Stai sfogliando l'archivio mensile di settembre 2008.

      

      Ernesto, mio cugino, m’ha scritto un biglietto, anzi, meglio m’ha lasciato ‘na missiva molto materiale scritta co’ carboncino su carta da macellaio, detta carta paglia, che somiglia a questa qui dei cartografi, ma la presente è ‘na carta da pacchi, denominata color avana, che l’ha scelta il tenente cart. P.  Fa così:

Caro figlio di carne vedova, e infido, purtuttavia amatissimo cugino,mi trovo ni n’un abisso, o nabisso, di visioni ventosissime, ma no tempestose: ovvero sogno tutte le notti delle spianate, che so io, dei luoghi larghissimi pianciti in legno listellato, o come tolde o ponti di immense navi di cui non vedo però nè alberatura nè fumaioli nè sponde o murate, chidirsivuoglia,

C’è il sole grande, invero,  e freddo non fa, e là cammino, cazzo, sfidando il vento opposto, con un sottile sbattere continuo, un tinnire di cordicelle o sartie invisibili a me. E la sfida alla brezza pare non crearmi pericolo.

Vado contro nel fresco e nel sole, e sono quindi un povero illuso che c’ha delle magiche ‘spettative/’spirazioni del cazzo, per cui forse è meglio, come già un tempo feci, che me ne ritiri ni n’un deserto a tenere in penitenza ‘sta mente mia inquieta, o comportarmi come un redskin che si apparta dal mondo, si fa ‘n bagno di sudore, su sassi roventi, attendendo la mirifica, veridica visione.

O no?

( di sopra, dipinto di William Turner)

Che come si sa Giobanni fa il pittore e tossisce, ce lo ammaestrò Azure che lo conosce bene, dice lei, però ‘na matina di queste settembrine, ancora bone de sole, esso fa a sé medesimo: Mo’ vado a dipigne ‘na roba verista, magari no, aspetta ‘n po’ che piglio l’album(e) che m’accattai e ‘n carboncino e ‘na matita, magari…. E buttò le cose, zang, alla rinfusa drento la machina sua d’aspetto ed età ignobili, che sa pure de terra e de cortile e de galline e cicca, ma de contenuto il motore va: tanto dove deve andà?
A le paludi nei pressi, girato ai Tre archi, che poi ci venne l’idea de fare disegno di uccelli volanti o stagnanti, tipo aironi, cicogne, gabbiani, cigni magari, cioè ‘na roba spirituale, quasi. Però fa ‘na decina de chilometri e già se ne andava scampagnando, pe ‘na stradazza, contento col braccio de fora ‘co la nazionale che se consuma a raffica, machissenefrega, quando ‘n dei pressi de ‘n servatico mottarozzo con acqua morta a ‘llambirlo, ti vede mica ‘na visione che lo fulminò, a Giobanni. Cioè ci stava là, in zona semiombrosa sotto ‘na specie de arbore mistico, (‘n pinozzo rosicato, credo), ‘n asino, inteso come somaro, o forse mulo, il quale brucava ‘n erba de bruttaspetto, però la merabiglia era che ’n coppa al quadrupede, cioè su la groppa, si dice, brucava n’uccello bianco, che poi sarebbe ‘na garzetta gentile, cioè n’airone bianco, ecco.
È che fu fulminato ‘sto cristo de Giobanni, che già co’ la testa non era al massimo dei giri, che s’era negli anni precedenti ‘mbarsamato co’ psicofarmaci a la grande, per via de roba d’esaurimenti nervosi, ci dicevano. Ecco, appunto che senza manco calare da la machina, butta le gambe di fora e ‘chiapppa l’album(e) de carta, mica Fabriano, ma Canson francese, che ce lo regalò la sistente quanno se ne tornò da Parigi, per stima vera,(se supposta, non deve fregà niente a nissuno). Poi co’ le matite, pure con pezzo de laterizio, trovato ‘ne la polvere, magari millenario, e vuoi sesquipedale, se gettò a schizzare velocissimo, ‘sta scena emblematica, sì, emblematica, si disse, der monno, lo pronunziò forte Giobanni, lo gridò: 
E M B L E M A T I C A!
Fatto sta che la garzetta che stava a pascolà sul dorzo del mulo o somaro, nun è importante, forse, insomma l’aironcina bianca lo guarda, scuote ‘sto becco lungo impizzato in piccola testa e se ne vola via, ecco.
E Giobanni no pianse, né s’adombrò, che aveva già fatto tre schizzi mirifici, anzi ci disse, anzi declamò, cantò, saluntandola:
 
