Stai sfogliando l'archivio mensile di giugno 2008.

Questo dialogo/racconto per partecipare al gioco narrativo ordito da Barbara Garlaschelli & Enrico Gregori su di un brano a tema

http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/17620400/gioco

Questa volta la parola chiave suggerita da Cristina Bove è "ascensore"

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 ‘Sti due cristi erano ancora lì da mezzora sul marciapiede che si guardavano con muso stupito e non sapevano tirare avanti un discorso decente quando Armando fa, tirandosi su la cintura delle brache che ci cascano sempre da quando s’è dato alle minestre:

  • Te, ‘Nesto, sai che ti dico… c’avrei bisogno di un montacarichi interiore…

  • Ehhhh? N’altra nuova delle tue?

  • Nooo… È per così dire… che sto male… da un po’…

  • Macché da un poooo’! E’ da ‘na vita che ti conosco e ce n’hai sempre una, orca…

  • Noooo, volevo dire, lasciami parlare, insomma! Avrei necessità di un ascensore interno, anzi più che ‘n ascensore, di un discensore, cioè ‘na roba, ‘n apparecchio come quello delle miniere….

  • Miniere?

  • Sììì, cioè, un montacarichi che va giù dentro di noi, cioè di me, ecco. Hai capito? N’apparecchio simbolico che ci monti sopra e ti riporta giù, ‘ndentro le profondità & le oscurità della psiche… ecco..

  • Psì….chèèè…? Te la do io la psiche… a te.

  • Mavaffanculo, ecco! Dicevo così per esemplificare con un’immagine icastica & verisimile che avrei urgente bisogno di un sorta di aggeggio che mi trasportasse nel cavo della mia natura umana, nel mio sistema cerebrale & nervoso per visitarlo. Diciamo anche, in senso lato, che mi traslocasse presso i recessi dell’anima…

  • Nei reeee….cessi?

  • Ma piantala! Quindi inizierei una visita circospetta, acuta, ed accurata, certo mi spaventerei per via dell’oscurità, però è indubbio che vedrei, scoprirei tra quei viluppi, quei meandri di gangli & sinapsi & neuroni, che poi sono tutti come tubi, suppergiù…..

  • Ecco… coi tubi adesso andiamo già meglio, siamo nel mio campo…

  • Insomma, se non mi smarrissi in quel buio, potrei forse scorgere su quei tessuti, su quei condotti delle gromme, delle improprie incrostazioni, dei tartari da ablare, dei sozzi sedimenti…

  • Sozzi:…poco ma sicuro….

  • Cioè: mi immagino, anzi sono sicuro che le delusioni, i dolori, le acri sconfitte che ho subito in questa porca vita abbiano prodotto dei guasti a quei delicatissimi tessuti, ovvero abbiano strozzato un poco i passaggi, li abbiano abbondantemente contaminati e che per ripristinare la loro funzione originaria dovrei pulirli, nettarli, forse lucidarli come si faceva coi condotti dei motori, ecco. Con l’aiuto di un metaforico albero flessibile, di piccole frese, e mole a smeriglio e alle fine di rulli morbidi con pasta abrasiva, per esempio…. Ed anche in superficie potrei usare un aggeggio ad ultrasuoni come quello del dentista per la detartrasi, onde ridare vita alle cellule soffocate da masse improprie, da lordure interstiziali….

  • Ahhhhh…..

  • Perché ho visto più di un documentario ove si mostravano sculture bronzee recuperate su fondi marini, completamente & bruttamente incrostate da millenari accumuli di calcare, di croste informi opache e biancastre… E dopo l’opera di un sapiente, diuturno restauro ho visto ricomparire la bellezza, il nitore del bronzo originario, il brillio, la luce… una nuova vita… Sì, così vorrei fare… ’Nesto, scendere e grattare via….. Calarmi al mio interno per liberarmi di macchie e ombre, che poi sono anche colpe, errori, dolori mai sopiti, rimorsi, rimpianti, ricordi soffocanti indelebili che strozzano il fluire presente della vita mia: è come si fossero accumulati sui neuroni…. Hai presente, ‘ Nesto, la parola "stenosi"? Il flusso vitale ormai passa a mala pena nei condotti strozzati….. Devo scendere a pulire….’Nesto!                                                       

