Stai sfogliando l'archivio mensile di agosto 2008.
Che sia l’Arturo? o L’Armando?
Ernesto no, che l’è forbito ed educato e po’ nol dise parolasse come quell’Enrico là che el me fa diventare rossa anche se capisso poco. Cossa c’entra el trapano, po’ chi lo sa.
Va ben che mi son signorina e quele cose (con rispeto parlando) non le me gha mai interesà, ma insomma me vien un sospeto.
ma non vorìa essere smorfiosa e fare cativi pensieri che po’ me toca confesarme, Gesùmmarìa.
magari, quelo lì che el magna el xe el sior pantilosky.
Ma che nome dificile e straniero anca.
beh, pasiensa. Qualchedun lo savarà. Certo che el gha una fame quelo lì che metà basta e avansa. El xe così magreto, magreto.
magna, dai che te te rinforsi.
Beh.
Scuseme se son intervenuta, ma gho trovà sta foto per tera e me gera vegnù una curiosità
vado che i me ciama
gesùgesù chetardi che gho le ane che le me speta e le fa un bacàn del demonio
vegno vegno
ehhh, madona de monte berico, aspetè un momento, no?
tuto el giorno a còrere come una disperata.
alora vado
ciao bela companìa
la teresina

Cari amici e compagni, Arturo, Giobanni, Ernesto,
nonché riveritissime amiche o consorti dei medesimi,
stupito ed anche melanconioso mi sento per via delle vostre pubbliche diatribe, vi minacciate di sbudellamento, pure, e non fate una buona figura, certo.
Vengo con questa mia per invitare ad un pausa di riflessione e nella ricerca della pristina armonia.
Per quanto io sappia che la nostra amicizia è salda, tuttavia è costellata di una miriade di vituperi e turpi lazzi che non ci fanno onore; comprendo che in noi permane una certa giocoleria, un’infantile tendenza alla sguaiataggine ed alla guitteria, talora simpatica, però adesso, diventando vecchi, come invero siamo, dovremmo acquisire un’adeguata compostezza, come si conviene anche a persone di una certa età e dotate di una non comune profondità di pensiero.
Ad esempio: caro Arturo, quando ti incontro per strada, mica mi ti apri con pensieri elevati, mica mi dici di aver progettato un poemetto, no! Non alzi lo sguardo al cielo, non mi hai mai parlato del colore delle nuvole.
Scuoti la testa, ti lamenti come al solito di mal di mare esistenziale, quindi, dopo aver rialzato il capo mi indichi, passeggiando, una vecchia laida e grassissima, e commenti malamente, poi ti soffermi a illustrare l’andatura sciancata e penosa di Angoscia Joe, la sua perenne smorfia deprimente, ti blocchi e fissi la malandatissima Carla, l’ex prostituta dell’angolo qui dietro. In poche parole, cerchi di tradurmi forzosamente in un tuo mondo di miserie umane, e io non ci vorrei stare, ma purtroppo ti do corda, spesso.
E’ che anch’io non viaggio su di un panfilo per questa nostra selciata Via Olivares, e melanconico sono già per natura, anzi talvolta disperato, nel senso che non ho speranze di future sorti progressive, ma cerco con la mia poca dignità residua di ostare all’ingiurie del tempo con la forza de la ragione filosofica.
Ed anche Ernesto, che del gruppo è il mio più vecchio amico, e ci vediamo spesso; in questo periodo, non cessa di imprecare, bestemmia come l’ultimo dei plebei e ostenta una superiorità, una fastidiosa jattanza, quasi lui fosse l’unico arrivato, quello che nella vita si è fatto strada, il “tubista”, quello che tiene famiglia a posto e fa finta di niente per il resto. Finge di dimenticare le sue non troppo lontane fughe in luoghi ostici alla ricerca dell’isola che non c’è.
