Stai sfogliando l'archivio mensile di agosto 2007.






Sono stato per tre giorni in un paesino piccolo delle nostre montagne, detto Thures, a circa 1650 mt., una frazione del comune di Cesana, ad un tiro di schioppo dal confine francese.
Ci siamo trovati benissimo in un accogliente posto tappa, gestito da amici, chiamato Fontana del Thures. A pochi metri da questa fontana sta un monumento ai caduti della guerra ’15-18, tutti alpini, naturalmente.
Non ci sarebbe da stupirsi. Ma i nomi dei caduti erano tanti rispetto agli abitanti della frazione, e portavano cognomi come Bouvier, Gorlier, Barral ed altri che potrete forse leggere. Non un nome di suomo italico….
Poveri ragazzi.









Dedico questa breve storia alla carissima nostra Zena
http://colfavoredellenebbie.splinder.com
che tanti racconti bellissimi, di botteghe e non, ci ha donato densi di atmosfere di quell’angolo estremo del mantovano ove si parla un dolce dialetto che sa di veneto e di emiliano
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Brutto Gibbio!
C’era un volta, ma c’è ancora, un paese tutto sfilato su un crinale del Monferrato con una strada principale che ad un certo punto va un poco in discesa ed in curva tra case vecchie basse, alcune con intonaci scrostati da decenni.
Dove la curva fa una pancia c’era la bottega del Gibbio, che poi non si chiamava Gibbio, aveva un nome simile, ma non lo voglio dire.
‘Sta bottega o negozio o basso o fondo, che dir si voglia, si presentava con una porta vetrata in legno, con due battenti recanti in basso interessanti pannelli in bassorilievo, stile pseudo rinascimentale, raffiguranti a sinistra una panoplia di armi bianche, corazza scudo ed elmo, a destra una specie goffa e rara di rapace che guerreggiava con un orso.
A me cotesti battenti scuri e misteriosi mettevano paura.
Per non parlare dell’interno, un camerone quadrato e piuttosto basso, perennemente avvolto quasi di tenebra ove talvolta occhieggiava un lampadina di basso voltaggio che lanciava barlumi su di un tavolo da sarto, massiccio.
Nei pressi del tavolo poteva vedersi o sentirsi il Gibbio, anzi dimenarsi nella sua goffa andatura vociando, imprecando, talvolta bestemmiando, ché il Gibbio era mal fatto di corpo: zoppo, gobbo, storto con una testa pelata a pera trafitta da due straordinari occhi azzurrissimi.
Il Gibbio era sovente arrabbiato con questo e con quello, e si lamentava di tutto il mondo in generale, tuttavia in questo suo universo pareva cavarsela abbastanza bene come sarto, come barbiere, come fotografo, come giornalaio e corrispondente di una gazzetta provinciale, come tenutario di telefono pubblico ed infine come malcelato dongiovanni impenitente.
Quando l’occhio si abituava all’oscurità si poteva scorgere sulla sinistra un poltrona in legno da barbiere innanzi a mensola e specchio secolari, nei pressi, su una panca, mucchi di giornali, riviste gettati alla rinfusa, più in là, alla destra del tavolone una cabina telefonica combinata di materiale composito: ferri, masonite, assi vari.
Se uno avesse avuto la vista aguzza avrebbe ancora potuto vedere sullo sfondo infilati su chiodi rugginosi sagome di cartone, cartamodelli, qualche abito imbastito tra nere e moscacciate cornici ovali inquadranti volti mesti e seppiati di defunti. Un misero scaffale conteneva qualche pezza di scadente stoffa, più che altro foderami, plastron, panno.
A me pareva un antro quel posto, io avrei detto che il Purgatorio fosse così, un luogo di tormentacristiani, e ci dovevo andare talvolta là dentro, a trovarlo questo Gibbio, perché era una specie di parente d’acquisto e mio padre trattava con lui strani affarucci di stoffe.
Loro mi ficcavano su una panca e poi parlavano fitto: io sbirciavo le figure dei giornalini e il tempo passava, meno male, però il luogo era opprimente.
Poi una volta, ed avevo anni 4 o 5, lì ho dovuto andarci sul serio, cioè a farmi tagliare i capelli, cosa che non ho mai sopportato.
Mio padre mi ci strascinò di brutto e mi abbandonò tra le mani del demone meschino che mi afferrò sotto le ascelle, bruscamente, e mi piazzò sulla poltrona dei tormenti.
Mi tirava e mi spingeva la testa di lato, mi strattonava, mi ammoniva aspramente, mi dava nocche sul capo per farmi abbassare la testa, tirò poi persino fuori un rasoiaccio con cui temetti di venir decollato.
Forse mi colavano lacrime silenziose, e lui se ne accorse e per questo di più mi rimproverò.
Quando il supplizio era quasi finito tornò il mio papà e fui fatto scendere dall’infame e traballante seggio. Io scesi barcollando, non riuscivo quasi a stare in piedi, ma ebbi la forza di puntare il dito contro il mostro e gridargli:
Bruuuutto Gibbioooo!!!
Il barbiere polimorfo non ci rimase bene, mio padre ridacchiò e ce ne tornammo a casa.
Però la novella del mio detto fece il giro della parentela e tutti risero per settimane per il soprannome che avevo affibbiato al claudicante artigiano.
Tanto che ancora adesso qualche vecchio se ne ricorda e sghignazza alla sua memoria.
