Stai sfogliando l'archivio mensile di dicembre 2007.

Prendo lo spunto da un post interessante della signora Alcor, o Mizar che sia, http://lalucedimizar.splinder.com/
su oggetti, cose e scatoloni per postare qui un mio racconto del 1998
La camera del signor Spenalzio
Irmo Spenalzio armeggiò con impeto, con rabbia sulla maniglia della porta della sua terza camera: essa dava sul piccolo corridoio e Irmo non ci entrava se non poche volte in un mese.
Quella maledetta porta si apriva sempre con difficoltà, poi un battente raschiava sul pavimento e lasciava da più decenni dei segni, delle striature nelle scombiccherate piastrelle. Imprecò Spenalzio, iniziò una delle sue solite sequele di bestemmie, di cristi e madonne poi con uno sforzo riuscì a spalancare uno dei battenti, presto uno dei vetri del vecchio battente sarebbe andato in pezzi, poiché qualche frammento di vecchio giallo nastro adesivo trasparente teneva appena insieme alcune parti del fessurato vetro smerigliato, e per l’ultima eccessiva sollecitazione ne cadde a terra un piccolo spicchio .
Irmo era furioso, inviperito con la sua casa, con il vetro, con la porta e soprattutto con la sveglia, quella puttana di sveglia che aveva smesso di funzionare; infatti proprio quella mattina la sveglia non aveva suonato, anzi nella notte, probabilmente alle tre e venti, il vecchio trabiccolo aveva deciso di porre fine ai suoi battiti ed il signor Spenalzio non sarebbe entrato nella terza camera se non per una necessità veramente urgente ed improcrastinabile.
Là in quella stanza buia e polverosa, stavano un armadio, una scrivania, un vecchio lettuccio che già fu il letto giovanile di Spenalzio ed una montagna di scatoloni legati con spago. Questi giacevano contro una parete, ed ivi stavano inviolati da quindici anni, e non erano un bel vedere; il cartone, già brunastro, ora era diventato molto scuro e fragile e alcuni di essi si erano, fiaccati , seduti: deformati dal contenuto, alcuni parevano essere in procinto di aprirsi. In tutta la cameretta aleggiava una puzza orribile di chiuso, di stantio ed Irmo al rivedere ciò che non amava trovarsi in casa si mise le mani nei capelli ed imprecò nuovamente contro il destino e la sveglia; con impazienza accese la luce, ma non aprì le persiane, poiché non voleva che qualche vicino impiccione cacciasse gli occhi nel suo alloggio e conoscesse gli affari suoi: avrebbe potuto farsi delle idee, presumere, far strane congetture e lui non voleva, lui era solo e se ne fotteva degli altri.
Gli scatoloni stavano là da quando era morta la zia Maria, quindici anni prima e Spenalzio ci aveva buttato dentro quanto aveva arraffato, quanto quel mascalzone di suo cugino Raffaele aveva detto che gli spettava; avevano litigato quel giorno e da allora non si erano più visti. Si ricordava Irmo della fatica, della ‘merda mangiata’, come soleva ricordare, in quella occasione, ma sapeva pure che in uno degli scatoloni, doveva esserci una sveglia, forse una sveglia mica male, una sveglia da tavolino svizzera; poteva tornare utile, comoda ora, ma c’era un immenso lavoro da fare e Irmo si sentiva stanco.
Erano passati tanti anni da quando aveva accumulato quella roba ed ora aveva quasi settant’anni e non aveva più voglia di ‘rompimenti di coglioni’; ma non voleva comprare una sveglia nuova, neanche per sogno; quella che stava ancora là sul tavolino da notte era vecchia quanto lui, era stata di suo padre e sua madre ed era sempre andata bene, sempre! Aveva cercato in quella tarda mattinata di smontare e riparare il lucido vecchio orologio, poiché era esperto ed abile aggiustatore, ma questo aveva la molla del bilanciere rotta e il detto marchingegno, come si sa è il cuore dell’orologio, per cui necessitava di una sostituzione, ma Spenalzio non voleva portare la sua, la ‘sua’ sveglia da un riparatore che glie l’avrebbe tenuta per settimane e gli avrebbe richiesto una somma enorme.
