Stai sfogliando l'archivio mensile di novembre 2008.

Questa è una delle copertine che ebbe la Narrenschiff di Sebastain Brandt; (o Stultifera navis) probabilmente è di mano di Albrecht Durer che la eseguì a Basilea con le altre.
Comparsa per la prima volta a Basilea nel 1494, in occasione del clamoroso Carnevale altorenano, "la Nave dei folli" dell’umanista Sebastian Brant è uno di quei libri di cui tutti parlano, citato mille volte, ma che ben pochi conoscono, Composta da oltre settemila versi in rime baciate, l’opera è un grottesco e disastroso viaggio dei matti che nella concezione di Brant, a cavallo tra tardo medioevo e rinascimento, sono tutt’uno con peccatori, verso il naufragio finale che precede la quaresima, metafora dell’eterna punizione se non interviene il pentimento.
Però a me interessa/va sapere perché durante il Rinascimento s’inventasse questo mito, quest’immagine, un mezzo fluviale carico di folli che se ne vanno chissadove spesso alla rovina, o a un disastro allegorico.
Nella "Storia della follia nell’età classica" di Michel Foucault trovo vari esempi su folli fastidiosi, nelle citta tedesche del ’300, che venivano espulsi, e sovente fatti caricare su barconi ed esportati o tenuti a bordo. Dagli archivi di Norimberga si ricava che nel 1399, un pazzo che girava nudo (e a quanto pare ciò stava sui coglioni a qualcuno), fu obbligato ad imbarcarsi su una chiatta. Per cui sul Reno allora, si videro talvolta chiatte con tipi schiamazzanti ( o doloranti) che navigavano.
A volte penso che dovrei imbarcarmi anch’io su una balorda chiatta, ma quale volontario, che questo mondo d’ipocriti,cinici e biechi ladroni che ci domina, mi da fastidio, mi fa schifo, ed è ormai da folle odiare ‘Alì Berlù e i suoi compari del PD, anche se mi paiono spettri orribili che ci rubano la Speranza di Vita e ci iniettano l’isola dei famosi.
Questa è un altra copertina della medesima opera di Brandt di cui non conosco l’autore
Aggiungasi la Nave de’ folli di Hieronimus Bosch sempre ispirata all’opera di Brandt


Qui si rimira un’ìncisione del 1650 per mano di Martin Droeshout, per altro ripresa da una bellissima precendente, del 1600, del miglior artista Matthaus Greuter che soggiornò a lungo in Italia.
Le medecin Panurge ( doctor Panurgus) guarissant Phantasie purgeant aussi Par drogues la Folie
Rappresentano la cura della Fantasia e la purga della Follia operata dal dottor Panurge ch’è un bel personaggio di Rabelais. Come potete vedere, sulla sinistra, al malato di fantasia,seduto su sedia comoda, vien fatta ingurgitare pozione miraculosa e dal culo, infatti, ne escono spiritelli maligni,
come il poveraccio sulla destra vien cacciato con la testa in un forno ben caldo, per cui i fumi delle sue fantasie se ne vanno per l’aere superiore rappresentati in forme di figurette, materiali, edifici, animali.
Povera Fantasia!
Non vorrei fare delle analogie, ma mi pare che gli ultimi governanti italiani ( almeno quelli degli ultimi 25 anni) abbiano esercitato su di noi terapia o cura decisa, violenta ed intensiva sulla nostra fantasia, sulle nostre ipotesi di vita.
Ci hanno espurgato della speranza.

Dalle "Vite.." del Vasari in appendice alla vita di Alessio Baldovinetti, di cui il Graffione fu discepolo
Fu suo discepolo il Graffione Fiorentino, che sopra la porta degli Innocenti fece a fresco il Dio Padre con quegli Angeli che vi si veggono ancora.
