Stai sfogliando l'archivio mensile di ottobre 2007.

 
Nella notte dei tempi,
quando era sempre notte,
e le serpi frusciavano
le civette alluccavano 
i corvi curiosavano
ed i gatti menzogneri si aggiravano moinando
ma erano streghe, stregoni spioni,
allora mia nonna faceva la bagna cauda nel camino,
allora mia nonna era buia nera come la notte sua
come il fondo della sua cucina
in cui si aggirava sempre una gallina o due o tre e un coniglio,
e c’era la puzza di letame ché la stalla comunicava
e coll’odor di minestrone e di salciccia s’arrimescolava,
e al dì di mort sempre pioveva, inzaccherava e ci s’infangava,
 
gli zoccoli affondavano
e il cielo dava giù tutti i suoi guai
sopra gli umani di quelle povere cascine per farli sentire
soggetti ancor di più a quella morte che quel giorno ricordava,
e strascinandoci ce ne andavamo,
 rischiando di finire avvoltolati in mota e sterco,
silenti bofonchianti maledicendo coprendoci invocando rosariando
fino alla chiesa al grondante cimitero,
dove donne nerissime
quasi fantasmi uscite dai poemi omerici o da Euripide,
De profundis e Miserere intonavano con voci squarciate
aguzze tirate trafiggenti allo spasmo,
e io piccolo avrei voluto scomparire da quella terra
e sprofondare,
dormire almeno
 
poi se il cielo si apriva, cominciava un ritorno,
si rifaceva il giorno,
forse si respirava,
la nonna apriva le braccia
finalmente mi guardava
e dalla madia la estraeva,
la torta di castagne,
in braccio mi prendeva
sulla sedia mi metteva
un piatto mi porgeva
con la bella fetta:
io le guardavo contento tutte e due
che erano quasi la stessa cosa
per me
 
Mario Bianco 3.11.2005
guardiae se la smettessimo di giocare ai soldatini in giro per il mondo?
Eh?
guardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardiaguardia

Giardini Naxos, 1 ottobre 2007

(Giardini Naxos, 1 ottobre 2007 - fotografia © Massimo LaSpina)
 
Io quella nave la vidi partire nello specchio di un sogno d’estate, la vidi scomparire verso Levante aspettando lungo il binario dell’autunno. 

       

             http://cartografi.forumer.it/     

     
Ho un amico, un caro amico, cittadino giordano si chiama Mansour Safran.
Quest’uomo è persona gentile, colta, piacevole; l’ho conosciuto perché abita non lontano dal mio studio, sito in Torino, nel purtroppo famigerato, multietnico e vitalissimo Borgo San Salvario, che sempre fu ed è porto di mare. Mansour si da molto da fare per la riqualificazione di questo rione. Insieme ad un’altra diecina di persone ed a me è socio fondatore dell’Associazione TUTTI PER SAN SALVARIO, ci muoviamo per ridare una sana fama a questo quartiere. Mansour è una persona intelligente, combattiva, pieno di iniziative. Pur essendo un architetto, laureato in Italia, gestisce l’ottimo ristorante giordano PETRA dove ho avuto, anche, l’onore di fare una presentazione del mio romanzo "Di ruggine in rugiada" ambientato, appunto, in San Salvario. Faccio notare che nel suo locale si mangia benissimo e si beve pure buon vino italiano e nordafricano. Mansour Safran è anche insegnante di lingua araba e promuove iniziative culturali per la pace, la poesia, la letteratura. Mansour è sposato con un donna italiana, un medico pediatra, che non gira affatto velata.
Però ha un grosso dolore: dopo venticinque anni di soggiorno in Italia, dopo varie richieste non riesce ad ottenere la cittadinanza italiana: gli viene rifiutata con motivazioni gravi, menzognere e colpevoli "sarebbe persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica".
Le informazioni riservate vengono fornite al Ministero dell’Interno dalla DIGOS, con collegamenti al SISMI e al SISDE per i cittadini di aree mediorientali, specie dopo l’11 settembre. Queste dichiarazioni pregiudicano anche i momentanei ritorni in patria di Mansour perché la polizia giordana viene avvertita dal SISMI che quest’uomo sarebbe in possibile terrorista.
È questo un fatto gravissimo che coinvolge anche altri amici stranieri qui residenti e migliaia di persone in tutta Italia.
Un abuso gravissimo di potere operato da servizi da sempre fascisti dentro, nella pelle e nel cuore.
Mario Bianco
*** 