L’unica era cercare tra i ciarpami della zia Maria. Spenalzio stava là, sulla porta della cameretta, alla fioca, miserabile luce di una lampadina da 20 candele, che pendeva polverosa dal soffitto, con le mani tra i capelli; stette così forse per tre minuti, poi scosse la testa e si recò in cucina per farsi un caffè con la più piccola delle sue caffettiere napoletane. Per la rabbia che lo agitava Irmo si rovesciò pure il caffè sui calzoni e si bruciò le dita, per cui sbottò nuovamente in una sequela di terrificanti insulti contro gli abitanti del Paradiso, poi mentre si rifaceva la sua bevanda preferita, prese a commiserarsi e a imprecare contro il suo ‘bastardo destino’.
Quella mattina andava tutto storto, non aveva potuto alzarsi quando avrebbe voluto, poiché doveva andare all’ufficio postale a pagar bollette ed aveva bisogno di una sveglia, necessitava, gli era indispensabile, anche se poco la usava. Ma quando andava a fare i suoi lavoretti dalle ‘sue’ vecchie, ci andava normalmente di mattina e poiché lui si levava abitualmente tardi, in quelle occasioni aveva bisogno di uno svegliarino.
Nettatosi alla meglio dalle macchie di caffè, si accese una sigaretta, ritornò nella stanzetta e cercò nell’armadio un camice violastro che già fu di suo padre e lo indossò.
Non sapeva da che parte incominciare, non aveva nessuna precisa idea circa l’ubicazione dell’arnese che andava cercando, prese una sedia e si portò di fronte al cumulo di cartoni, li toccò, palpeggiò le corde e si imbrattò le dita di una sorta di ragnatelastra nera pulverulenta che le aveva rivestite; nuovamente bestemmiando si sfregò le mani sul camicione, si recò alla scrivania e da un tiretto ne trasse un ben affilato coltello a serramanico.
Iniziò così la sua laboriosa e travagliata ricerca, condita da una serie di improperi poiché ancora sapeva che questa sarebbe probabilmente durata a lungo e vista la sua grama sorte, la sveglia, se c’era e doveva pur esserci, sarebbe comparsa nell’ultimo scatolone.
Cercò di trovare una posizione che non gli fosse troppo faticoso tenere, si mise tra le gambe il primo scatolo e tranciò di netto il cordino, scostò i quattro lembi di cartone ondulato e vide della carta da pacchi, tastò con le dita e sentì del morbido, stracciò l’involto e vide del tessuto; immerse poi mal volentieri le mani e trasse fuori una parte del contenuto. Non erano altro che strofinacci, asciuga piatti da cucina e pezze di stoffa, ritagli per rappezzar abiti. Irmo se li portò vicino agli occhi, si aggiustò ben bene gli occhiali sul naso ed esaminò il primo reperto. Non erano niente male quelle cose, erano state riposte lavate e stirate come le ritrovò nei cassetti della zia Maria; potevano tornare utili, ma puzzavano di chiuso, di magazzino e di ‘casermaggio’, avevano i bordi ingialliti; Spenalzio si alzò portandosi una mano alla schiena, maledicendo la sua età, raccolse il pacco di tele e lo ripose con cura in un capace stipo a muro che stava in quella stessa camera ed era completamente vuoto.
Riprese indi la ricerca: un altro scatolone tra le gambe, un colpo di coltello e via a terra quelle ammuffite cordacce; altra roba morbida trovò, altra roba di tessuto, niente di quello che gli interessava: trovò un pacco di camice da notte e dei golfini, e fu un ulteriore colpo al suo morale. Erano delle cose buone un tempo e le aveva prese e tenute, per donarle alla donna che aveva allora, quella ‘bagasciona’ di Lena , Maddalena Spanò, che fu l’ultima donna che volle avere……Poi basta, poi basta, basta con le donne, con quelle sanguisughe, quelle buone a niente….basta! Aveva tenuto quelle robe per regalargliele e lei ancora un poco si offendeva, eppure era roba buona e bella e pulita.