E mi perseguita con rimproveri: e tu e tua madre, e tu e lei… e la tratti male, povera vecchia, e le mangi la pensione, tu, e non mi aiuti nemmeno in un lavoretto che ti farei guadagnare qualcosa, e guardati come sei combinato con ‘sto vestito stinto di trent’anni fa…..e giù altre invettive.
Forse le donne sono le più sagge: Irma, Teresina, anche Gina che riesce a sopportare quel rompiscatole terribile e volubile di Ernesto.
Calma, cari ragazzi, riflettiamo!
Vostro Armando
Caro Capitan Uncino,
Hai presente il coltello da bistecca fiorentina? Basta una parola di troppo e arriva il raptus. Li senti i telegiornali, no? Eh, vecchio mandrilllo spampanato? E poi dimmi un po’: chi t’ha pagato le ultime bollette? Chi t’ha stirato le mutande? Chi t’ha preparato le melanzane alla parmigiana l’altra sera, mentre declamavi una delle tue demenziali poesie sullo Xanax da 0,50 mg? E per ringraziamento mi sento dire che te ne vuoi andare ai caraibi? Ci devi solo provare, ci devi. Suino.
Trilli
Ernesto, cribbio-perdio-cazzo, Ernesto!
Ma tu lo sai quanto ho penato? Lo sai quanti denari sonanti ho offerto agli psicoanalisti? Decenni di libere associazioni a delinquere. Altro che complesso d’Edipo e sindrome di peter pan: io ero e sono Capitan Uncino, incazzato a morte con gli orologi. E lo sai quante pastiglie m’ingollo nelle 24 ore? Eh? 15, Ernesto,15. Tutti ansiolitici a rilascio lento. Sono rincoglionito, ma almeno non penso a niente. Quasi. E tu mi parli di ciavatte, mi fai la reprimenda. Mi fai venire i sensi di colpa. Mi rinfacci di sfruttare Irma. E’ lei, lei che sfrutta la mia povera anima blesa ( si, BLESA, non rompermi i coglioni sugli aggettivi che scelgo).Viene qua, fa la padrona, bofonchia e mi controlla. Se non fossi tanto stanco e fottuto dal disorientamento spaziale ( lo sa sai bene che mi perdo appena esco di casa) me ne andrei ai caraibi, altro che Irma. E poi ricordati di quella volta che eri TU a un pelo dal suicidio per via di quel’investimento andato a rotoli, unitamente all’innamoramento per quella cretina della Marcellotti Samantha, figlia del tuo dentista.T’eri giocato pure le mutande per Samantha. SAMANTHA, ti rendi conto? E non eri mica tanto giovane, Ernesto, no. Eri già adulto e vaccinato, come suol dirsi. Adulto, vaccinato e pure ridicolo. E lei poteva essere tua figlia, se non tua nipote. Lasciamo perdere, va.
Art

Caro Arturo del miei stivali,
che delle tue ciabattazze io non voglio più sapere niente! Ma poi come fa uno della tua età a girare con ‘ste lofie porcate nei piedi. A me mi sembri peggiorato negli ultimi tempi.. o no?! Sarà che ‘sti ultimi tempi stanno durando da ventanni, orca. Nehh!? O no?
O no. Ecco, a te ti piace dire sempre no, che non è colpa tua, che c’hai la disfunzione cerebrolimbica, che c’ha il cazzocheneso, la depresciòn, la presciòn bassa, ogni scusa è buona e intanto, zangggg…..le bollette son sempre lì da pagare. Te lo fai apposta: bastardillo, a lasciarle sempre in giro, le fatture, le tratte, i cazzi dei tuoi debiti, così passa la Irma, passa oggi, passa domani, toglie la polvere, toglie la lattina di birra vuota, togline due, tre, quattro, svuota portaceneri, getta la bottiglia di rhum, e le bollette poi le paga lei: è per quello che spariscono dal tavolo…
Perchè poi tu fai quella faccia lì da scemo, da poverazzo, da emigrante desolato e dici: Aaaahhhhh, ma io mica sapevo, mi sarò…dimenticato….Col cazzo che ti eri dimenticato!
