mantova Legnago Peschiera e Verona, e se ritornavano vivi, avevano fatto minimo sette anni di soldato, mezzi marangati o feriti, con le piaghe, ecco:

    uno che si chiamava Steu, poi Bianco faceva di cognome, arriva inaspettato  appunto a casa, dopo sette anni di guerra, nella cascina là isolata sula collina che erano tutti intorno al tavolo che stavano per mangiare, erano circa 40, mangiavano tutti insieme, e lui lo vedono arrivare, che lo credevano morto  da anni ché mai aveva scritto ché non sapeva scrivere come tutti ‘sti contadini poveracci, insomma si sono fino spaventati, ecco;

    fatto sta ed è che gli corrono incontro e lo portano dentro al tavolo tra urla e sbracciamenti monferrini, che sono roba unica al mondo, e dei cristi elevati al cielo cime ineguali di poesia, e lui c’aveva ancora ‘sto schioppo a tracolla e si butta come un morto di fame sulla polenta e si brucia, si scotta tutta la bocca, allora s’incazza come un mulo incarognito d’l Munfrà e sfila lo schioppo militare tira ‘n colpo bestiale drento la enorme polenta ch’è sul tavolo e la polenta salta in aria a schegge ardenti in faccia agli astanti che s’inferociscono per ‘sto stronzo redivivo.

    Lui disse: Tu bruci me e  io brucio te, boiafaus!!!

    Loro gli corsero dietro con i tridenti e le roncole per ammazzarlo definitivamente, e dovette stare tre giorni giorni nei boschi e tornare dopo che s’era fatta la pace.

    Questa era una: e basta!

    L’altra dopo, ch’è più di fantasia. N’altra volta.

    Si annunzia qui piacevolmente

    che la signora Lemma e label

    lemmaelabel.splinder.com/

    è stata ammessa nel numero dei cartografi

    per decreto dell’esimio tenente P. Pantiloni, cartografo capo,

    nonché mutuo consenso

     

    di ben in meglio o di male in peggio, il pittor lascia il suo seggio,in piedi resta

    di antichi e preziosi dipinti in foresta, bellezze del passato,

    ombre vellutate, di vernici velate;

    e il prato, quello dov’è stato,

    a copiar & rimirar le forme di Atalanta,

    se l’è dimenticato?

    di Vermeer la modella era pura e bella

    e sonava il tromboncino come un angiolino

     

    Le modelle di Corneille mostran  tutti i quadri bei

    del lor signor pittore, forse per amore?

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