Proprio da quel momento, con una baruffa epica, era cominciata la loro rottura.
Irmo non voleva più ricordare, non voleva ricordare un bel niente, per non parlare di Maddalena Spanò, prese di brutto l’involto e lo rigettò d’impeto nello scatolone a cui diede un calcio che lo allontanò dagli altri.
Trasse dal mucchio, un’altra delle sue prede e scoprì con un po’ di gioia che questa era pesante; era soda, dura, bella compatta, l’aperse e si trovò dinnanzi forse una trentina di libracci ed opuscoli e si domandò perché mai l’avesse presi, allora. Erano libri da messa, storie di santi di frati, storie sacre , di miracoli ed apparizioni, fascicoli di immaginette sacre. Forse allora aveva sbagliato nella fretta, forse aveva preso una della scatole di Raffaele, quel bastardo di un baciapile. Gli prese una furia, voleva scaraventare tutto dalla finestra, poi si trattenne e ricacciò quella paccottiglia nel suo contenitore. Pensò alla fatica che avrebbe fatto a portar sotto tutto quel ciarpame, nei bidoni in strada… mal di schiena e sfacchinate, a quell’età non si dovrebbero più fare certi lavori!
Lo scatolone successivo era molto pesante e riaccese delle speranze, Irmo lo soppesò ben bene e si compiacque un attimo, ma il contenuto non era quello sperato; tuttavia fu una sorpresa: laddentro stavano ben ordinati dei ferri da lavoro, roba dello zio Fernando. Ben imballati, perché Spenalzio amava gli arnesi meccanici ed aveva lavorato in fabbrica, in manutenzione per trentotto anni, aveva posato chiavi inglesi, chiavi a stella ed a tubo, cacciaviti, martelli, pinze, una cazzuola e alcune scatolette di viti e chiodi. Si guardò il tutto con una certa consolazione, poi prese a considerare la sua scarsa memoria, non si ricordava affatto di aver celato quelle cose che pure gli sarebbero tornate utili, ma allora lavorava in fabbrica e di pinze e chiavi, ne aveva piene le palle. Prese i singoli pezzi, si fece due giri in cucina, ripose tutto nell’ultimo ripiano dell’armadio a muro, con gli altri suoi aggeggi e si fece riscaldare un’altra tazzina di caffè.
Con una nuova cicca in bocca si ricacciò nel suo stambugio.
“ Adesso vediamo… adesso vediamo …quale porco schifo viene fuori!” aggiunse e si mise al lavoro; un’altra scatola dura, bella dura, ma non ponderosa svelò il suo arcano. Dentro ci stava una pendoletta da muro, in legno scuro e ottone, non brutta, più alcune spazzole per abiti e per capelli, un paio di scarponcini da lavoro dello zio, che portava il suo stesso numero ed una giacca da camera, un tempo buona, ora camolatissima.
“ Un orologio almeno… per dio,…. almeno uno, tanto non mi serve un cacchio,.. perché non suona ..”, quindi poggiò la pendola contro un muro, dopo averla scossa un poco e ricacciò il resto nel contenitore. Prese ad armeggiare ancora, in quella confusione che si andava creando nella camera; Spenalzio si inciampava nella masserizie, quando si alzava ed andava in cucina cacciava tutto a calci in un angolo poi riprendeva il suo esame. Man mano che le ore passavano, l’investigatore diventava meno indiavolato, più cogitabondo e prese ad esaminare gli oggetti che venivano fuori dalle scatolacce con maggior attenzione, costellava di “Bahh…!” e “ Guarda qui che caspita c’è !..” la sua esplorazione .
