Stai sfogliando l'archivio mensile di aprile 2008.

Era un ragazzo di 17 anni, adesso si chiama Fiorenzo.
Quando, nella primavera del’44 saltò giù dalla finestra di casa sua nel Biellese a metà notte, gettando giù un fagotto sul prato di dietro e poi sé stesso, non sapeva che da lì a due giorni avrebbe cambiato nome.
Stava ad aspettarlo un “ribelle”, uno col cappello da alpino, un veterano che aveva fatto l’Albania e la Grecia, uno che camminava a testa bassa su per le pietraie abbrancato alla cinghia del suo moschetto in spalla ed ai chiodi dei suoi scarponi. Uno che si voltava, lo guardava, si fermava, accendeva ‘na mezza cicca, e poi via di nuovo su per la montagna. In due giorni avrà detto, sì e no, trenta parole, compreso:
Prima di rimpatriare, come dei poveri barboni, sapevamo già tutto, sai: volevo fargliela pagare a loro, al fascio, ai crucchi di averci trascinati in questa porca guerra….
Fu ‘na bella fatica: la prima notte passata in un fienile di una baita, era freddo, piovigginava fuori, la seconda in uno stanzone basso di una cascina acquattata s’un declivio largo di prati, dietro il bosco grande, di sopra le creste.
Posto strategico ha detto un capo, che masticava un pezzo di liquerizia, poi lo fissava, poi gli chiese:
Te che nome vuoi darti? Qui ci vuole il nome di battaglia! Ci hai già pensato?
Fiorenzo non sapeva niente, era solo stupito, si guardava in giro, smarrito, per fortuna che c’erano due che conosceva di vista, del paese vicino e gli chiese delle dritte. Poi vide un’altro, con la barba, seduto su un ceppo che, per terra, su uno straccio unto, nero posava dei pezzi di ferro brunito poi li puliva, li fregava, li lisciava, li oliava.
Cos’ è che fai? Gli disse Fiorenzo, lì di fronte impalato.
Smonto, pulisco lo Sten…fa quello là tutto serio. E cos’è lo Sten…? Quella roba lì…Quei tubi?
Il ribelle alza la faccia, inclina la testa, lo guarda bene poi dice: Sten sì, un mitra, arma inglese, leggera, pratica per scontri da vicino…Sognatela, me car, a te non te la danno! Te la devi conquistare! Sai!!! A te se ti mollano un moschetto…va già bene….
Così il giorno dopo Fiorenzo, tutto saccagnato per le due notti passate al freddo disse al comandate: Voglio chiamarmi Sten, signor capitano! Si può chiamarsi Sten…?
Il capo lo guarda fisso negli occhi poi si gira verso gli altri sull’aia e fa:
Avete capito gente?! Adesso questo qui si chiama Sten…!! Va bene ?! Va bene. Allora te Sten prendi la gerla in spalla e vai su a fare legna per i boschi, questa è la tua arma per adesso….
Quello dello Sten, che adesso era bello montato e lucido nelle sue mani, da sotto il portico ridacchiava.


     Già, domani è il 25 aprile, e io sono mica contento che tanti si dimentichino di questa data. Capisco solo una cosa, o due, o tre:
che tanti sono più giovani di me e di quello che avvenne in quei giorni ne hanno sentito parlare poco, e tanto poco gli insegnanti ne hanno narrato e spiegato,
che tanti dal Centro Sud Italia ne hanno visto poca davvero di Resistenza per forza di cose, di date, di sbarchi alleati nel ’43 e ‘44, et cetera,
che alcuni, magari a fin di bene, anni fa, hanno sgonfiato un po’ troppo con la parola Resistenza facendosene un vanto, ma non agendo di conseguenza, cioè democraticamente,
che altri, in massa rutilante, tra cui questi ladroni & cialtroni recenti, hanno fatto di tutto per lordare questa parola o far dimenticare, cancellare in fretta e furia La RESISTENZA, e ci stanno riuscendo,
che poi se uno legge bene la parola e la scorpora dagli avvenimenti della Storia europea, gli può, e magari deve, balzare in testa che conviene resistere comunque contro gli attentati alla democrazia.