L’appello

Perché mi viene negata la cittadinanza

CARO Presidente della Repubblica, mi rivolgo a Lei in quanto più alta autorità dello Stato e garante della Costituzione. Mi chiamo Mansour Mahmoud Alsalem Safran, sono nato in Giordania. Ho 46 anni. Da 26 anni risiedo legalmente a Torino. Nel 1981 ho avuto il primo permesso di soggiorno per motivi di studio. Nel 1987 mi sono laureato in architettura presso il Politecnico di Torino. Nel 1996 ho ottenuto la specializzazione in Tecnologia dell’architettura, Nel 1999 ho conseguito il dottorato di ricerca in Pianificaziòne territoriale e mercato immobiliare presso "La Sapienza" di Roma. Nel 1997 ho fondato l’associazione culturale italo-araba "Petra". Dal 2002 sono proprietario del ristorante "Petra", sempre a Torino. Sono sposato con una italiana, che è medico pediatra. Sono un laico, non frequento moschee. Ho chiesto nel 2005 la cittadinanza italiana. L’ho fatto perché mi sento già cittadino italiano, condivido profondamente i valori ai quali è ispirata la Costituzione, credo nella democrazia, nella libertà, nella legalità. Nei limiti delle mie forze mi sono sempre battuto per questi valori. E l’ho fatto soprattutto perché amo questo meraviglioso Paese che mi ha dato la possibilità di studiare e lavorare, dove ho trovato tanti amici e la compagna della mia vita. La mia domanda è stata rifiutata perché secondo la Questura di Torino, "sarei rimasto legato alle tradizioni d’origine e in particolare al mondo islamico". Ho presentato ricorso al Tar che mi ha dato ragione. Dopo due anni, la risposta è stata nuovamente negativa, perché sempre secondo la Questura, "permangono motivi che fanno ritenere il Signor Safran persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica". Quali motivi? Mi rivolgo a Lei perché non è ammissibile che una discriminazione sulla base della sola provenienza geografìca e culturale sia operata dalle Istituzioni. Credo nel Suo intervento.

 Mansour Mahmoud Alsalem Safran,

Lettera a METROPOLI – La Repubblica – 14.10.200

 

Torino

e qui me gera sembrà di vedere il signor Ernesto, che el xe scappato su per le scale sito sitto e el gha chiuso i balconi, o le ciricinesche  che poi il Mario l’ha sgridato per bene, el me gha dito.
Ma non so bene perchè avevo bevuto vin bon e una graspeta traditora e la Loli la me portava in giro per de qua e de là che non me ricordo più niente ma forse il signor Mario lo sa, che mi no.
scusate se me permeto de chiederve.
Voi lo sapete dove semo qua, o no?
signor mario la me scusa tanto, ma i funghi i gera proprio boni con le tagliadele che mi non son capace di farli così e la Loli manco che manco, vabbè
la me scusa ancora perchè son entrà qua dentro che non capisso tanto, sto posto dove ghe xe le cose scritte ben, ma el xe un posto che me fa compagnia.
ecco.
Se el vol ghe saluto la Loli che la me fa diventare mata con l’umore grigio che la gha, ma tuti i me pare ingrugnà in sto periodo. Non capisso perchè.
pasiensa, passarà, come tuto, del resto.
vado che i me ciama e gho pressa
la teresina
Ching
Signore Mario, spero che lei dopo non si arrabbia se scrivo qui dentro perché io non sono la signOra cartografa ma la colf però voglio sapere.
Perché sa signore Mario che la signora che faccio la colf in parte tempo tiene tante cose e io che curiosa sono assai le guardo quando posso e anche quando no. Poi però non è che posso domandare a lei che non è che mi paga per curiosità, ecco.
Allora io chiedo a Lei signore Mario e magari a suo cugino Ernesto e anche a suoi amici intelligenti assai, dice così la signora, cosa sarà quella cosa nella strettoia perché voi di strettoie avete tante cose detto e perché a me che sono solo una colf di paese di est sembra una scritta cinese e allora sono andata a chiedere qui di fronte al ristorante ma padrone cinese diceva di essere troppo occupato con il pollo che a me sembrava più una gallina ma forse era solo cinese che non legge libri di esistenza, non so.