Dicono che il Magnifico Lorenzo de’ Medici ragionando un dì co ‘l Graffione che era uno stran cervello, gli disse: "Io voglio far fare di musaico e di stucchi tutti gli spigoli della cupola di dentro". Al che rispondendo il Graffione: "Voi non ci avete maestri", replicò Lorenzo: "Noi abbiamo tanti danari, che noi ne faremo". Il Graffione subitamente gli soggiunse: "Eh, Lorenzo, i danari non fanno i maestri, ma i maestri fanno i danari". Era costui una fantastica e bizzarra persona, che non mangiò mai a tavola apparecchiata d’altro che de’ fogli de’ cartoni che e’ faceva; e non dormì in altro letto che in un cassone pieno di paglia senza lenzuola.
il ritratto soprastante del Magnifico Lorenzo risulta essere di Girolamo Macchietti

“ Si sentiva sempre quel flip-flap nei cielo, e dopo un po’ mio ziastro disse:- Guarda come si difende, come tiene testa. Gran cacciatore che è stato Gallesio —. E poi si rizzò, perché aveva scorto, sulle radure del Gerbazzo, passare uomini a squadre, e tutti con un gran passo come se avessero gli alemanni al culo, e non c’era dubbio che si affrettavano tutti a vedersi la battaglia di Gorzegno. Lui abbassò le braccia con tanto abbandono che il pane gli scappò di mano in terra.”
Rileggevo stamattina le righe di Fenoglio dal racconto “Un giorno di fuoco”.
Ci ho ritrovato le parole gli alemanni al culo che mi fanno ancora e sempre sorridere perché le ho ascoltate da piccolo dalla bocca ironica di mio padre e di mia nonna, sua madre.
Dicevano: “l’curiva c’mè l’ejsa j’almàn al cù”, cioè correva come avesse gli alemanni al culo.
Dovevano ben far paura gli alemanni se si scappava tanto forte!
È che quegli alemanni lì non erano mica i tedeschi della prima o seconda guerra, no, erano gli altri, quelli di prima, del Risorgimento cioè, ‘na mistura di austriaci, ungheresi, croati, sloveni, boemi che arrivarono fin nell’alessandrino verso la metà dell’Ottocento.
I miei dicevano che, quando erano piccoli, cioè circa cento anni fa, nel loro cortile c’era un donna vecchia chiamata Richèta, una povera analfabeta che storpiava tutte le parole ma sapeva tante storie; lei era d’la Serra d’Quatordi, poco lontano da noi, e da bambina aveva visto spuntare j’almàn sull’aia della sua cascina, laceri, stanchi coi baffoni e gli schioppi lunghi, si buttavano per terra e chiedevano del brot, e le donne terrorizzate arrivavano con delle pentole delle scodelle di brodo, non sapendo che brot era il pane, quelli urlavano come indiavolati. Richèta diceva anche che chiedevano, sbraitavano forte per aver dello spek, e le donne si mettevano le mani nei capelli; poi si intesero per del lardo e si accontentarono.
Questa pare sia fotografia della maravigliosa bibblioteca sita nella cascina La Benpensaia ove soggiornano in permanenza, operando per l’altrui bene, il sig.Barbamoisin, il sig. Isaac el cec ed il venerabile barone Jarach.


Ero davvero emozionato, per un verso me la ridevo, per un altro sentivo una bella ansia. Non mi era mai capitato di varcare sacri cancelli o portoni, se non quelli delle basiliche romane, qui, invece, un vetusto cascinale diveniva nuovo duomo di sapienze occulte. Il cancello si aprì lento e la mia macchina forzò sul pietrisco della stradicciola, sbandava, dovetti cambiare marcia fino alla prima, mentre il dottore, al mio fianco, attaccato al maniglione, mica si spaventava, anzi pareva molto eccitato per l’avventura, lui sì che se la godeva.
Alla cima dell’erta stava una figura femminile in grembiale, stivali di gomma infangata e capelli scarmigliati, con i pugni appoggiati ai fianchi: una donna piuttosto bella, brunissima, di tratti tagliati coll’accetta, volto aggrondato, di anni circa quarantacinque.
Era Raquelita e pareva arrabbiata con noi; ci ammonì in tono severo, parlando rapidissima e indicando il casone proclamò che i suoi Signori erano impegnatissimi, bisognava prenotare la venuta ben prima e nessuno aveva bisogno di visite mediche, né di nuovi visitatori o curiosi. Aveva un aria veramente energica, mi piacquero moltissimo i suoi tratti, il carattere e la retorica difesa dei suoi “Signori”; dopo aver fatto un’aria compunta, le sorrisi, ma quella, in risposta, mi sogguardò di traverso.