Te lo sai: esiste ‘na legge di causa ed effetto, se fai ‘na cosa ne risponde ‘n’altra, magari non uguale e contraria, ma fa l’istess, cioè era per dire, che se non paghi i debiti, se non ti dai da fare, col cazzo che viene dal cielo la manna o la menna…Però te la povera Irma l’hai trovata, te gli leggi ‘na poesia ch’hai scritto trent’anni fa e ttraaac: quella sbava.
E poi, porcamiseria, non venirti a lamentare delle tue schifose ciabatte!Te te le sei comprate e poi ti fai commiserare. Ma, cristo, come fa uno a fare delle scene così!
E il brutto è che son tuo amico, questa è la vera ignominia, ecco, sono amico in nome di non so che, o forse perché facemmo cazzate insieme da giovani, mahh
sono Ernesto
Caro Ernesto,
quello che non riesco a fare è tenere in ordine i documenti, le cartacce che mi dichiarano vivo, cioè avente un’identità perché consumatore di gas metano energia elettrica acqua aria e produttore di monnezze e così via fino all’ultima pidocchiosa multa per sosta vietata.
Io, che in cor mio, penso d’essere un anarchico del novecento col fazzoletto nero al collo la barba banca e gli occhi di caron dimonio oppure – meglio ancora - un ragazzino irresponsabile, dall’apparente età di otto anni che si scaccola seduto sul gradino, mentre l’edificio va a foco.
Nessuno al mondo è più disordinato di me che accatasto nei cassetti fogli su fogli, poi persi chissà dove, come i calzini spaiati ingoiati dalla lavatrice che una volta l’ho smontata proprio per vedere dove cazzo stavano, ‘sti calzini. Nisba.
Questo disordine con perdita mi fa venire in mente che forse lo spazio a un certo punto si sfalda e le cose finiscono là, tra un foglio di carta velina e l’altro, ma se infili la mano ecco che lo spazio te l’azzanna e resti con un moncherino. Le dita, dove sono finite le dita mò? Adesso, mò? Le dita? Nella lavatrice?
Mi alzo e, con i piedi calzati in due ciambelle di gomma che si chiamano crocs, oscillo per un po’ davanti al frigorifero fissando un grappolo d’uva bianca con la pellecchia moscia, una confezione di danacol contro il colesterolo, un tocco di mortadella incellofanata e un vecchio cubo di grana padano, dalla consistenza minerale, poi torno sul divano, sprofondando nel centro, dove c’è una fossa che conserva il perimetro del mio culo, anche durante la mia assenza.
Tiro fuori un piede dalla ciambella e mi guardo le dita che assomigliano alle zampette d’una tartaruga.Le tartarughe sono animali orripilanti, secondo me.Tutti gli animali con il muso giurassico mi fanno paura. Pure gli squali mi fanno paura. Invece i lumaconi mi fanno semplicemente schifo.Credo di sopportare soltanto i cani- ma non i canidi- e gli orsi- ma non i panda – tra tutti gli esseri viventi. Ho in odio anche quelle facce di cazzo dei delfini e non ti dico la rabbia che nutro per i gatti. Scommetto che tu hai ancora quel vecchio felino dalle fauci enormi. Non te l’ho mai detto, ma una volta, mentre eri in cucina, ho tentato di scaraventarlo dalla finestra.Ma lui ha ruggito, cazzo, ha RUGGITO. Anch’io ruggisco, Ernesto, ruggisco come una pecora col tetano.
Arturo

Cari amici cartographes fous & compagnia, bella o brutta chessia,
qua si vedranno ad libitum, o cioè chi diavolo vuole la manda, ‘na messe o massa variegata di lettere concepite tra personaggi fittizi, ma illustri ormai, che già presero vita in questo blog ad opra dei cartografi.