… ricordate?

per vedere almeno quel che fu fino al giorno della sua scomparsa presso una bloggheressa bolognese che non lo fece più girare, se ne appropriò, non si sa, non si sa perché

http://issuu.com/maestro/docs/qcv?mode=embed&documentId=080102183405-0b595d6c6ce944439258058f9a1485bf&layout=wood?40,10

Lo so che sto sempre a ravanare,  ma provate a svegliarvi la mattina, a tirare su le braccia da sotto il piumino mezzastagione

- il piumino giallo ritirato ieri dalla lavanderia e dimenticato dal mese di maggio2005 per cui, mentre porgo una giacca, la signora mi fa: non deve mica ritirare qualcosa, lei ? Io? Che cosa? Avevo cercato il piumino per ogni dove, dopo aver ripiegato il copertone sotto cui respiro per tutto l’inverno (sempre la stessa aria, sempre gli stessi sogni che puzzano di pedalini). Come si fa, a perdere un piumino dentro casa? Non lo so, ma a me potrebbe capitare perché così son fatto e di buddista ho esclusivamente il non- attaccamento alle cose per il riprovevole gusto di comprarne altre. Infatti sono uno con le mani bucate, uno che fa shopping per disperazione, per colmare il vuoto, per buttarsi nel centro commerciale con una pietra al collo eccetera-

 per stirarvi e ad avvertite un dolore proprio nel centro dello sterno, lampante dolore che riconoscete, anzi no, e pertanto potrebbe essere cardiaco.

Stavolta per esempio io sono certo che questo nuovo dolore è cardiaco, sono certo che è infarto e mi viene una nausea che è la firma dell’opera ischemica avvenuta nei recessi del mio petto, di cui ho un’immagine infernale: antri diroccati percorsi da fiumi di sangue.

Così, ammanettato a questo dolore subdolo, resto sdraiato su un fianco senza osare smuovere troppo il sacco delle interiora, a fissare il  mobile accanto al letto e penso che la morte non è mica detto che ti acchiappa con visioni di chissà che cosa

- uno s’immagina sempre di schioppare in un landscape surrealista

perchè  nel mio caso l’ultima cosa che vedrei sarebbe la fiancata di un mobile brutto in midollino, materiale che odio forse più del laminato, con accatastato il piumone invernale mal ripiegato.

Questa imprecisione  della piegatura, tra l’altro, mi mette un cazzo di nervoso che è oltremodo insulso nel momento di stirare le cuoia.

Aspetto un poco e poi mi alzo cautamente con la testa che gira e  mi appresto al triste rito di elemosinare un elettrocardiogramma, giù in ospedale. Mi vesto curando che  le mutande, la canottiera, i calzini siano decenti, nell’ultima ora mia, ed esco di casa già consolato dal sapere che forse non muoio subito, ma dopo. Ho un futuro, cioè. E, razionalmente

- il raziocino, questo esercizio a sfondo matematico che non ho mai esercitato -

osservo che, se cammino, salgo le scale,  m’avvio alla macchina e provo anche uno sforzo, cioè  la salitina, vuol dire che l’infarto non ce l’ho in atto, cioè nel qui ed ora.  

Ma ormai, nel pieno dell’ esercitazione ipocondriaca, ho il compito di portare a termine ogni passaggio.

Mi dirigo quindi senza fretta verso l’ospedale e, strada facendo, considero che sono un povero disgraziato squallidissimo che si ferma al semaforo rosso.

Davanti a me c’è una macchina e sul sedile di dietro un ragazzino si volta per un momento a guardarmi. E’ ritardato, storto, sgangherato e ride.

Non  so che darei per stare con lui, accucciato in un angolo, a dire e pensare cose minime, ma intense e semplici, nel bene e  nel male.