Stavamo là, in tre, impalati sull’aia di dove partiva una stradetta di crinale da cui si godeva un amplissimo panorama: Raquelita sempre ferma a severa, il dottor M. quasi in preghiera ed io che facevo finta di niente, guardavo lontano i paesi, i campanili, dei cirri lunghi altissimi che già impallidivano. Quando uscì dalla porta più grande un uomo sottile di bianchi capelli ispidi, viso affilato, occhi grigi, pantaloni neri, con un’antica camicia senza colletto, sopra un gilè pure nero.
Era il più che citato Barbamôisìn, bello a suo modo come vecchio, mostrava circa anni ottanta, forse meno, non fu arcigno come la loro “havertà”, ostentava un certa alterigia ma non lo sentii antipatico; mentre prese a parlarci, pur accennando ad una certa contrarietà, usò dei toni quasi affettuosi con il nipote il quale, purtroppo, sembrava più attempato di lui.
Ad un tratto il Barba si fermò, guardò intorno, congedò con un cenno benevolo la donna e ci fece entrare in casa, cioè in un salone completamente emboisè, decisamente elegante alle cui pareti stavano appesi due bei dipinti raffiguranti antiche città murate e alcuni arazzi, forse antichi, ricamati con simboli ermetici. Ci fece poi accomodare su poltrone intorno ad un tavolino, quindi prese da un trumeau tre bicchieri ed una bottiglia senza etichetta contenente un liquido ambrato: ”Un vino simile allo Jerez… tuttavia prodotto da noi, qui…”.
Dopo averci servito, senza preamboli divaganti, venne al dunque, cioè a chiedermi di mia madre, del suo cognome e delle sue origini, nel frattempo il dottor M. assentiva con aria felice, quasi istupidita. Continuò Barbamôisìn: “Benché questa genitura, in sé e per sé, non abbia alcuna importanza, tuttavia è meglio, è più propizio che vi sia una connessione diciamo così, genetica, per entrare in questi discorsi, anzi nel merito di fatti di estrema importanza per l’umanità, quindi anche per noi, per lei…”
Poi si alzò in piedi e prese a camminare avanti e indietro sfregandosi le mani, torcendo un poco la bocca, fissando spesso me e suo nipote: ”Veda, è difficile, ma cercherò di essere brevissimo, visto che questo miscredente di mio nipote l’ha ormai introdotta qui, sarò sintetico: tanti anni fa fermandomi qui, non mi sono fermato, di fatto, ma mi sono proposto di ottenere l’impossibile…”
E qui proseguì dal momento del suo fortunato scampare dello sterminio del lager, del ritorno penoso, dei pensieri ossessivi che lo torturavano, di qualche “santa” persona che, in quei demoniaci campi di stermino, per volere di Adonai, aveva conosciuto ed a questo punto si mosse verso la porta di fondo, l’aperse e ci additò una persona seduta al tavolone della biblioteca che si intravedeva in quel vano.
“Ho fatto di tutto per ritrovarlo – aggiunse – ed ora è qui… è Saggi Nehor, e grazie a lui abbiamo iniziato l’opera”.
Isaac el cec, ‘l borgnô, che mi parve lo specchio di Barbamôisìn, forse aveva sentito e ci sorrise, fece dei cenni col capo, poi riprese a guardare, si fa per dire, certo a vagare nei suoi spazi interiori. Il Barba richiuse la porta e ritornò a noi.
“Ottenere l’impossibile, sì, fine superbo, forse sprezzante dell’umano genere, ma possibile. Già secoli fa, un gran Rabbi ci provò, a Praga, nel tentativo, per altro riuscito, di edificare una creatura animata che obbedisse ai suoi ordini e difendesse il popolo ebraico dalle violenze dei gentili…Ma il tentativo andò male, il Golem non servì, anzi si ribellò al suo fattore. Forse la superbia fu grande e l’atto non ben compiuto…”
Qui riprese a fissarmi e mi puntò il dito contro: ”La vedo non più giovane… Anche lei, credo, vorrebbe prolungarsi la vita! Ma qui non ci siamo proposti di allungarci questa esistenza per paura della morte o godere ancora di vani piaceri. Noi ci siamo proposti una serissima meta: sospendere l’età nostra, già avanzata, onde lavorare per il bene degli uomini”.
