Stai sfogliando l'archivio mensile di agosto 2007.

    
 Adesso mi lasciate parlare, spero…- disse Ernesto mentre con la destra posava imperiosamente la tazzina del caffè sul tavolino - tanto piove, si può parlare, no…o no ?
Nessuno obiettò, come di fronte ad un Napoleone che vuol esporvi i suoi piani tattici di battaglia di fronte ad una mappa dispiegata su gran tavolo.
    È che mi è rimasto lì nel gozzo, o meglio, in un canale cerebrale tra una sinapsi e un neurone il ragionamento vuoi discorso sull’ingegno, ed è li che mi tuira, non dico che mi strugge, ma quasi….
Cioè, per dire, è ‘na cosa così che bisogna partire da lontano, ecco: è da giorni che si parla in giro, sui giornali, per radio e tibbù, sul web di ‘sta crisi di borsa causata dai mutui americani subprime, insomma… Io da principio non ci capivo nulla, poi vi dico che ‘sti cazzoni di giornalisti italiani ripetono sempre, sempre per prima cosa fonti di agenzia e non spiegano un cazzo, così uno non capisce di conseguenza ‘na mazza, a meno che sia uno che gioca in borsa…Non ci andrebbe un po’ di ingegno, riflessione e volontà di essere chiari?! Cioè l’informatore serio non dovrebbe prendersi la cura di informare decentemente?! Essendo che io ho investito la mia, non cospicua, liquidazione in fondi vari, mi sono trovato ad aver paura di essere coinvolto in un crack abnorme che si portasse via un bel po’ del sudato gruzzolo. Spero che non sia così, orcaeva!
Però il succo è un altro: cioè, l’ingegno, la disponibilità, capacità e volontà progettuale i cosi, lì, i giornalisti del pistolino mio, lo usano o no? 
Spesso no, vi dico io!
Che poi ingegno deriverebbe dal latino, no? Sarebbe in-genium, che ha a che fare col genio, ovvero con la capacità di generare, come dire che l’individuo ingegnoso crea una cosa, un oggetto, inventa, progetta e talvolta esegue. 
Vi dico io, anche se lo sapete troppo bene già, che ho lavorato nella tubistica, condutture, idraulica ed infine rubinetterie di qualità, quindi di lavori d’ingegno ne ho maneggiati una gran quantità, vi dico che dietro ‘sti semplici aggeggi c’è ‘na scienza antica da non finire mai a parlarne, anche Leonardo ci si è messo con le tubature, e poi c’è pure estetica, perché spessissimo il rubinetto essendo all’esterno cioè visibile deve avere pure una bella parvenza oltre che funzionalità. Vi ricordate tutti i vecchi rubinetti di ottone e  qui c’è n’è ancora uno in cantina?! Ed adesso abbiamo qui in cucina e nel bagno ’sti magnifici gioielli con la maniglia sola che da un flusso variabile acqua calda e fredda!
 Io mi ci meraviglio ancora, adesso:…però era per dire, perché della gente perversa, se non folle, inventa, escogita, attua degli arnesi finanziari come i mutui subprime, anzi vi dico, oggi n’ho saputa n’altra, quella delle obbligazioni “salsiccia”, cose da matti, cioè ‘na mescola bastarda di titoli obbligazionari legata ai crediti dei muti subprime, per inculare il risparmiatore. Anzi vi dico poi ‘sti mutui dopo averli concessi li hanno cartolarizzati… e il povercrist magari risparmiatore, cosa ne sa di cosa sia ‘na cartolarizzazione!!! Durante il governo di Alì Berlù e i suoi quarantamila ladroni hanno cominciato a parlare di cartolarizzazioni e quasi nessuno ne sapeva un accidente, ecco!!! Una vera indecenza!
Ovvero, per tornare all’ingegno:…esso è cosa buona in sé o è neutra? Perché mi viene il sospetto, se non la certezza che esista la forma di ingegno malvagio, non soltanto la capacità di progettare e realizzare un oggetto funzionante, anche per esempio la volontà di creare, produrre, escogitare oggetti formalmente volti a far danni ai propri simili.
Però se uno progetta un rubinetto sballato già al collaudo lo bruciano, lo buttano via…Invece l’ingegnoso che inventa il mutuo subprime, che è molto a rischio, i governi e le banche, ( anzi le banche ci marciano..) lo lasciano lavorare per anni, guadagnando, loro dei cifroni e noi patendo gravi conseguenze in seguito, al primo muover di fronde, al primo aumento del tasso di sconto…..
Ecco era per dire ma devo ancora approfondire, scusate…
Due anni fa, il 22 agosto del 2005, 
è morto il cartographe fou cf10152520
al secolo Gino Tasca, amico di tutti noi, carissima persona,
 intellettuale vivace e generoso di sé, delle sue parole,
delle sue immagini mentali,
 nella vita e sul suo blog: lordchandlos.splinder.
e sotto i nick di asino, artaud, e altri fece meraviglie.
Ci ha donato tanto,
pure una singolare e rara storia che lui non ebbe il piacere
di vedere edita, purtroppo, il romanzo Isaia Greco,
 uscito l’anno scorso per Pendragon editore.
Spero che altri suoi scritti possano vedere la luce in forma di stampa
o in un sito apposito.
Tutti noi lo ricordiamo e lo rimpiangiamo, tanto.
L’abbiamo ricordato qui:
e qui
 