Ching-particolare

Ma io sono curiosa assai perché dico bisogna sempre sapere cosa è la parola che ti fa passare le strettoie dentro le montagne del tempo o tra gli scogli di un mare di parole. Allora per favore aiutatemi voi che cartografi siete e di terre lontane tutto sapete, ma non dite alla signora che mi è scappata la rima che poi mi sgrida che metto le dighe in acqua che scorre. Perché lei dice cose così.
Saluta affettuosamente
la colf

 

Da la novella Verdeprato da

Lo Cunto de li Cunti

 E fra l’autre deceva l’orca a lo marito: " Bello peluso mio, che se ‘ntenne? che se dice pe sso munno?". E chillo responneva: "Fà cunto, ca non c’è no parmo de nietto e tutte le cose vanno a capoculo e a le storze ". " Ma pure, che ‘nc’è? ", leprecaie la mogliere. E l’uerco: " ‘Nce sarria assai che dicere de lè ‘mbroglie che correno, pocca se senteno cose da scire da li panne: boffune regalate, forfante stimàte, poltrune ‘norate, assassine spalliate, zannettarie defenzate e uommene da bene poco prezzate e stimate.

E tra l’altro, l’orca chiedeva al marito: " Bel peloso mio, che si sente? che si dice su questo mondo? ". E lui rispondeva: "Fatti il conto, non c’è un dito di pulito e tutte le cose vanno alla rovescia o di traverso". "Va bene, ma che succede?" replicò la moglie. E l’orco: "Ci sarebbe troppo da dire degli imbrogli che si fanno perché si sentono cose da uscire dai panni: buffoni premiati, furfanti stimati, poltroni onorati, assassini appoggiati, guitti difesi e uomini dabbene poco apprezzati e stimati.

 

di Giovan Battista Basile

 

 

 