A tal punto Barbamôisìn riprese a camminare su è giù sul bel tappeto, ed a raccontare dei suo ingresso difficile nel mondo della Kabbalah, dei numeri, dei sefiroth, di vari tentativi, le prove, le approssimazioni, gli sconforti. Mi disse che la scienza già comincia a scoprire molto e che questo universo, che ci donò il Signore, si regge perché è tutto un immenso congegno numerico; basta trovare il varco, la porta per entrare in quella selva di numeri, apportarvi qualche lieve variazione, produrre qualche lieve, corretto “avvitamento o svitamento” a tempo debito, e qualche brano d’impossibile si può ottenere.
Poi di nuovo si fermò:
“L’ho già confidato a mio nipote, ma questa volta ce l’abbiamo fatta, abbiamo ottenuto un ottimo risultato a cui lavoravamo fittamente, intensamente da un anno, anche questo ritenuto da tanti impossibile: Obama Baraq è stato eletto, e questo, col permesso del Signore, è stato ottenuto da noi. La più ricca nazione del globo meritava un’altra direzione…E, d’ora in poi, ci proponiamo di proteggerlo dai, più che probabili, complotti dei razzisti, dei criminali neonazisti”
Dentro mi sono sentito come una chiusura allo stomaco e credo di aver fatto una faccia strana, perplessa, al che Barbamôisìn si è accigliato: “Non crede?…Liberissimo di farlo! Il mondo è pieno di ciechi, mentre Isaac, cieco nato, è pieno di luce!”
A questo punto è entrato dalla biblioteca il terzo, fra cotanto senno, cioè il barone Jarach, alto, maestoso nella sua capigliatura bianca fittissima, molto elegante in un abito doppiopetto bruno gessato, con un gatto soriano in braccio. “Com’è ovvio, scusami Môisin, di là ho udito tutto – così iniziò incedendo lento nel salotto – I profani, come sapete, fanno fatica a comprendere, per loro tutto è bianco o è nero, non vivono sfumature…Invece esistono, per gli adepti, degli scuri che son chiari, dei neri che rivelano la luce, dei numeri che paiono grandissimi ma contano ben poco. Se non si prova, se non ci s’immerge, anzi ci s’inabissa, nel grande congegno non si tocca la verità con mano e la luce non si manifesta…”
I due vecchi si guardarono, il dottor M. pareva assorto, quasi appisolato, io fissavo i due, non sapevo che dire, aspettavo, mentre una voce interna mi sussurrava che ero finito in una sopraffina gabbia di matti. Infatti per cavarmi dall’imbarazzo, mi alzai e dissi sussiegoso, pian piano, che forse era meglio che noi togliessimo il disturbo visto che loro avevano sicuramente tanto da fare per l’umanità.
L’affermazione mia, velata d’inconsapevole ironia, non piacque a Barbamôisìn il quale dichiarò severo, mentre Jarach l’illustre procedeva verso la biblioteca: ”Vada, vada, tanto so che tornerà, qui e sui suoi passi… Ne ha ancora di strada da fare…per capire. O forse non capirà mai nulla. Vada! Andate pure!”
Il cielo si arrossava già, faceva quasi scuro, e dovetti sostenere il dottor M. per il cammino fino alla macchina, perché non inciampasse nel pietrisco.
Durante il ritorno la mia guida rimase dapprima silenziosa, poi mi disse:
”Non ti sono piaciuti, nèh?”
“Non è che non mi sono piaciuti – ho risposto io – È che sono strani, sembrano un po’ matti, eh! Adesso la storia di Obama…Va bene fermare l’età, ma Obama Baraq non l’hanno eletto gli americani? Quei tre avrebbero influito sulle elezioni coi loro sortilegi, coi loro numeri? Ma lei, dottore è proprio sicuro che siano così vecchi?”
“Sicurissimo, mio caro figliolo, più che certo!”
“E perché lei, caro dottore, ch’è a loro così vicino, ch’è un parente, non si è fatto fermare l’età?”
“Perché sono un povero miscredente e….non mi hanno voluto, tra loro, già. Forse anche perché non credo alle magnifiche sorti e progressive….”
E il dottore si passò una mano sulla faccia, ora molto stanca, quasi per cancellarsi un espressione di tristezza.
L’ho lasciato sulla porta di casa sua, lui ha voluto abbracciarmi, mi ha battuto una mano sulla spalla ed ha quasi sospirato: “Passa a trovarmi, ogni tanto, sono qui a due passi, passa…passa, se vuoi..”.
Mi era calata addosso con la precoce notte una pesante malinconia, più che mai adatta a questo novembre, però non potevo spiegarmela del tutto con l’ora o col mese.