Costoro, influenzati dalla luna d’agosto che spesso da in testa a questo e a quello, (ma pure a voi, credetemi), apporranno quivi corrispondenza o pistolario intra di loro, vuoi considerazioni elevatissime sul mondo di qua e di là, su gioie e dolori, letti sfatti, vacanze avariate, maccheroni riscaldati, scatoloni, cimici e formiche, mosche carnarie, birra alla spina, la morte, il pozzo e il pendolo et similia.
Sono passati tre anni, e resta il ricordo indelebile del 21 agosto 2005, che ancora addolora gli amici, coloro che lo amarono, lo apprezzarono, videro e conobbero il suo grande cuore e la sua Arte:
E’ morto l’amico, il nostro grande amico GinoTasca,
socio di questa associazione des cartographes fous,
n°cf10152520,
lui qui non intervenne quasi mai, però lui era un amico forte e generoso,
poi, pian piano, è venuta la neve di cui spesso diceva negli ultimi anni
e l’ha coperto
e speriamo che gli sia lieve.
Di lui abbiamo anche un buon romanzo: "Isaia Greco", che uscì postumo, due anni fa, nel 2006.

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mi aggiro come nu spettro scantonato e scatolato in mezzo a ‘sta giungla de scatolazze piene d’ogni sorta de roba,
misticanza libbraria letteraia cartaria sapienzaria deficitaria scemenzaria,
vuoi scemenzèria, ca se trovo uno che dice che qui vi sta racchiusa la sapienza de li uomini ci appioppo ‘n cartone, inteso come cazzotto, ca se la sapienza de li uomini tanto è pesante vuol dire che essa vale poco, ossia ca la sapienza have da essere liggiera, ca poi se è liggiera e vaporosa, essa no si brucia, ecco.
Per cui sto odiando i libri, eccetto quelli vecchi rilegati ca spuzzano de pulverulento, tarma camula o archivio de cunvento, desmentegado assai.
Ca per colpa de sti libbri bastardi me venne mal di schiena terribole.
Io a essi li bruccierò! No, li donerò la major parte a n’istituzione ambulante vuoi d’istruzione pubblica come già feci in passato.
Ecco. Sic transit gloria mundi.
C’è della gente che va via, intorno,
io leggo qua e là, e si fanno gli auguri, i blogghers, che uno parte,
uno prende l’aerioplano, l’altro l’treno, chi ‘l piroscafo, n’altro ancora la voiture.
Io no, devo fare scatoloni.
‘N’amica mia dice che va via co’ la valigia che dentro ci ha pure dei dolori che se li porta appresso anche in viaggio.
A me dispiace forte, perchè mi sono ricordato la volta che ‘na fidanzata mia cara mi ritrasse che ci avevo sempre ‘no zaino pesantissimo su le spalle che mi faceva andare curvo come gobbo, e me lo portavo dietro tutto l’anno, ecco.
In effetti anche al lavoro ci andavo co’ bella valigia metallica indiana lapidellata che conteneva magari tre libri, quattro penne, ‘na canottiera, ‘na borraccia, fogliacci e brogliacci, pinza e cacciavite, anche mia nonna, nel senso dei ricordi.
Poi ‘sta roba o insight del sacco pesante mi svegliò un po’.
Mi feci bagagli più leggeri, nel senso anche morale, cioè quando partivo, ‘na volta, mi portavo dietro mezza casa, anche simbolicamente.
No’ sono riuscito a liberarmi del tutto da ‘sta congerie de baracche varie mentali, però mi sto ‘ndustriando, e quando vado via io ci ho sempre qualcosa in meno.
Magari che sia buon segno?
Mi viene sempre in mente quel mio amico ch’era andato in Russia in autostop co’ ‘no zainetto del cazzo grosso così e si lavava nelle fontane.
Io, però, fino in Sicilia con lui nel’1961 in autostop c’ero andato co’ lo zaino d’alpino.