Vado spesso, scopo diletto e informazione sul blog del mio amico egregio Remo Bassini ove ho letto il post riguardante libri di seconda mano, o terza chissà, ci ho pure commentato due o tre volte.
Il tono è che io ai libri non mi ci affeziono. Anzi cerco di non affezionarmici più, intendo come oggetti.
Ho pure, là, scritto che sono venuto su in un casa in cui non vi erano libri, ed è così, eccetto qualche rivista del Touring a cui mio padre era abbonato ( e su cui mi sono istruito) e il settimanale femminile su cui mia madre leggeva le "novelle" ( e non ne vedeva l’ora) ma i libri erano roba da signori.
Mi disfo di quasi tutti i libri che mi passano fra le mani; tengo solo alcuni libri basilari nella mia formazione, più volumi d’Arte e poesia. La maggior parte adesso li regalo in giro, alla biblioteca della scuola media del mio paese, per esempio.
Però non mi libererò mai di alcuni volumi particolari.
Li ho visti fin da bambino, adesso li tengo in una scansia giù al paese.
Sono 25 o 30, giu di lì.
E la loro storia è questa: mio padre Francesco, nato il 30.4.1900, che arrivò fino alla quinta elementare, fu chiamato a soldato nei primi di marzo del 1918, non aveva ancora diciotto anni e c’era la guerra, la terribile Grande Guerra, che finì nel novembre 1918. Per fortuna lui aveva imparato a guidare automobili, da un suo zio molto dritto, per cui si trovò in posizione privilegiata perché vi erano pochissimi autisti, allora. Così lui col suo camion militare grigio/verde se ne andò in missione, per anni numero tre, a portare soldati in giro per l’Italia del nord: caserme, aeroporti, fortificazioni in smantellamento, trasbordo truppe & materiali, trasporto crumiri che andavano a mungere le vacche che i braccianti i sciopero del’21 si rifiutavano di mungere, e varie, anche pericolose.
Una volta, d’inverno, sul vecchio camion, un FIAT 18 BL, lui porta un po’ di soldati in una vecchia ricca villa nelle campagne alessandrine, requisita ad un nobile possidente cittadino austro/ungarico, trasformata in casermetta. Fa un freddo cane, i militari devono sgombrare roba di là dentro, mobilia, casse, munizioni, armi. Mangiano nella gavetta al gelo, seduti su cassette, poi uno va in giro e vede di là, una biblioteca di migliaia di volumi, in massima parte antichi, già ben mangiata da topi, e saccheggiata assai. Allora in due o tre si caricano di bracciate di libri e riempiono ben bene uno stufone e finalmente va un po’ meglio, un po’ di tepore; stanno lì due o tre giorni e il numero dei libri della biblioteca va giù, giù….
Mio padre, l’autiere, guarda questo macello: lui ha rispetto per i libri, lui sa leggere, gli altri commilitoni praticamente no.
Allora, pensando al padre suo Alessandro, e nonno mio, contadino autodidatta multiforme, poi giudice conciliatore, che non aveva un soldo per comprarsi libri, ma gli piaceva "istruirsi", e se li faceva prestare dal farmacista, dal medico, dal maestro e via. Insomma mio padre prende una bracciata, pure lui, di quei libri, a caso. e se li ficca nel cassone del camion. ‘Na settimana dopo li porta al papà, che fece balzi di gioia, sturò numerose bottiglie di Barbera, Grignolino e Nebiolo e festeggiò, anche mia nonna era contenta.
Quei libri sono ancora là, in uno stipo, non mi ci sono mai separato, sono le cose che leggevo, anzi guardavo da piccolo, d’estate, stupito. Ci sono tre libri del’600: uno è in latino, ed è rilegato in pergamena, ‘na roba barbosissima teologica, uno è la Circe di Giovan Batt. Gelli, altri sono libri di geografia, di storia dell’800, poi ho un volumetto scancrenato con 30 novelle scelte del Boccaccio, edito in Milano nel 1830, un altro minuscolo rilegato in tela edito a Torino nel 1824 contiene novelle di Franco Sacchetti ed altri autori. Uno tascabile ante litteram del ‘600, sbrindellatissimo, rilegato in pergamena mangiucchiata, che contiene un sacco di curiosissimi esempi di morale.
Insomma lì sopra mi sono formato, le novelle le ho lette decine di volte e mi facevano ridere, anche per la lingua arcaica, che capivo solo in parte: adesso dopo un po’ di anni capisco bene tutto. E i libri li tengo la, con la loro polvere secolare, vicino a una borraccia di zucca dell’esercito sardo, una baionetta di fucile Vetterly, un lucerna povera di bronzo, una pistola ad avancarica del barba Minìn, un fuso e una rocca di mia bisnonna.

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………………………………………donna bambola 1…..                                       .……………………..……………………………………..

C’ero una volta io

l’unica bambina cui fu vietato oltrepassare
il giardino. Non osava alzare la voce
più delle rare antichità vittoriane della collezione di famiglia
Le bambole linde in attesa, allineate a modino.
la stanza col soffitto alto, desolata e piena d’echi
l’unica bambina cui fu vietato oltrepassare
il giardino. Non.………………. alzare la voce
più delle rare antichità vittoriane della collezione di famiglia
Le bambole linde in attesa, allineate a
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Anne Sexton
Poesie

(16 dicembre)

bri

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