Poi, tanto per dire:
io nell’aprile 45 avevo quasi quattro anni e stavo poco a Torino, mia madre ed io eravamo sfollati in un paesino del Monferrato, dai nonni, dagli zii e, là, avevo pure un fratello/cugino che si chiama Giovanni, che ha tre anni più di me.
Mio padre conduceva un piccolo commercio a Torino e non poteva lasciare la bottega, nonostante i bombardamenti aerei, per cui veniva giù in bici da noi quando poteva, poi ripartiva con dei pacchi sopra, poveraccio, roba da mangiare, si tirava la cinghia e tanto.
Ad un certo punto, nel mese di marzo, mio papà fa: Basta, boiafaus, andiamo tutti a Torino che gli alleati arrivano a poco! Tra due o tre giorni la guerra è finita! Lo dicono a Radio Londra!
Invece no. Gli alleati, gli americani e gli inglesi, con quei loro pesanti Liberators B-24 o i Wellingtons o i Lancasters continuarono a buttar giù grappoli di bombe enormi anche nel marzo ‘ 45, tonnellate, tante tonnellate.
Suonavano, urlavano le sirene degli allarmi, urlava mia mamma, la gente disperata da anni di incursioni: di fronte al “nostro” negozio, vicino alla ferrovia,(ch’era un bersaglio prediletto dai bombardieri), c’era un rifugio antiaereo e ci precipitammo là dentro, si scendeva dentro un ogiva di cemento, giù per una scaletta a chiocciola fin nel profondo, nelle tenebre.
Poi, là di sotto, nel buio, tra la gente stretta, si sentiva tutto un tremare, un rombare spaventoso come se di disopra ci passassero mille trattori, poi giungono delle voci, altre grida, ma di gioia, esultano:… Sono solo di passaggio…vanno da n’altra parte, diosialodato!
Mio padre mi afferra, mi tira su in braccio e mezzi schiacciati tra ‘sti poveretti che anche piangono per ansie, stupore, dolori e gioia momentanea, veniamo su ansanti vicino alle rotaie.
Mio padre, Francesco, mi tira su la testa e mi fa: Guarda su Mario…quanti sono…quanti….

Erano tanti davvero, centinaia di bombardieri lucentissimi che si stagliavano ancora nel sole di marzo e andavano lontano, forse a bombardare Genova, si disse.
Sembrava che nel cielo ci fossero, procedessero, migliaia di carri a ruote caracollanti su sassi, pietrame, tanto era il frastuono.
Però mi sembravano tanto belli perché ero piccolo.

E ci vollero ancora e giorni e più di un mese prima che arrivassero i “partìgia”, con gli alleati, perché qui la guerra finì a maggio, mica prima.

*** Potete pure andare qui: http://societe.splinder.com/archive/2006-04 e trovare un racconto che vi lasciai nell’aprile del 2006.


Annie Louisa Swynnerton (1844 – 1933)    ‘The sense of sight’  1895

Oil on canvas, 87.3 x 101cm

Questo bel dipinto di una pittrice inglese, che soggiornò parecchi anni a Roma, per illustrare qualche motto sui ciechi e proverbi e di ciò che vediamo e non vorremo vedere ed ancora su certe furbizie…

11. Mangiar la zuppa co’ciechi

Questo ha adir co’ciechi.
Zuppa è quella comunemente che si fa col pane e col vino
in un vaso o bicchiere: e perché tal pane si stritola,
però chi non vede lume male la raccoglie, se non ha spazio;
onde uno alluminato che con loro mangiasse avrebbe
gran vantaggio, onde è nato il proverbio: Tu credi aver
a mangiar la zuppa co’ciechi.

( Modo di dire tratto dal testo di Agenore Gelli – Fiore di virtù – Firenze 1856)

 

In questi giorni, per me tristi, dopo le elezioni, più volte m’è rimbalzato vivido nella mente il gran dipinto di Peter Brueghel “La parabola dei ciechi “ ch’è a Napoli, a Capodimonte.
Mi sembra che il paese italiano, da tempo, anche tanto, sia guidato da ciechi ed insieme mentitori, da persone assai poco intelligenti, moralmente basse, e incapaci di capire la gravissima situazione economica, giudiziaria, morale italiana, e, nel caso ne siano consapevoli, colpevolmente tacciono per non perdere voti cercando consensi con promesse inique.  
Per cui riprendo le parole del Vangelo di Luca a cui si ispirò Brueghel:
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola. “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? …..”