Avevamo appena finito di lavorare.
Ci eravamo fatti una doccia, stavamo lì sdraiati a fumare ’na meritata sigaretta American Spirit co’ birretta a lato, mirando il dolce azzurrino mare de le colline al tramonto laggiù in fondo, che poi dietro ci son davvero onde e flutti e Mar Ligure, dicasi pure magari belle bagnanti che si attuffano mostrandosi curvilinee quasi veneri ciprigne….mah, basta là…
 quando Ernesto fa:
-          Deeeehhh, Mario, te che sei n’artista…
-          Cominciamo bene – faccio io già mal disposto pe l’inizio sospetto o ambiguo
-          Eh, cazzo! Non sei n’artista!? Sì o no?!..Vabbè.. volevo dire, te che sei n’artista quando lavori ci metti l’ingegno, no?!
-          Cheneso, sì…credo: l’ingegno. Uno s’ingegna, uno progetta, fa prove, abbozza, fa ‘na bozza poi va sull’esecuzione. Credo che si faccia così in generale in tutto…
-          Ecco: era perché io, in ‘sti giorni benedetti che mi aiuti a rimettere in sesto le persiane io di notte, me le sogno le persiane…
-          Te le do io… le persiane – ha interrotto la Gina mezza burbera che stava lì, dopo la doccia, a farsi asciugare gli ancor bruni capelli agli ultimi calori  del sol calante….
-          Cazzo, stasera uno non può parlare, orcadiunaeva…ma te va’ a ingegnarti in cucina…Vaaaa!!! Stavo per dire della parola ingegno, nooo?! Cioè io di notte mi sognavo.. anzi, no: un po’sognavo e un po’ ero sveglio, e studiavo modi per rifare le persiane della cucina e della stanza francesina….
-          E cosa studiavi, egregio cugino mio? Pensavi già a come mettermi sotto di nuovo con pialletto, raschietti, carta smeriglio, levigatrice orbitale, cacciavite & company? Eeehhh?!
-          Sei pirla…però!                 Cioè io pensavo a come costruire in proprio le persiane nuove, che quelle lì sono sgangheratissime, davvero non stanno più sui gangheri. Ben, di notte mi sono progettato tutto un sistema per costruirmi le persiane, anzi ‘sta notte sono stato davanti al pc due ore…
-          …A guardare delle puttanacce svestite, lì sul monitor, magari mentre io dormivo…porcone!  – fa la Gina che era ancora lì di fianco sul terrazzino col capo ondeggiante e sbirciante.
-          Ecco…è troppo. Uno vuole dire cose serie, e spiegare dell’ingegno e della progettazione e nessuno ti lascia parlare seriamente, orcaeva!!!!
Così Ernesto si è alzato incazzato dalla sdraia, ed è andato a cambiarsi, poi è sparito.
Per cui de l’ingegno ne parliamo n’altra volta, quando lui torna.
 
   Stavamo là fuori sul terrazzino della casa vecchia in campagna che Ernesto adesso ch’è in pensione ci viene spessissimo e subito mi coinvolge che tanto c’è la stanza per te e A. e facciamo dei giri dalle nostre parti e mangiamo benissimo e ci sorbiamo pure qualche bel bicchio, per dire.
 Invece va bene per il bere, anzi benissimo, pure per il mangiare che ora come ora abbiamo nell’orto zucchini enormi ed abbondanti, quasi sconci, che paiono membri di bufali e melanzani ovali e bislunghe e pommarole cuor di bue e San Marzano che ci facciamo insalatissime fragranti.
Però poi c’è sempre da fare e strafare che Ernesto mi costringe con la sua loica persuasione a faticare in lavori vari, svariati ed eventuali tipo: smontaggio vecchia porta e congrua stuccatura, indi riverniciatura, scrostamento muro interno affetto da bolle causate da salnitro e, da ultimo, tirar giù tutte le persiane guastate da soli e geli e poi, porcaeva, col trapano, con raschietti e cartavetro, e con la levigatrice ad impolverarsi per mondarle dalle vecchie croste.
Poi dagli col pennelli e lo smalto verde montano a riverniciare.
Le due fimmine, nostre operosissime mogli, Gina ed A. poco più in là danno una mano a grattare altri vecchiumi, sbertellando di lingua a più non posso, come si suol dire.
 