Ammucchiò fazzoletti, asciugamani, casseruolini, piatti, zuppiere, posate scompagnate, tazzine, vecchie bottigliette di solventi, carta oleata, due brutte lampade da tavolo, tre paia di forbici, una macchinetta per imbottigliare. Mentre il tempo trascorreva, Irmo teneva di più tra le mani gli oggetti scoperti, tastava, toccava, sfiorava, esaminava con più cura, pian piano entrò in una situazione labirintica in cui le ore e lo spazio avevano limitata importanza. Prese ad un certo punto a lucidare un mestolo, che pareva d’argento ed a osservarne con attenzione i rilievi che lo bordavano; poi passò ad esaminare un tondo, ignoto vasetto di ceramica nera che racchiudeva ancora un tubetto di rossetto marca Coty….
“ Marca Coty.. marca Coty… cristo ..marca Coty… la sera che ballai col principe usai la crema Tocalon.. cristo… balocchi e profumi, balocchi e profumi .. che cazzate,…che cazzate !” Spenalzio scuoteva tristissimo la testa tenendo in mano il tubetto di rossetto, poi gli venne da aprirlo e lo rimirò con cura.
Era una una crema per labbra al fondo della sua corsa, ed era ancora rossa, rossa carminata e consumata, consumata da un paio di labbra ormai disfatte.. là stava ancora una traccia dell’ultimo tocco dato, la superficie della crema conservava ancora una striatura….
“ Perché…! Perché !? ..Ma perché ..cccazzo devo trovare ste robe ?!“. E l’esploratore si alzò di botto e cominciò a dimenarsi, a calciare le sue baracche “ Cristo…! Lo so che il tempo passa … ma perché devo trovare di queste porcate !”. Eppure, nonostante la sua sofferenza volle riprendere in mano il rossetto che gli aveva generato il violento tormento, se lo riguardò ben bene e poi lo portò al naso. Volle annusarlo. Sapeva, sentiva ancora del burro di cacao e di quell’unto che ti rimane sulle labbra dopo un bacio. Un rossetto…. un rossetto da donna . Quanti rossetti, quante donne, odori di donne, donne sulla moto, donne sulla spiaggia, donne al caffè, donne a ballare sul prato, la zia Maria che era stata così buona con lui; quand’era ragazzo gli faceva delle dolci merende e la mamma non c’era già più: l’unica brava donna della sua vita. “L’unica”- ripeteva forte Irmo nella stanzetta –“ Proprio l’unica,… Lei sì…lei sì…che mi voleva bene …”. Quindi Spenalzio volle tornare ai fazzoletti, deliberatamente per provare ancora ad annusare: gli avrebbe fatto male, lo sapeva, ma voleva provarci, voleva sentire.
I fazzoletti sapevano ancora di un qualcosa di dolce, forse di una colonietta o di violetta di Parma, ma fu grato all’archeologo questo leggerissimo profumo, per quanto fosse un po’ inquinato da altro effluvio, forse di naftalina. Riandò quindi alle camicie da notte ai golfini che aveva scartato qualche ora prima, cercò con cura, trovò, prese quell’insieme di indumenti morbidi, sottili e lo portò di fronte agli occhi, quindi entro di essi cacciò l’intera testa; sapevano di buono, sapevano anche di naftalina , sapevano sì, di naftalina, ma la naftalina di quei cassetti là…..c’era il profumo, l’odore della zia Maria ancora…ancora.. come quando era piccolo ed a volte dormiva nel suo lettone, lei sapeva di buono.. lei sì che sapeva di buono, ed aveva una camicia da notte rosa ed aveva dei nei, due nei vicino al collo e gli occhi quasi viola, ed a volte, se era bravo, prima di dormire gli dava dei bacini sulle palpebre e i suoi capelli gli facevano il solletico sul naso……
Sollevò lentamente il viso Spenalzio, rivolse gli occhi e la testa verso il soffitto ed emise un lungo ma sommesso gemito, posò delicatamente i cari indumenti sulla scrivania e prese a piangere silenziosamente. Molto lacrimò, perché grandissimo era il suo dolore e proporzionale al lunghissimo intervallo in cui non aveva più pianto ed il suo cielo, il cielo a cui si rivolgeva non era altro che la volta sporca ed affumicata della sua cameretta.