Per chiarirmela meglio e digerire il pranzo che mi era rimasto a mezzasta per via dell’emozioni, lasciai l’auto in piazza, e mi ficcai nel bar da Teresa ove ordinai un Punt & Mes, abbondante. Stavo lì, metitabondo, al banco col bicchiere in mano, quando l’occhio mi è partito sullo schermo televisivo posto in alto, sopra gli scaffali, ed ho visto Obama Baraq che salutava una folla esultante. Le immagini mi hanno catturato, anzi un poco allietato e mi sono detto che se non era merito del trio cabalistico, meno male che c’era, lui, Obama. Però il mio umore di fondo restava amaro, solo addolcito modicamente da quel sogno americano, nella proporzione del poco zucchero posto nella ricetta dell’antico vermouth torinese. Guardai la Teresa, che di fronte a me serviva una birra a Gino e a Celèst; poi, oltre la Teresa, nello specchio dello scaffale, frammezzata alle bottiglie, scoprii parte della mia immagine, i capelli radi e grigi, il mio volto corrucciato, segnato al lati della bocca da due rughe che parevano due obliqui colpi di trincetto.
Era lì, era tutto lì, era l’età che avanzava, il “male” e il “guaio”, e il ricordare il tono delle recenti parole, quasi imploranti, piene di pena, del dottor.M.: ”Vienimi a trovare, vieni….ancora, mio caro! Parleremo e parleremo…”

Poi saltò fuori il barone Jarach, un altro ospite, proveniente però da vicino, anche lui vecchio, tutto serio, massiccio e vestito sempre elegante, a puntino; questi arrivò con una sua bella macchina, però; talvolta partiva per ritornare con plichi, manoscritti, volumi antichi che venivano riposti con estrema cura. Una volta sparì per tre settimane e ritornò con una donna giovane, brunissima, solida e dura come un olivo, con degli occhi selvatici, una specie di zingara, era Raquelita, forse una nipote di Isaac che venne qui volontariamente per fare la “havertà”, cioè la loro cameriera.
Dopo quest’ultima venuta la misteriosa combriccola si isolò vieppiù, le spese indispensabili le faceva l’attivissima Raquelita, che sapeva pure guidare il trattore; fu fatta costruire una lunghissima e costosa cancellata lungo tutto il perimetro esterno distante cento metri almeno dal cascinale, e lungo questa recinzione si piantarono innumeri piante di alloro e cipresso.
Furono anche edificati nuovi rustici per custodire le macchine agricole fuori del recinto.
Da allora il medico fu sempre meno spesso convocato dal Barba: pare che i vecchi continuassero a star benissimo in salute.
Poi, circa trenta anni fa, il Barba convocò il medico suo nipote, lo fece accomodare presso il tavolone della biblioteca e gli confidò un segreto: “Con te sarò sintetico: Ci proponevamo di ottenere l’impossibile, e grazie anche alla sapienza del nostro Isaac, e per volere d’Nôssgnôr, d’Cadoss Barôkhù, l’abbiamo ottenuto. Abbiamo fermato la vecchiaia, non si sa per quanto, con l’impegno di votarci allo studio, all’approfondimento della Kabbalàh ed soprattutto ad opere di bene. Ora tu sei tenuto a tacere col mondo, ma ciò ti ho confidato perché sei il mio unico nipote e sei incredulo, uomo privo di fede, materialista. Per cavarti dall’errore ti terrò informato delle nostre future azioni, che necessitano di laboriosi preparativi materiali e spirituali, che poi sono un tutt’uno….”
Dopo queste ultime diffuse cronistorie del dottor M. io cominciavo a sentirmi friggere sulla sedia, il mio occhio svagava fuori del cristallo verso una fetta di cielo che andava rasserenandosi, la testa andava qua e là, intanto il medico batteva una mano sul mio ginocchio e raccontava e diceva di altri prodigi: ricominciavo a sospettare la vicina presenza della demenza senile, magari anche la mia, forse stavo sognando, forse ero già morto anch’io.
Per fortuna fu lo stesso mio interlocutore a interrompere la sequela e le mie farneticazioni.
Aveva alzato pure lui gli occhi alla fetta di cielo azzurro, prese un’aria curiosa, poi tornò a fissarmi con gli occhi lucidi e mi ribatté la mano sul ginocchio: “C’hai da fare adesso, devi andare via? C’ è anche tua moglie, qui?”