Potrei decidere se morire davvero o davvero vivere, per esempio.

Gli faccio ciao ciao con la mano.

Mi risponde con un paio di corna e sillaba dietro al vetro: “va- morì-amma-zza-to”.

“A sòreta” strillo io, la testa fuori dal finestrino, superando, con una sgommata.

 

 

ci ho un libro nella testa tutto formato. tanto è formato che è già quasi un film. allora posso anche scrivere una sceneggiatura, mi dico. ma non la so scrivere una sceneggiatura. forse potrei limitarmi a dire: qua ci va ‘sta scena e poi ‘sto dialogo, qua un’altra scena e nessun dialogo.anche scrivere un libro per intero non è facile. ci vuole LA VOGLIA DI RACCONTARE.io non ho tantissima voglia di raccontare.io bofonchio.ecco perchè scrivo solo cose brevi.meglio se brevissime.perchè certe volte non mi va di parlare per niente affatto.ecco perchè mi viene la voglia di fare un film. comunque il personaggio principale di questo libro sarebbe un anziano cameriere. poi c’è la padrona della trattoria che un’ucraina bellissima che da bambina è stata abusata ( l’immagine sarebbero due dita che SPELLANO un papavero ancora chiuso e escono fuori quei freschi petali già rossi ma non ancora pronti. avete presente?)poi c’è il fidanzato dell’ucraina che è una specie di vitellone con la decapottabile.poi ci sono le figlie( due) quasi nane del cameriere e un altro cameriere( giovane, rasato, cocainomane) che vuole far fuori il vecchio collega che è invece l’unico a tenerci davvero al ristorante, l’unico che sa come si serve a tavola. personaggio minore è il fratello adolescente dell’ucraina che sogna ancora certi gusti della sua terra e i giochi con i suoi cani e la neve.Il libro inizia con la descrizione di un puzzle che si forma lentamente. i pezzi vanno a comporre infine la scena prima: il cameriere vecchio chiede a due avventori inglesi: du yu uont red mellon? l’ultima scena è l’immagine-puzzle della trattoria vuota che si scompone. all’inzio e alla fine la Callas canta qualcosa ma non ho deciso ancora che cosa. nel mezzo invece c’è sicuramente anche lou reed ( Walk On The Wild Side).
ciao mario.

 

Solo per dire questo:

e’ morto  Mario Rigoni Stern e mi è dispiaciuto molto.

Lo consideravo quasi come un consanguineo. Quando presi per la prima volta in mano "Il sergente nella neve" me lo tenni tra le mani per giorni, non me ne staccavo.  Lo lessi due volte di fila in due settimane mentre ero in montagna e lì, più che mai, mi entrava nelle vene.

Poi l’ho riletto altre volte e non mi stanca mai, anzi mi fa scoppiare batticuori e calori, pene dentro.

Forse soltanto con Primo Levi ho provato tante e forti emozioni nella lettura.

Lunedì 16 giugno alle ore 18

presso il Circolo dei Lettori in Torino – via Bogino 9

PRESENTAZIONE DEL LIBRO
Quella notte a Dolcedo
di e con Marino Magliani

Interviene Mario Bianco


C’è una nostalgia che impedisce di vivere e un’altra che spinge a tornare.
Hans Lotle, soldato tedesco che ha combattuto la guerra in Liguria, le conosce entrambe.