*
Tuttavia, per risollevare gli animi esulcerati aggiungo il testo di una bella novella di Franco Sacchetti dove ci sono dei bei tipi di ciechi, anche loro piuttosto disonesti….

Franco Sacchetti – Il Trecentonovelle
Novella XCI
Minonna Brunelleschi, essendo cieco, di notte guida altrui ad imbolare pesche; e alcun altro furto per lui piacevolmente fatto.
— * —
Minonna Brunelleschi da Firenze fu ne’ miei dí, e fu cieco, come che in molte cose passava gli alluminati, per tale che niuno suo vicino era che, se aveva a mettere cannella in botte di vino, non mandasse per lo Minonna che la mettesse; e io piú volte il vidi che mai non versava gocciola di vino, giucava a zara e andava solo sanza niuna guida. Avea costui un suo luogo alle Panche, e avea per vicino un Giovanni Manfredi, vocato Giogo. Avea appostato il Minonna nella vigna di questo Giogo certi peschi carichi di bonissime pesche; e una sera di notte ebbe due compagni, e disse:
- Volete voi venire meco in tal luogo per le pesche?
Dissono costoro, ch’erano capitati a casa sua, ed erano fiorentini:
- O noi non sappiamo il luogo noi.
Dice il Minonna:
- Non ve ne caglia; verrete, come io vi guiderò, e recate questo sacco.
Costoro due guardano l’un l’altro, dicendo:
- Questa è ben gran cosa, che gli alluminati sogliono guidar e’ ciechi, e questo cieco vuol guidare gli alluminati.
Infiammorono via piú d’andare, e dissono:
- Andiamo, per vedere tanto nuova cosa.
Andorono, e troppo bene di campo in campo il Minonna gli ebbe guidati; e giugnendo per entrare nella vigna, dov’erano li peschi, questa era molto bene affossata, e con buona siepe. Dice il Minonna:
- Lasciate andare me innanzi; venite in quaggiú, ché ci dee essere una cotale callaietta nascosa -; e coloro dietro.
Quando fu alla callaia, dice il Minonna:
- Or passate qui, e tenete da man ritta, e vedrete i peschi.
Costoro cosí fanno, e cosí truovono ciò che dice; e ‘l Minonna con tutto ciò fu a’ peschi quand’eglino; e coglievane egli per amendue loro: in fine egli empierono ‘l sacco; e ‘l Minonna volea che gliel mettessono in collo. Costoro non vollono, e pigliono questo sacco il meglio che possono, e tornansi a casa e vannosi a letto.
La mattina il Minonna ed ellino se ne vanno a Firenze, e questi due non potendosi tenere che la detta novella non divolgassino, pervenne la detta cosa agli orecchi di Giovanni Manfredi. Non potendosi il detto dar pace, sanza dir alcuna cosa, la seguente notte se ne va con alcuno nell’orto del Minonna, e tagliato molti belli cavoli che v’erano, e colti quelli frutti che poté portare, e fare danno, fece.
Arriva la novella al Minonna, e subito si pensa essere stato Giovanni Manfredi; e comincia a soffiare che parea un porco fedito, con un naso sgrignuto e con un leggío di drieto per ispalle, che parea un dalfino quando sopra il mare si getta soffiando a indovinare tempesta. Subito si mette la via fra gambe, e caccia il capo innanzi con la foggia, come andava, per andare alle Panche; e passando con questo impeto dalla bottega di Caperozzolo, di fuori nella via era uno bariglione su uno desco con non so che cose da fare o lattovari o savori in molle, e davvi si fatta entro che ‘l bariglione e ‘l desco, con ciò che v’era, andò per terra; e va pur oltre a suo cammino.
Caperozzolo, o suo lavoratore, che pestava dentro, vedendo questo, esce fuori e guata dietro al Minonna, gridando:
- Morto sie tu a ghiado, o non vedi tu lume? che perdere postú gli occhi.
Il Minonna fece vista di non udire, e va pur via, e giugne alle Panche, ed entra nell’orto, e va tastando li cavoli con ciò che v’è, dolendosi forte, e massimamente de’ cavoli de’ quali spesso mangiava gran minestre; e stette alcun dí, mostrando non sapere chi ciò gli avesse fatto. Alla per fine pensò che la cosa non rimanesse qui. Una sera ebbe due contadini, e pregolli fussino con lui, e cosí fu; ché venuta la notte, con due sacca e con coltellini andorono all’orto di Giovanni Manfredi, dove era un campo d’agli di smisurata bellezza, e de’ quali il detto Giovanni sempre ragionava, e questi agli divegliendo a uno a uno, tagliarono li capi e mettevano ne’ sacchi, e ‘l gambo rificcavono nella terra, e cosí tutti gli ebbono divelti e portati i capi e lasciati i gambi nel luogo loro.
Da ivi a due dí, essendo e Giovanni e Minonna al Trebbio, dove usavono, il Minonna si dolea de’ cavoli suoi. Dice Giovanni Manfredi:
- Io vorrei che mi fussino stati innanzi tolti gli agli miei, che si guastassino come pare che si guastino.
Dice il Minonna:
- Come? egli erano cosí belli.
E quelli dice:
- E’ sono tutti appassati da ieri in qua.
Dice il Minonna:
- Saranno forse bruciolati.
Costui se ne va, e comprende troppo bene che ‘l Minonna abbia fatto qualche cosa; ed entrato nell’orto, tira uno aglio, tirane due, e’ poté assai tirare che trovasse il capo a niuno. Subito immaginò quel che era; e l’altro dí, essendo al Trebbio, non si poté tenere il Giogo che non dicesse:
- Minonna, almeno ne avestú lasciato qualche uno.
Disse il Minonna:
- Ha’ tu il farnetico?
Disse il Giogo:
- Io l’ho bene, quando tu m’hai tolto gli agli miei.
Dice il Minonna:
- Di’ tu de’ cavoli miei? mandastegli tu a vendere alla Ciacca?
- Che Ciacca, che sia mort’a ghiado?
- Anzi sia tu.
- Anzi tu -; e vanno l’un contro all’altro per darsi.
Aveano centocinquant’anni tra amendue, e uno era cieco, e l’altro avea gli occhi arrovesciati che pareano foderati di scarlatto. La gente fu su, feciono fare la pace; al Minonna rimasono gli agli, al Giogo i cavoli… e mai non si vollono bene, e sempre borbottavano… niuno per ammendarsi, aveano i piè nella fossa, e imbolavano agli e cavoli: averebbono ben tolto altro, perché cane che lecchi cenere non gli fidar farina.