Io ed esso mio cugino, oggi, stavamo lì sbracati in canotta, vecchie mutandazze maculate e grembiali, occhieggiando un cielo mica tanto propizio che lontano tuonava e Ernesto agiva di mano a gran velocità con ’sto smalto verde duro a tirarsi, e fa:
-         Ma guarda ‘sto tempo del cazzo…dai Mario, dacci dentro che tra due ore finiamo ‘sta prima mano, se non piove, porcamiseria, dai!
-         E son qui che ce la do proprio, cosa diavolo vuoi di più?!
-         Era per dire che tu che sei un pittore però non ci dai le pennellate incrociate, cazzo, che sono più coprenti, no, e si infiltrano bene nella fibra, no..?!
-         Come sarebbe a dire?! Altro che! Te la do io la pennellata incrociata sul muso!
-         Ossignùr, come sei permaloso, cazzo! Era per farti vedere… così e così, la pennellata va incrociata a quarantacinque gradi, capito…..
E Ernesto a quel punto si è dato a velocissima e esemplare dimostrazione di pennellata incrociata che pareva uno di quegli abilissimi pazzoidi logorroici delle televendite, condendo il suo fare con un:
-         Zing…zang ..zing …zang… zaaanng…Guarda qui come la pittura penetra pur bene nei logori pori di cotesta arcaica imposta! Come diresti tu, vero, o mio artista del…?!
-         Ma fate furb!!!
Però a me è venuto come un coso dentro inesprimibile a vedere la sua abilità, a sentire le parole: pennellate incrociate
Ho sentito, ho avuto una percezione di un discorso sfiorato un tempo, forse ho fantasticato, immaginato nel gesto suo preciso un muoversi completo su di un percorso non solo esteriore, e ho detto:
-         Ma Ernesto, ascolta, dico sul serio: tu copri o percorri un tragitto o indaghi col tuo pennello mentre tiri le pennellate incrociate?!
-         Cosa caspita dici?!…non ho mica ben capito…
E stava lì col pennello in mano a mezzaria, i capelli suoi ritti, gli occhi sgranati, che pareva imbalsamato nel  grembiulone blu imbrattato di verde, la bocca semiaperta.
-         Cioè… io volevo dire che…Mi sembra che uno quando percorre la persiana, o quel che è, con un gesto preciso, come il tuo, dico…stia simbolicamente facendo un’opera…Dico…non coprire solo vecchie magagne ma…Hai capito? Ho detto il gesto preciso, il gesto che tocca tutti i punti…nulla lascia scoperto. Ho visto come un gesto da chirurgo che tutto indaga e percorre. Un atto penetrante e rifinente…non so dirti di più…Non riesco ad esprimere il tutto. Non è un concetto…è un sentire… non mi è chiaro….
-         E’ chiaro, invece, è quella cosa lì: uno dipinge una persiana e intanto fa un percosso interiore. Se la dipinge bene tocca ogni punto, anche dentro, per dire: si copre e intanto si scopre… non so se mi spiego. L’interno coincide con l’esterno, hai presente le pareti simboliche dei nanotubi?!    E adesso dacci dentro che se stai bravo stasera vi faccio il tortino di petonciani, quello dell’Artusi! Avete capito voi donne… là in fondo!!! Il tortino di petooonciaaaaniii!!!

Sono stato per tre giorni in un paesino piccolo delle nostre montagne, detto Thures, a circa 1650 mt., una frazione del comune di Cesana, ad un tiro di schioppo dal confine francese. 

Ci siamo trovati benissimo in un accogliente posto tappa, gestito da amici, chiamato Fontana del Thures. A pochi metri da questa fontana sta un monumento ai caduti della guerra ’15-18, tutti alpini, naturalmente.

Non ci sarebbe da stupirsi. Ma i nomi dei caduti erano tanti rispetto agli abitanti della frazione, e portavano cognomi come Bouvier, Gorlier, Barral ed altri che potrete forse leggere. Non un nome di suomo italico….

Poveri ragazzi.