"Quella notte a Dolcedo" di Marino Magliani
Romanzo di nostalgia, nostalgia non come melanconia spicciola, o sentimento mellifluo, un crogiolarsi sdolcinato nell’abbandono ai ricordi,qui è intesa come vero dolore se non patologia, il cosiddetto "mal svizzero" come aveva inteso il Fogazzaro quando fa dire a Steinegge, in Malombra, come sua moglie: "ammalò di nostalgia" è un "desiderio doloroso e violento di tornare in patria o ove albergano oggetti, luoghi cari, il quale è cagione di profonda tristezza e di tale sconcerto dell’economia animale da produrre persino la morte."
E’ la storia, la peripezia di un soldato tedesco tale Hans Lotle che sta compiendo il suo servizio militare come Jäger nella zona di Dolcedo (entr. Porto Maur.) impegnato in pattugliamenti e rastrellamenti nell’entroterra ligure e sullo spartiacque che separa dalle terre piemontesi. ( primavera 1944)
Agli ordini di tale capitano Garser (co’ la scrivania sempre piena di carte e vecchi volumi) appassionato di scavi archeologici che fa eseguire dai suoi uomini in cerca di antichità, avanzi di un sito romano: Locus Bormani.
Tuttavia l’azione inizia nel 1988 a Berlino Est, nella DDR, in un commissariato Stasi della quale un tenente, tale Kobel, vuol sapere per quali motivi il Lotle, ormai sessantacinquenne, vuole recarsi a Vienna.
In questi primi quadri viene fuori il ritratto del Lotle, cameriere per quarant’anni in un hotel/ristorante di stato, già convivente con la madre, da poco defunta in un ospizio con cui il protagonista aveva un legame strettissimo.
Contemporanemente Magliani ci narra di un ritorno in Dolcedo e a Sorba di una ragazza, là nata, un eterodosso personaggio, con singolare vocazione al vagabondaggio, Lori.
La vicenda che si snoda nel giro di poco più di un anno, porta il malato di nostalgia Hans Lotle a recarsi a Ginevra, dopo anomalo consiglio del ten.Kobel, per chiedere condizione di rifugiato politico, quindi di prendere la strada della Liguria-Dolcedo entroterra di Porto Maurizio.
La singolare nostalgia di Hans, forse un misto doloroso di curiosità, rimorso e forse desiderio di un luogo che vide "diverso", lo spinge a recarsi come povero "pellegrino" a Sorba, frazione di Dolcedo ove nella primavera del ’44 fu complice in una strage di un intera famiglia ligure, i Droneri, completamente distrutta da granate a mano in un pozzo o cisterna con per sospetta connivenza, o aiuto dato ai partigiani.
Però Hans Lotle, dopo l’eccidio vide in un cespuglio una bambina, forse parente dei Droneri, e la salvò ovvero la ignorò, cioè non la uccise.
È un sorta di regolamento di conti dentro di sé, Lotle non sa chi salvò, non sa in fin dei conti chi fece in modo che tutti i Droneri fossero eliminati, non sa che fine fece il colto capitano Garser e che cercasse davvero, non sa tante cose.
Per cercare torna, e vive anche male, ha pochissimo danaro: sbarca il lunario facendo da garzone a Manfred, un giovane tedesco che fa mille lavori nelle case estive dei compatrioti, si accampa come un nomade misero in mezzo ai rovi, si ammala, quindi si adatta alla vita locale, prova un nuovo, singolare, quasi strano sentimento per Lori.
Infine scopre ciò che cercava senza indagare poi troppo, dopo circa un anno di vita difficile in questo entroterra a volte arido, altre aspro, anche umido, piovoso.
I conti tornano.
Intorno a questa vicenda c’è il paesaggio, c’è la natura, c’è un ponte medievale, case distrutte o ristrutturate, uliveti e rovi, tuttavia e spesso Magliani ci fa vedere che dove c’era una natura umanizzata con gran ordine per produrre verdure, uva, olive e il loro prezioso olio ora ci sono rovi, e qui ricompare nostalgia per una cultura del luogo, un’armonia, la nostalgia di un sentire di bellezza che ebbe un bambino che girò per quelle rive e vide il mondo intorno come e quasi un giardino ordinato.