“No, sono solo – ho risposto io, un po’ incerto – Non ho da fare chissaché, però da lavorare c’è ne sempre. Perché? Cosa c’è?…mi dica..”
Lui ha accennato, con una buffa aria complice, che era quasi ora di pranzo, e che se io avevo la macchina si poteva andare a mangiare alla trattoria del signor Vipiana, al paese vicino e lui mi avrebbe offerto volentierissimo il pranzo e che aveva ancora un mare, un oceano di cose da dirmi.
Io accettai, benché internamente esitante, per non parer scostumato, specie con un vecchio, essendo poi pressoché vecchio pure io.
Il tempo era cambiato così in fretta che faceva addirittura caldo, tanto che il dottore depose il suo gabbano e io mi tolsi la giacca, mentre ci facevamo quei cinque minuti facili di strada in auto, decantando ambedue, per sincera convinzione, i colori delle terre monferrine, le sfumature dorate e rosse delle foglie di vite, l’azzurro abbacinante del cielo, le creste già bianchissime del Monte Rosa, a nord.
È inutile dire che mangiammo benissimo e che l’ottima barbera da 13,5° sciolse ancora di più la loquela del dottore che si prodigò sottilmente in particolari, dai dolorosi ai piccanti, della vita di vari suoi parenti remoti o trapassati.
Eravamo ormai al caffè ed all’immancabile grappino, quando il mio ospite mi si fece ancora più vicino e mi sussurrò: “Adesso gli telefoniamo, sì, ti voglio portare da loro, vedo nei tuoi occhi un insaziabile curiosità. So che rimarranno esterefatti per la tua presenza, ma so pure, e me l’aspetto, che tu sai mantenere i segreti e che sempre hai avuto una simpatia inusuale per il popolo d’Israele e le sue antiche sapienze…Io, poi, in fondo in fondo, credo che tua madre fosse d’ascendenza ebrea, non è così? Nel vecchio cimitero israelitico di Moncalvo, ora purtroppo quasi abbandonato, si intravede quel raro cognome su alcune lapidi. Che ne dici?”
Io non sapevo che rispondere, solo mi era certo che mia madre era una fervente cattolica, poi il resto mi giungeva nuovo e stranissimo. Ma mi sentivo in ballo e la mia curiosità portava ad assecondare in tutto e per tutto il vecchio dottore; costui appena usciti dalla trattoria prese il suo cellulare, si allontanò di qualche passo e iniziò a mormorare, con un’espressione intenta e preoccupata, a gesticolare, a camminare avanti e indietro.
Ad un certo punto chiuse la comunicazione e sbuffò, più volte, profondamente:
”Che vuoi, sono delle teste dure, sono dei cabalisti …E poi, poi, io voglio che mi confermino in faccia un nuovo loro successo che mi hanno comunicato ieri, per telefono, un fatto clamoroso, una cosa dell’altro mondo, una roba straordinaria…Abbi pazienza, ma vedrai che tipi e che notizie…E, poi, c’è solo un quarto d’ora di viaggio da qui….Vedrai!”. La mia guida è salita con una certa fatica in auto, non tralasciando però di accendersi un mezzo toscano, giustificandosi con un: ”Solo poche tirate, poi lo spengo! Ne fumo solo due mezzi al dì, anche meno….”
Mentre guidavo prudentemente ho chiesto, ancora diffidente, al mio passeggero se nessuno, nessuna autorità comunale, responsabile di uffici anagrafi, esaminando gli archivi, si fosse accorta dell’esistenza di queste persone vecchie oltre ogni limite. Il dottore rispose che tutto ciò era stato previsto: Isaac sembrava diperso dalla Catalogna da circa quarant’anni, quindi dato per morto, il barone Jarach risultava deceduto in Turchia, e pure Barbamôisìn aveva fatto falsare qualche atto, un suo certificato di morte era arrivato dal Brasile. Io a quelle informazioni uscii con un battuta infelice: “Certo… la casa dei morti viventi…” Al che il medico mi lanciò uno sguardo di decisa disapprovazione.
Abbiamo preso la solita strada per Casale, poi lui me ne ha indicato un’altra secondaria che porta salendo ad una frazione a me nota solo di nome, quindi, dopo un discesa, ci siamo trovati in un’ampia, morbida valletta, accompagnata a sinistra dal profilo di una dorsale lunga, arata qua e là, con varie vigne e campi scarmigliati di meliga residua.