Dedico questa breve storia alla carissima nostra Zena
http://colfavoredellenebbie.splinder.com
che tanti racconti bellissimi, di botteghe e non, ci ha donato densi di atmosfere di quell’angolo estremo del mantovano ove si parla un dolce dialetto che sa di veneto e di emiliano
***


Brutto Gibbio!

C’era un volta, ma c’è ancora, un paese tutto sfilato su un crinale del Monferrato con una strada principale che ad un certo punto va un poco in discesa ed in curva tra case vecchie basse, alcune con intonaci scrostati da decenni.
Dove la curva fa una pancia c’era la bottega del Gibbio, che poi non si chiamava Gibbio, aveva un nome simile, ma non lo voglio dire.
‘Sta bottega o negozio o basso o fondo, che dir si voglia, si presentava con una porta vetrata in legno, con due battenti recanti in basso interessanti pannelli in bassorilievo, stile pseudo rinascimentale, raffiguranti a sinistra una panoplia di armi bianche, corazza scudo ed elmo, a destra una specie goffa e rara di rapace che guerreggiava con un orso.
A me cotesti battenti scuri e misteriosi mettevano paura.
Per non parlare dell’interno, un camerone quadrato e piuttosto basso, perennemente avvolto quasi di tenebra ove talvolta occhieggiava un lampadina di basso voltaggio che lanciava barlumi su di un tavolo da sarto, massiccio.
Nei pressi del tavolo poteva vedersi o sentirsi il Gibbio, anzi dimenarsi nella sua goffa andatura vociando, imprecando, talvolta bestemmiando, ché il Gibbio era mal fatto di corpo: zoppo, gobbo, storto con una testa pelata a pera trafitta da due straordinari occhi azzurrissimi.
Il Gibbio era sovente arrabbiato con questo e con quello, e si lamentava di tutto il mondo in generale, tuttavia in questo suo universo pareva cavarsela abbastanza bene come sarto, come barbiere, come fotografo, come giornalaio e corrispondente di una gazzetta provinciale, come tenutario di telefono pubblico ed infine come malcelato dongiovanni impenitente.
Quando l’occhio si abituava all’oscurità si poteva scorgere sulla sinistra un poltrona in legno da barbiere innanzi a mensola e specchio secolari, nei pressi, su una panca, mucchi di giornali, riviste gettati alla rinfusa, più in là, alla destra del tavolone una cabina telefonica combinata di materiale composito: ferri, masonite, assi vari.
Se uno avesse avuto la vista aguzza avrebbe ancora potuto vedere sullo sfondo infilati su chiodi rugginosi sagome di cartone, cartamodelli, qualche abito imbastito tra nere e moscacciate cornici ovali inquadranti volti mesti e seppiati di defunti. Un misero scaffale conteneva qualche pezza di scadente stoffa, più che altro foderami, plastron, panno.
A me pareva un antro quel posto, io avrei detto che il Purgatorio fosse così, un luogo di tormentacristiani, e ci dovevo andare talvolta là dentro, a trovarlo questo Gibbio, perché era una specie di parente d’acquisto e mio padre trattava con lui strani affarucci di stoffe.
Loro mi ficcavano su una panca e poi parlavano fitto: io sbirciavo le figure dei giornalini e il tempo passava, meno male, però il luogo era opprimente.
Poi una volta, ed avevo anni 4 o 5, lì ho dovuto andarci sul serio, cioè a farmi tagliare i capelli, cosa che non ho mai sopportato.
Mio padre mi ci strascinò di brutto e mi abbandonò tra le mani del demone meschino che mi afferrò sotto le ascelle, bruscamente, e mi piazzò sulla poltrona dei tormenti.
Mi tirava e mi spingeva la testa di lato, mi strattonava, mi ammoniva aspramente, mi dava nocche sul capo per farmi abbassare la testa, tirò poi persino fuori un rasoiaccio con cui temetti di venir decollato.
Forse mi colavano lacrime silenziose, e lui se ne accorse e per questo di più mi rimproverò.
Quando il supplizio era quasi finito tornò il mio papà e fui fatto scendere dall’infame e traballante seggio. Io scesi barcollando, non riuscivo quasi a stare in piedi, ma ebbi la forza di puntare il dito contro il mostro e gridargli:
Bruuuutto Gibbioooo!!!
Il barbiere polimorfo non ci rimase bene, mio padre ridacchiò e ce ne tornammo a casa.
Però la novella del mio detto fece il giro della parentela e tutti risero per settimane per il soprannome che avevo affibbiato al claudicante artigiano.
Tanto che ancora adesso qualche vecchio se ne ricorda e sghignazza alla sua memoria.

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