Giuseppe Pellizza da Volpedo -  Lo specchio della vita – (E ciò che l’una fa e l’altre fanno) (1898), olio su tela, cm 132×291, Torino, Galleria d’Arte Moderna

Non è che mi dispiacesse la Pasqua in generale, da sempre, dall’infanzia, è che da quando poi ho cominciato a lavorare, sul serio, avevo delle colleghe sinuose, e insinuanti, che giravano intorno, sotto Pasqua, prima delle cosiddette vacanze, coi loro culi a pispola ondeggianti vibranti foderati di gonne costose di pelle nappa e mi dicevano sempre:
Che fai, Bruno… a Pasqua… dove vai, Bruno, a Pasqua?
Io che ero timido e nascondevo pure a me stesso la mia rabbia e forse l’invidia, rispondevo: Ma non so….cosa vuoi…. staremo a casa, al massimo facciamo un picnic a Pasquetta se c’è il sole, ecco……
E loro invece parlavano, dicevano, esternavano bellamente movendo, scuotendo le lor chiappe e cape bionde e intanto cianfrugnando nelle borsette capaci che neanche uno stipendio di un mese sarebbe bastato a pagare. Loro tenevano mariti, però, consorti ben portanti ed assestati: avvocati, medici, dentisti, commercialisti, dirigenti FIAT, loro uscivano dal lavoro e salivano sulla loro bell’auto splendente inglese di cui avevano disperatamente cercato le chiavi nelle loro borse flaccide, dai mille ripostigli ed anfratti, rovistando con le loro belle manine palliduzze, imprecando però oscenamente, intessendo urletti, moine, manfrine e casini.
Di nuovo il giorno dopo arrivavano con la solita solfa:
Che fai tu, Bruno, a Pasqua… dove vai?…
Io a volte guardavo un po ‘di brutto o storto e non dicevo niente:
Ohhh… scusa caro te l’avevo già chiesto ieri…Noi andiamo a Boston…Sai c’è un cugino di Alex, là, che lavora all’MIT…sai….                                                                  
E quindi sparivano nel corridoio volteggiando, scalpitando, staccheggiando col loro scartafaccio, registro o tomo stretto al petto, quasi fosse amatissimo bambolotto e le loro eterne borse molli appese oscillanti, sbattenti sui fianchi che facevano flic flac flic flac….
E loro andavano a Boston, e prendevano anche qualche giorno di congedo straordinario, o si recavano almeno a Parigi, magari a Maiorca, quando non a Berlino, o a Barcellona dove non ero mai stato e mi crepava il cuore al solo sentirla nominare; oppure procedevano in viaggio dalla zia Evelyn ad Edimburgo. E lì, ad Edimburgo, aveva piovuto sempre però, quindi era un bel guaio ché, poi, per la settimana dopo, si lamentavano e mi martellavano con ‘sta pioggia terribile.
E io odiavo sempre più la Pasqua.
Poi ‘na volta ci siamo decisi, facendo sacrifici, e con la nostra macchinetta siamo andati a Firenze, che già mi sembrava di recarmi fino a Johannesburg, abbiamo prenotato la “pensioncina familiare” e abbiamo mangiato male e non m’è piaciuto niente, niente, salvo il Giardino di Boboli, ché c’era il sole.
E’ stata ‘na Pasqua triste che preannunciava il peggio.
Ho fatto che cambiare lavoro, così le squinzie collinari ondeggianti nei loro pellicciotti da orsetta le ho perse e anche le loro Pasque; almeno avevo trovato la signora Niccolis che a Pasqua andava da sua mamma sopra a Pinerolo.