Il dottore ha alzato il dito, ad un tratto, ha indicato sul potente crinale stagliato sull’azzurro la sagoma già un po’ imbrunita della Benpensaia, una sorta di casone lungo e compatto che si concludeva con un torrione basso, edificato in strati di tufo e laterizi, forse medievale, molto suggestivo. A trecento metri a sinistra iniziava una carrareccia cosparsa di ghiaino che portava su, bordata da allori e cipressi, prima però bisognava suonare per varcare il “sacro” cancello, la “porta santa” come diceva ammiccando il mio accompagnatore.
Il dottore mi fece premere un pulsante in ottone situato nel pilastro di sostegno del cancello, poi urlò in risposta ad una voce gracchiante, dal suo sedile nell’auto: ”Sôn mi….sôn mi…Sôma noi!!!”
( continua……)

Stavo andando verso metà mattina, qui al paese, in mezzo a la nebbia fitta novembrina impenetrabile al raggio di sole, neanche a scavarla col coltello, e le foglie, fuori dalle aie fangose svolavano gialle rattrappite e mi cadevano sul berretto blu, bell’e bagnate. Andavo in farmacia a testa bassa e proprio a circa sette passi dalla porta ho visto profilarsi un’ombra curva ma imponente, già incappottata: procedeva lenta, sostenuta da bastone e protetta da cappello scuro e largo; mi è parso di riconoscere quell’antico uomo, uno che mi ha visto in fasce.
Era il dottor M., il medico vecchio, che guardava a terra, cercava di non scivolare tastando la solidità del suolo col bastone, meditava il suo passo. Ci siamo trovati di fronte, mi sentivo confuso, era quasi un anno che non l’incontravo, ho allungato il braccio verso la maniglia, gli ho aperto la porta.
Lui ha alzato gli occhi, ha fatto un “grazie” un poco mesto, poi mi ha fissato lì sulla soglia, ha aperto la bocca in un sorriso e con una mano mi ha toccato il braccio.
Mi aveva riconosciuto, per fortuna. Avevo quasi il batticuore, mi sentivo imbarazzato, temevo che si fosse rincoglionito, come mi aveva mormorato, mesi prima, la menagrama Giuspina. Invece non era affatto così.
Siamo entrati: io a prendermi le pastiglie per la pressione, lui qualcosaltro. Intanto che il compassato dottor Malasagna lo serviva e gli faceva convenevoli, lui spesso si girava verso di me e mi faceva sorrisi, cenni, assensi con la testa.
Siamo usciti tutti e due, affiancati, poi, in strada, mi ha preso sottobraccio, da una parte il bastone, dall’altra me: cosa nuova, mai accaduta. Andavo avanti, forse per accompagnarlo verso casa sua, poi lui mi ha detto che voleva offrimi qualcosa al bar, dalla Teresa, che poi sta lì a metri dieci. Abbiamo fatto che sederci, c’erano solo tre muratori rumeni, io gli ho detto che non bevevo caffè al mattino, lui ha assentito, ha affermato che facevo benissimo ed ha ordinato del tè.
Senza tanti giri di parole, autorevolmente, mi ha sussurrato che da qualche giorno pensava spesso a me perché si ricordava che fin da bambino mi piacevano le cose strane, insolite, anzi meravigliose, forse miracolose, poi aveva letto, da poco, non ho capito bene dove, una cosa che avevo scritto, che sapeva di magico, di surreale e gli era proprio piaciuta, anche se lui rimaneva uno scettico razionalista di “schietta formazione illuminista”.
“È che, vedi, caro figliolo con l’età vengono dei dubbi sulle sicurezze pregresse e sugli assoluti che ci danno tanta sicurezza – così mi ha bisbigliato, stringendomi di nuovo l’avambraccio – È che ho visto, ho constatato fatti che hanno dell’incredibile, de visu, de facto, dico, non ci crederai! E riguardano persone che io conosco da moltissimi anni, anzi uno è un mio parente, anzi mio zio…”
Stavo tutto assorto e stupefatto dalle parole e dai gesti di questo vecchio medico, già burbero, che mi curò, sbrigativamente e raramente, nella mia infanzia, e mi meravigliavo della confidenza che mi manifestava.