O tu, biata criatura, vola luntano da ‘sta schifezza,
però pure tu mangi munnezza,
che sopra la groppa de’ sto mulo
ce mozzichi pure le zecche dal culo!!
 
Po’, dopo aver composto ‘sta quartina, se ne andiede via, pensieroso, prima però dice che se fermò da Ristide, là a Valvisciolo, a beve ‘n quartino de cannellino fresco co’ na micchetta come compagna, e ‘ntanto ridacchiava del fatto filosofico occorsogli che l’avrebbe detto tutto alla vicina Amalia che non avrebbe capito un cazzo.
 

sempre di quel mi nonno in carriola

 Blog & Nuvole (fino al 30 di oTobre)

sotoportego

ma el sta scomparendo.
Presto, presto!!
Gio…anni!!!
 

Vedi Giobanni,

parlandomi di Saul, di Georgia, di Diane, m’ha smosso un senso estetico ed anche affettivo squassante, come un gong tibetano, a pochi centimetri dalle orecchie. Traballo e penso a quelle magnificenze.

 Diane…Diane  adorava i mostri e anche io, nelle mie frequentazioni manicomiali, modestamente, ne scovai di fantastici incistati sui muri, belli come fossili di ere mitologiche. Niente m’interessava più di una crisalide morta prima di diventare farfalla. E niente è più bello di un papavero chiuso come un piccolo pugno. Pensaci bene: la densità muta  del segreto ( si, ho ereditato da mio padre un senso di formidabile malinconia che m’acceca prima d’aver goduto, durante e dopo. Sono un dannato spirito monco.).

E Georgia? Ah, Giobanni, il deserto, le montagne lontanissime, il qui ed ora delle pietre, i fiori dai pistilli di sesso giallo, i bellissimi crani bianchi con le orbite fischiate dal vento…

E Saul, Giobanni, non era forse lui l’Intelligenza Umana POCO PRIMA del disastro? L’homo ultrasapiens, l’homo humano, l’homo al culmine del suo splendore?

Poi la bieca decadenza, tutti questi papaveri a bocca aperta che perdono petali al minimo spostamento d’aria. E poi ti meravigli se mi sono buttato in un villaggio turistico con una pietra al collo? Assisto alla fine del mondo, Giobanni, succhiando girandole di liquirizia.

Phil


Giusy Ferreri ripresa dal suo "editore" a Cremona - giovedì, 11 settembre 2008

Caro mostruoso Filippo,

d’estate taccio per ascoltare meglio le cicale e Giusy Ferreri, che è poi il nome d’arte di mia nipote, quella che si fa chiamare da voi Tenente P., la mia cara nipotina e i suoi irrisolti problemi d’identità.

Devi riconoscere però che ha una bella voce o almeno diversa dal solito.

Leggo e non riesco a non riderci su che hai ceduto alle malìe dei villaggi turistici e dei punti e virgola: spero ma con affetto che ti sia beccato quantomeno un bel fungo ai piedi e il blocco del correttore ortografico.

Ho sempre invidiato il tuo spirito d’osservazione, lo sai, mi verrebbe da scappare da questa villa, dal mio parco, e guardare anch’io un po’ di mondo, nuovamente, “oltre il giardino” insomma, liquidare la servitù e buonanotte.