    Huey, l’errante monaco chan, divenne vecchio pure lui.
Era stato in giro ciabatton ciabattando marciando scalando per milioni di li, per la Cina tutta, ed aveva avuto qualche discepolo che lo seguiva.
Se lo seguivano lui parlava camminando se no, no, stava zitto.
Quando aveva quasi settant’anni decise di fermarsi vicino alle rovine di un vecchio tempio abbandonato. Là, in mezzo a quei ruderi cominciò a costruirsi ‘na baracchetta, poi qualcuno volenteroso del paese vicino lo vide e gli dette ‘na mano a fare il muratore e il carpentiere e a ristorare l’antico edifizio, così ‘sto tempio ebbe ‘na sala decente dove il popolo se ne stava a pregare, o altro. E anche a ripararsi da la pioggia.
Huey aveva scelto bene il luogo perché da da ‘sta sua povera dimora si vedeva la cascata lontana che cadeva dal monte Tien Tai e lui se la voleva avere ben fissa ‘n’te la mente sempre come aveva ‘mparato dal suo maestro vecchio Han.
È che certi suoi apprendisti ci dicevano:
Maestro nostro…ma stai sempre a mirar la cascata anche con gli occhi chiusi?
Han ci disse:
Più la mandi giù…più ti tira su!
   (Sempre ‘sta solfa ci ripete ‘sto minchione è meglio cambiare maestro, cazzo… dicevano tanti e se n’andavano senza salutare)
Meno uno che si chiamava Lin Chi, che faceva ‘na minestra bona per il suo maestro che s’era affezionato. ‘Na volta Lin Chi, che stava sempre zitto selenzioso, porgendo la scodella piena, fa:
Maestro mio, anche la minestra tira su?
Non come la cascata …disse Huey.
Po’ Huey se lasciò andare ché era tanto bono di core e ci piaceva spiegare bene le cose.

Te, Lin Chi, che sei perseverante ti dico il senso dell’affermazione, che fa così: La vedi la cascata?! È fatta da ‘na moltitudine immensa di goccioline, particelle, d’acqua staccate tra loro ma unite da un unico flusso. Noi siamo le gocce, o Lin Chi, voliamo, scompariamo via in un attimo, così è la nostra vita. Se ci attacchiamo alla nostra effimera storia di goccioline passeggere, fugaci, ci sentiremo sempre peggio. Se staremo, sentiremo, fluiremo nel flusso continuo e non lo contrasteremo, staremo su, cioè meno soffriremo…. ci sarà entrato dentro il concetto della cascata, come un masso rovente difficile da ingoiare…
Mandarlo giù è difficile…… È un concetto fatto di carne ed ossa….Siamo gocce lievissime, di nessun peso ….Hai capito?!
Più la mandi giù…più ti tira su!
Il discepolo Lin Chi riconoscente ci fece pure un budino di riso al suo maestro.

  ( di sopra: pittura cinese de ignoto maestro)

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