“ Lo sapevo…lo sapevo…non lo sapevo, forse non lo sapevo.. ma l’ho sempre saputo che il mondo è così.. ma perché proprio adesso…perché?.. Avevo solo bisogno della sveglia, di quella….porca sveglia ”. Così si lamentava colui che aveva dimenticato, che tutto voleva dimenticare, per non più sapere, perché già tutto diceva di conoscere dell’inganno del mondo e di questa vita balorda. Spenalzio si diceva che lui non avrebbe voluto cercare, ma aveva dovuto cercare, era stato obbligato dalla forza delle cose, perché era senza sveglia e senza sveglia lui non poteva restare e nuova non voleva comprarla, visto che c’era in casa. E il suo destino era così, era ‘bastardo’ e lui ci stava dentro e ci nuotava ormai da tanti anni, che gli pareva sempre uguale, nulla di nuovo sotto il sole .. nulla di nuovo, ma…non credeva di provare un dolore così profondo, uno strazio potente come la morte.. questa qui era la cosa nuova, che c’era da vergognarsi… piangere.. anche piangere.. ora anche piangere come una donnetta,… donne.. roba da donne, ma lui non si vergognava ora, perché era solo come un cane e lo era da tanti anni e lui, .. lui ..sì.. se l’era voluto e cercato, questo ..questa roba qui…per non aver più gente intorno che gli rompesse…i coglioni.
“ Forse è un male tutto questo, forse dovevo comprare una sveglia nuova di quelle con la pila, magari una radiosveglia, una roba moderna”- esclamò Irmo fissando con pena l’involto che ancora teneva tra le mani; poi si alzò, lo posò con delicatezza sulla scrivania, guardò l’orologio e scoprì che erano le cinque e mezza del pomeriggio e lui non aveva neanche pranzato, era stato sempre lì a disfare involti, aveva iniziato la sua cerca alle dieci del mattino ed era ancora lì.
Si rialzò dolorante nei lombi e nel cuore e si recò in cucina. Non aveva fame per niente ma trasse dal frigo un pezzo di robiola, mise sul tavolo un piattuzzo, una pagnottina, la bottiglia della birra e sgranocchiò qualcosa. Una mela e poi un caffè conclusero il suo modesto desinare, poi non sapeva che fare, sapeva che il mattino dopo aveva promesso alla vecchia, alla signora Calimani, di riparare due rubinetti che gocciolavano ed un interruttore nell’ingresso che faceva i capricci. Lui doveva, voleva esserci all’appuntamento, lui era un uomo di fiducia, una persona come si deve ed aveva bisogno della sveglia. Per consolarsi si bevve un cognachino e con la sigaretta accesa si recò immediatamente nella cameretta, si sedette e ricominciò a disfar pacchi.
Vennero fuori un sacco di altre cose, persino due forme di legno per slargare scarpe ed una radio Marelli, piccola di bachelite, che subitò provò e la baracchetta prese a funzionar bene; Spenalzio la piazzò lì vicino, sopra la scrivania, trovò una stazione con musica piacevolissima, tanghi e mambos, e riprese a rovistare canticchiando.
La sveglia maledetta saltò fuori alle ventidue circa; comparve nel penultimo scatolone, la dannata. Stava bene involta in una federa macchiata in compagnia di un mucchio di cravatte della zio, un carillon a forma di pianoforte e dei piatti sardi da appendere.
Ormai Spenalzio si muoveva a fatica nel mare di arnesi, indumenti, baracche, carte e cartoni che lo circondavano, ma si alzò trionfante tenendo con tutte e due le mani il suo tesoro e lo elevò in alto:
“ Eri qui…Ehhh!…Eri qui, brutta biricchina ! Ehhh!.. Ti ho trovata, brutta puttanella!”.