Tornare ai bei tempi newyorchesi ricordi? Si che ricordi. Con Diane, Saul, Georgia e tutti gli altri.

Prima che le strade diventino del tutto impraticabili vieni a trovarmi qui a Varese.

Tuo Giobanni, “benefattore”, tsé.

 

Caro Giobanni,

dove cazzo sei finito? Sono mesi che taci. L’estate s’è stiracchiata come una donna biondissima, appena sveglia, al mattino.Ma adesso la bionda va raggomitolandosi, sotto il lenzuolo.Arrivano grossi camions di nuvole.

Per quanto mi riguarda, io, l’uomo del pleistocene, ho trascorso una spensierata settimana in un villaggio turistico.Non ridere. E mi sono anche divertito.

Si: abbandonato il vecchio corpo da orangutang gastritico, con i miei occhiali neri da 5 euro, ho trascorso ore ad osservare i tipi umani che maggiormente detesto, ma di cui, al contempo, subisco una malìa stordente: uomini con i pinocchietti sui polpacci rasati, la catena d’acciao morellato al collo e tatuaggi di simboli delle ere cosmogoniche azteche; ( è la prima volta in vita mia che uso un punto e virgola, Giobanni.Che vorrà dire? ) comunque dicevo: donne dalla pelle translucida vestite da bambine e bambine vestite da vecchie troie. Un lurido, osceno circo apparentemente gaio, che mi sono goduto dalla mia seggiola, a bordo piscina.

Ricordi? Diane Arbus veniva esteticamente rapita dai freaks, anzi dall’anima leggiadra e lucente di cui aveva sentore.Dalla leggiadra anima nascosta nelle pieghe della deformità.Un uccello dalle soavi fattezze trattenutosi dal volare.

Io al contrario, sono attratto dal neon dell’apparenza e basta.Chè tra le pieghe degli Armani, dei Cavalli, dei Versace, ho paura d’intravedere solo un abbozzo d’anima, un feto d’anima, implume.

Tuo Filippo, il mostro.

 

 

[ Toponomastica nella città di Varese oggi, martedì 9 settembre 2008 ]

Caro, carissimo zio Giobanni, …

p.

Caro Minotauro,

non capisco bene quel che sta succedendo: la Pizia aveva profetizzato che Teseo t’avrebbe trovato in quell’accidente di Labirinto, in cui mio padre ha gettato un sacco di soldi per celare al mondo il frutto della colpa. E t’avrebbe ammazzato. Creta liberata, e via.

Dedalo s’è beccato una carrettata di monete d’argento per progettare cotesto manicomio, e poi via anche lui, con le ali, (e sotto il sacco…). Gente infida gli architetti, e spesso irresponsabili.

Ho visto, un’ombra, sai, qualche mattina fa, appena desta: un ombra che fuggiva a gambe levate, guardandosi intorno furtiva, era quel fetente di Teseo.

Scommetto che vi siete messi daccordo, voi due falsi eroi. Quello ha preso me, pure ’na ricompensa dal Comune, dal Clero, e adesso se ne va, col tuo gruzzolo, ad Atene ad uccidere suo padre, così si fotte pure il regno.

Minosse non si vede più, anzi io non l’ho mai visto, è un essere leggendario, come sai, dicono che più che altro abiti le creste, tre le fonde nebbie del monte Ida, per conversare con quello sbruffone di Zeus, suo degno padre.

E’ a dir la verità su Minosse, è lui tuo padre, me l’ha detto la vecchia governante Eutizia, anche lui è una specie di quasi toro bell’e fatto, è lui che s’accoppiò, naturalmente,  con una vacca, e ne nascesti tu, e poi si gettò la colpa dell’infamità sulla povera mamma.

Siete dei veri porci, voi uomini, anzi molto peggio.

tua semisorella Arianna

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