C’è l’umanità, i vecchi, gli ospiti dell’ospizio, Grisu, Lelèn Dolò, Bacì, le loro massime, i loro motteggi, i loro gesti, un tagliare l’aria con un braccio, coloro che se ne vanno e che sanno che per loro, malinconicamente, non c’è più posto.
Perché davvero il loro mondo è cambiato, davvero è cambiata la valle, la cultura contadina è morta e il vero spartiacque epocale è stata la guerra che qui ancora trascina i suoi resti, sia umani, che materiali, di interesse, di conti da regolare.
A me pare, in fin dei conti, che la vicenda pure interessantissima, avvincente e sospesa di Lotle & Lori & Garser & Kobel & i Droneri, sia quasi un pretesto, perché invero Magliani ha da trasmetterci altre due cose fondamentali:un suo modo di vedere e sentire il mondo e lo stile per narrarlo,
1.Per questo ho detto di nostalgia, un sentimento forte che anima tutto il romanzo, a volte pare rimpianto per il non potuto fare e dire, per un atto omesso e forse dovuto, un senso di impotenza, talvolta, di fronte allo svolgersi degli eventi di cui siamo, sì, parte interessata, e agente, ma solo parte:
io ho avvertito qui un ruotare delle figure e delle loro vite come un complesso meccanismo che ha un senso apparentemente fatale, ma di fatto scavando, indagando emergono, negli stipi polverosi della memoria e negli atti del presente, motivi spesso biechi o bassi o meschini che fanno, e fecero, da molla occulta a tante azioni e rivolgimenti.
È un senso morale forte che chiede la chiusura dei conti in sospeso, dentro e fuori di sé, pur non comparendo probabilmente nemmeno "l’idea stessa di salvazione" come si dice per Lori.
2.Lo stile: E un modo di narrare che mi è grato, che mi piace.
La storia dapprima è delineata per paralleli, ovvero è introdotta con le vicende di due personaggi che arrivano poi ad intrecciarsi; sempre all’inizio del testo compaiono una sorta di quadri o direi filmati che ci creano lo sfondo, la densa atmosfera, poi l’insieme va unendosi in un coagulo umano caldo, sentito, forte che mi fa ricordare come Marino Magliani abbia imparato e tenuto bene a cuore la lezione di Biamonti, oltre a quella asciutta e vigorosa dei narratori piemontesi Pavese e Fenoglio.
Marino narra ed incede con brevi periodi, è come ci conducesse su di uno dei suo sentieri di costa, per mano, facendoci da guida, facendoci fare attenzione e sostare davanti ai sassi, agli scogli, agli sterpi, alle radici, ai rovi.
Questo lento incedere e di costruire immagini più che concetti, a mio modo di vedere, fa sì che il viandante di, e in, questo romanzo si soffermi con maggior attenzione a considerare il valore, il peso ed il suono ed il colore della parola, del "verbo",
e stia a riflettere di più sugli accorti, e talvolta inusitati, accoppiamenti di aggettivi e sostantivi, sulle espressioni che hanno anche e talora del dialetto.
Ho trovato per la prima volta, con meraviglia, qui il termine "supenna" che indica una primitiva costruzione in pietra a secco, simile ad un piccolo nuraghe, per tenere attrezzi.
Ho letto, quasi con commozione, dopo tanto tempo l’espressione "andava in campagna" per dire "faceva il contadino".Dicevo del sentire forte, e Lori incarna in qualche modo questa extrasensibilità, infatti ancora si dice di lei, mentre si segna, entrando in chiesa "Risentì una stagione in quel gesto" e ancora che sentì "l’odore del tempo" entrando in un ospizio e che "un torrente, rotolante, ma faticoso, come se la portasse in salita, la trascinò al tempo lontano…".Qui davvero le parole hanno peso e colore, direi anche sapore, sono cucinate, lavorate e calibrate per renderle sapide, non per nulla a pag. 37 Marino ci dice: "Bisognava tornare per capire le parole". Io ho pensato a "capire" come apprendere e prendere e farsele entrare dentro perché diventino carne nostra, trovarne il senso interno.