Posò la sua tazza sul tavolino e, con aria solenne, mi chiese di non rivelare a nessuno quanto stava per narrarmi: lui non aveva più mogli né figli, né aveva intenzione di confidare ai rozzi villani circostanti affari serissimi, “se non trascendenti”.
Con le mani cominciò come a tracciare in aria una topografia, una mappa di paesi, colline e vigne, strade tra Moncalvo e Casale Monferrato, e a disegnare su di un crinale, che pareva dorso di immane leviatano, una cascina, isolata e grande.
Disse che quella casa antica era di proprietà di un suo zio, tale Barbamôisìn, e che quell’uomo, dopo aver esercitato varie redditizie mercature, si era ritirato da tantissimi anni là.
Io al pensiero di un suo zio vivente, di lui che di anni ne ha quasi novanta, avvertivo una certa aria di fanfaluca o delirio o arteriosclerosi, demenza senile insomma.
Il dottor M. probabilmente ha visto qualche mia inconsapevole smorfia e si è accigliato, mi ha puntato il dito lungo e nodoso di artriti: “Bene, tu…tu…pare che tu non creda ed io ti farò toccar con mano, te lo voglio far conoscere, se sarà possibile: quell’uomo, Barbamôisìn, ha centotrentanni e ne dimostra ottanta, al di più…, quando ero, diciamo così, giovane, lui era già vecchio”
Da lì è saltata fuori un’epopea lunghissima, fatta di fatti antichi, parentele e legami, a me ignoti, riguardanti i nostri ebrei monferrini, come lui, il dottor M, uno degli ultimi giudei a rimanere su queste terre. Diceva di questo zio Barbamôisìn, emigrato in Brasile, circa un secolo fa, poi tornato con un consistente capitale, investito subito in un’azienda tessile che andò a gonfie vele fino all’inizio della seconda guerra mondiale, anzi stava andando benissimo perché il Barba faceva “oculate” forniture di tessuti per divise militari.
Non si sposò mai, né ebbe figli, troppo impegnato nel fare e strafare.
Purtroppo nel ’43 non fece in tempo a scappare in Svizzera e finì a Birkenau, ma riuscì miracolosamente a sopravvivere, e ritornare, magro come un chiodo, con la faccia quasi trapanata da un bulino e gli occhi spiritati, ed era già piuttosto vecchiotto. Rimise in efficienza l’azienda, intrepidamente, lavorando come mulo, poi dopo circa due anni la cedette e sì ritirò là, sulla collina, nella Benpensaia, la cascina di famiglia, una sorta di grande terra madre. Ma ci stava poco, stabilmente, era irrequieto, partiva sovente per dei suoi viaggi in vari posti dell’Europa, anche negli Usa; stava via dei mesi, nessuno sapeva cosa diavolo facesse in giro con quella sua febbre di trafficare, qualcuno pensava che si stesse inventando un nuovo affare in posti lontani. Era tornato dalla Germania, infatti, con gli occhi da febbre, spiritati, mobilissimi, come accesi da un fuoco interno che nessuno aveva visto mai, prima.
Dall’ultimo viaggio ritornò con uno vecchio anche lui, forse più di lui, un giudeo catalano, un certo Isaac el cec, cioè ‘l borgnô, come si dice qui, che aveva conosciuto nei lager ed aveva ritrovato con molta difficoltà, e se l’è portato qui con sé. Il dottor M. mi disse che sicuramente il nome Isaac el cec, non significava nulla, non erano dati anagrafici reali, legali; l’unica cosa certa era che Isaac era cieco davvero, ma pareva non esserlo, salmodiando camminava per il crinale della collina con un camicione chiarissimo e la kippà cilestrina in testa, lesto come il vento, senza bastone. Lo zio, con gravità, gli aveva detto che Isaac era un maestro, un vero rabbi, lui lo chiamava “Saggi Nehor”, un uomo “pieno di luce”. Il dottore ancora mi narrava che ogni tanto andava a visitare i due e li trovava in ottima salute, riuscì pure a vedere una nuova, magnifica realizzazione del Barba: aveva trasformato la grande sala al piano terra in una elegante, formidabile biblioteca, tutta in noce, pareva l’aula di un’accademia delle scienze settecentesca dove l‘esile Isaac, in piedi, recitava ad alta voce testi antichi ebraici, anzi li mimava, li drammatizzava.
“Uno spettacolo epico!” – scandì il dottor M.
( continua…)