Irmo era contento, era proprio bella la sveglia, era una buona sveglietta ramata di quelle da viaggio, con il coperchio pieghevole che copre il quadrante, svizzera, autenticamente svizzera, marca Kienzle. Se la coccolò la sveglia, le tolse un velo di polvere, fregandola con la manica del camicione, aprì e chiuse il coperchio, la scosse e tremebondo se la portò all’orecchio. La benedetta ticchettava e ticchettava, la lancetta si muoveva, la lancetta dei secondi….. aveva anche la lancetta dei secondi e questa camminava con un sottile e preciso accompagnamento di gentilissimi battiti. Spenalzio non osava ancora caricarla veramente, poiché conosceva la fragilità dei meccanismi a lungo tenuti inoperosi, prese allora a smontarla con estrema cautela, dopo esserci posto alla scrivania alla luce di una lampada più potente. Tutto pareva in ordine, svitato il coperchio posteriore, osservò i ruotismi e le molle, gli ingranaggi erano lucidi, ancora scintillanti, li spruzzò poi con alcune gocce di sbloccante che fece uscire da una bomboletta. Era sana …..sembrava sana, era bella, non aveva mai avuto una sveglia così, una sveglia da viaggio, una sveglia da mettere nella valigia, un oggetto come si deve.
Richiuse con estrema delicatezza il suo amato bene, poi lentamente, con prudenza lo caricò; diede un po’ di corda alla molla dell’avanzamento ed un altro pochino a quella del campanello. La ripose sul piano ed ascoltò: quella andava, andava che era una meraviglia, ci appiccicò l’orecchio, camminava felicemente; osò a quel punto di più, la riprese tra le mani, mise la lancetta di sveglia sulle dodici e poi spostò dolcemente la lancetta delle ore.
Quella trillò, squillò argentinamente, trillò né troppo forte né troppo piano. Trillò così bene che Irmo stava per piangere un’altra volta. Era la consolazione, la serenità ed Irmo Spenalzio lasciò che finisse il suo bel rumorino ed allargò le braccia, abbandonandosi a quella felicità. Rimirò, adorò il suo bell’oggettino, gli si avvicinò per osservare ancor meglio il passeggiare della lancetta e mentre così faceva avvenne un altro fatto, un fatto piuttosto strano; udì Spenalzio una specie di scricchiolio metallico, provenire da un angolo della stanza, guardò allarmato in quella direzione, nell’angolo ove stava la pendola, la pendola da muro che pure essa prese a battere sonoramente alcuni rintocchi gradevoli, melodiosi. Forse per le scosse subite precedentemente o per simpatia meccanica il vecchio arnese aveva voluto dare qualche segno di vita.
L’aggiustatore si alzò lentamente in piedi, quasi fingendo con sé stesso che nulla fosse successo, indi si mise le mani alla vita e si guardò intorno esclamando :
“ Porco mondo!… Qui è successo qualcosa..! Qui le cose girano diversamente…Ehh!….Qui bisogna cambiar qualcosa, qui si deve… si deve ..devo cambiar qualcosa ! Qui bisogna sgombrare tutto,..…Qui….Cristoforo !Il mondo è strano…gira a suo modo… è proprio strano!”.
Mario Bianco – ottobre 1998.

NOVELLA XXI
Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa.
Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l’ultima piacevolezza del Basso, perocchè fu mentre che morìa. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sì grande, che la moglie non s’accostava al marito, e ‘l figliuolo fuggìa dal padre, e ‘l fratello dal fratello, perocchè quella pestilenza, come sa chi l’ ha veduto, s’appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio, che lasciava che i suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dì di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta di uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio:
“Basso, tu motteggi sempremai!” disse Basso:
- Scrivete come io dico; perocchè in questa mia malattia io non ho avuto nè amico nè parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perchè voi siate certo, che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete, che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione. –
Finalmente al notaio convenne così scrivere per questa volta; e così fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo. Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
- Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona. –
E quelli con gran fatica guata costei, e disse appena che si potea intendere:
- Oggimai, perchè io muoia, me ne vo contento, chè ottanta anni che io sono vissuto, mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d’attorno che le rise. potesse tenere, ed in queste risa poco stante morì.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portarono dolore, perocchè egli era uno elemento,’ a chi in Ferrara capitava.
E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua. famiglia; chè sono assai, che abbandonano in sì fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita; e tale è il nostro amore, che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere più liberi


taroccato
con noi, sonnambuli,
in bilico
su un cornicione
sbeccato
davanti ad un tramonto
nucleare