 Altro motivo di empatia:

In moltissimi romanzi e racconti i protagonisti esercitano mestieri o professioni intellettuali qui invece si vede quasi solo gente addetta ai lavori manuali e dalle parole, dai termini usati ho visto che l’autore ha praticato l’arte con le mani: tutti i personaggi sono gente del popolo, alcuni direbbero dei "vinti", (e lo fu pure il cap.Garser anche se era un archeologo per hobby). Debbo dire che ho letto, con partecipazione, di sgobbate con picco e pala e badile, faticosissimo sradicamento di radici infestanti di bambù, costruzione di muri, incatramare tetti, usare la mazzetta per far la gronda alle pietre per muretti, il rivoltare tra le mani quei sassi scagliosi e trovane la faccia. Anche qui una metafora:
"Anche la verità doveva avere una faccia, altrimenti bisognava dargliela".
Ed in queste azioni di ardua e asciutta costruzione e in questa frase c’è, ed è, secondo me, lo specchio di questo romanzo. Un duro e preciso lavoro di connessione di parole solide come pietre per narrare, presentarci una vicenda che è un unico muro ma con due facce.
 

Stasera mi son proprio divertito a cantare,

e in compagnia del mio amico Fausto Amodei, che nel 2006,

compose ‘sta bella canzone

Berlusconi con Bossi e con Fini
fan la banda dei tre porcellini
alle prese col lupo cattivo
che tende gli agguati da dietro l’ulivo.

E così quando c’è il lieto fine
come accade di solito al cine
superati i tranelli imprevisti
e mille altre trappole dei comunisti.

Evitati con abili mosse
gli attentati delle toghe rosse,
si allontanano i tre poco a poco
stagliandosi su un orizzonte di fuoco.

Ma attenzione benché s’incornicino
in un quadro di eroi disneyani
hanno un puzzo di olio di ricino
da far schifo o, a dir meglio, Schifani.

Bossi e Fini con il Berluscone
stanno in bande alla Sergio Leone
fanno il bello il brutto il cattivo
un Western spaghetti girato dal vivo.

E’ un film in cui fa il fuorilegge
chi è già ladro o chi ladri protegge
dove chi sul set ruba gli armenti
poi vive in privato pigliando tangenti.

Dove chi sul set fa il pistolero
nella vita poi spara davvero
o pallottole o un mucchio di balle
che spara comunque soltanto alle spalle.

Ma attenzione benchè beneficino
del prestigio che dà una pistola
puzzan forte di olio di ricino
Fini e Bossi col Berluscaiola.

Berlusconi con Fini e con Bossi
nei circuiti a lumi rossi
si esibiscono in film che oggigiorno
da noi normalmente son detti film porno.

Fan sequenze oscene e volgari
mescolando politica e affari
il reato d’oltraggio al pudore
senz’altro è la loro perfomance migliore.

Puoi vedere ripreso dal vivo
uno stupro in più collettivo
fatto in sfregio alla costituzione
in prima serata alla televisione.

Ma attenzione benchè si vernicino
di ceroni, cosmetici e unguenti
puzzan tutti di olio di ricino
vi ripeto perciò state attenti.

Come li lasci fare, come gli apri l’usciolo

loro escono dai loro trojaj, si riesumano dalle loro chiaviche ove si aggiravano a frotte, schifosamente moltiplicantisi a dismisura coi loro vizi di sempre, che loro sono tanto ordinati e non ci piace il disordine e le facce nuove, no.

E neanche quei delinquenti con le bandiere rosse: ché hanno fatto bene l’altra volta a Genova a stangarli, dovevano dargliene tante di più, sterilizzare quelle bagasce di ragazze e castrare i maschi, che se ne perda la razza.

E succedono queste cose qui, poi:  

Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell’ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.
Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l’uno né l’altro.
Tutto l’episodio si è svolto accompagnato da frasi quali :

“non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana” ,

“è finita la pacchia”,

“l’Italia non è più il Paese delle meraviglie”.

Gli agenti hanno fatto salire tutti gli uomini su un cellulare, solo un uomo marocchino, mostrando la carta di identità italiana, si è rifiutato di salire, chiedendo di che cosa veniva accusato e che avrebbe fatto riferimento al suo avvocato. Gli agenti l’hanno lasciato andare.
Nessuno dei passeggeri rimasti sull’autobus è intervenuto, anzi, molte delle persone presenti, anche sui balconi delle case intorno e sui marciapiedi, hanno applaudito.
Ci aspettiamo che venga fatta chiarezza e che non si ripeta mai più un simile episodio in un Paese che si dichiara civile e democratico.

ASSOCIAZIONE ALMATERRA

    Allor, nel preciso istante che ‘l povero Ernesto, racimolante tasselli in ferro, stava osannando di elogi sperticati il signor Giuda Iscariota, l’Armando volse co’ l’adocchiata pure un braccio e quindi, dopo una mossa incerta, il passo verso l’amico che parea disperato. Quando la mole dell’Armando medesimo sopraggiunto fece precipitare l’ombra su le mani del sumà che ancora brancicavano su l’ultime viti & tasselli sparsi, Ernesto alzò gli occhi verso colui che era, ormai da dieci lustri, sua abituale vittima di lazzi, facezie nonché cazziatoni morali.

Nello scorgere sopra de sé ‘sta smilza & risibile figura, seppur piuttosto alta, per inconsci (o ovvi) motivi di prospettiva dal basso verso alto, ‘n ci venne come ‘na sensazione o presentimento ( e pentimento, magari) che ‘st’Armandino del cazzo visto di sotto non era male, anzi ci ispirava come un senso d’autorevolezza inconsueta, metti pure per via del mento flaccido che visto dal basso assumeva quasi ‘na piega mussoliniana che ‘n ci portava come l’impressione d’imperativo categorico et similia; per cui, insomma, Ernesto volse all’amico suo d’antichissima data, non un invettiva mordace, ma una richiesta, quasi flebile, d’auxilio onde sgomberare il lordo campo maciapiedesco poiché sarebbero arrivate ben presto altre innumere & imberbi orde barbare che avrebbero potuto in un attimo sconvolgere il sito medesimo.

Tanto fu che i due desgraziati, chini & reclini, si misero a racimolare gli estremi rimasugli sparsi, non trattenendosi dal sussurrarsi reciprochi saluti misti a rampogne, insulti, insinuazioni, stupidaggini, cazzate, bestialità varie, velenose ipotesi politico/storiche su l’orde barbariche, vergognosi commenti sussurrati:

su le gambe de ‘na cicciona mora infilante i suoi piedazzi numero 44 ‘n orrendi stivali gialli, che parevano piroscafi,

su le ciabatte orrende de ‘n bengalese che annava sberciando ad altissima voce nel suo telefono ambulante,

su la borsa rugosa, che li sfiorò, risalente ad epoche paleozoiche, di Madame Cicci Mirabilis, vera autoctona, che passò presso le loro schiene, senza degnarli di attenzione alcuna, quella stronza.

Tanto fu ed è che, dopo circa sette minuti lo sparso contenuto de la cassetta (chiamala cassetta, sarà pesata dieci chili!), i due disperati esemplari umani sorsero dalla loro inusitata e scomoda pozione tenendosi & brancolando, aggiungasi smoccolando, per via di quell’accidente di lombosciatalgia o maldischiena di cui ambedue soffrivano a tratti, e per la quale affezione solevano recarsi in cerca di rimedi, francamente palliativi presso il coetaneo erborista cretino, tale Arturo Balmas, detto Minciùn, esercente in stambugio polverosissimo sito in un traversa della presente Via Olivares, cioè Via Barracollas.

Però i due, mica tanto cazzoni, nell’elevarsi, pur lamentandosi, in pozione eretta, si scambiarono ‘n muto sguardo volvente & alludente alla direzione Occidentale, ossia intendevano, senza dubbio alcuno, col ruotar le pupille verso di là, del rumorio fastidiosissimo, della vibrazione sottilissima, dello strascicamento squittente, che di là pareva venire: di là, polo Ovest.

 

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