un interessante anzi lancinante testo intitolato: Racconto dei coltelli da lancio.
Sì, mi ha "lancinato", ciò che vorrebbe dire, forse, per etimo "lacerato", mi ha procurato ferita, perché quella dei sogni punteggiati da coltelli è una visione che mi scuote.
Però, a dire il vero, di più mi sono fermato sulla parola "gora"…
Tashtego dice:
"E così via, nel sudore che irrancidisce tra la testa e il cuscino, lo stesso che forma quella disgustosa gora gialla che vedo al mattino quando tiro su la serranda e il rumore della strada sottostante diventa più forte."….
Questo termine: gora, lo ricordo da quando studiavo Dante da ragazzo e mi ha subito riportato al canto VIII dell’Inferno quando ci si imbatte per una "morta gora" in quel brutto ceffo "pien di fango" di Filippo Argenti. Per Dante pare che la morta gora fosse la palude un cui erano immersi i rabbiosi e gora deriverebbe da un termine nordico, forse germanico "wora" con cui si intendeva "canale". In diverse località italiane troviamo dizioni toponomastiche di gore o delle gorene, intese come canali o bealere.
Poi avendo fatto un certa pratica di restauro di oggetti antichi ho ricordato le "gore d’umido" che si ritrovano più che altro su vecchi libri, stampe o mappe oppure quelle che si possono rimirare quali chiazze o aloni variegati su vecchi muri, intonaci.
Le gore di Tashtego invece sono molto umane, molto corporali, animali e mi ricordano situazioni tristi, talvolta drammatiche o tragiche. Aloni su vecchie federe dimenticate in stipi polverosi; macchie giallastre su lenzuola, impronte di corpi di gente ormai trapassata, defunta associate a sentori rancidi di muffe o vecchiumi.
Ricordo nell’infanzia un oscuro, pesante armadio nella vecchia casa dei nonni, giù, al paese: si apriva con uno scricchiolio l’anta massiccia e nel semibuio si vedevano appena sagome appese di qualche abito.
Tutto mi sembrava in alto situato, sospeso; io ero piccolo e quelle robe nere giganteggiavano. Mi incutevano paura ma mi eccitava vederle, per cui, ogni tanto, silenziosamente entravo in quella camera da letto ove troneggiava il monumentale guardaroba munito di due colone tornite, aprivo un imposta e ci ficcavo uno sguardo inquieto, fiutavo, allungavo una mano, poi un poco inorridivo e scappavo.
Erano poi alcuni abiti, forse due, tre, di mio nonno morto nel 1946, tutto lì.
C’era anche una camicia, credo: ricordo vagamente un tessuto un tempo bianco con degli aloni o gore ambrati.
Le gore lasciate da un sudore antico, di famiglia, con un effluvio familiare, che poi era quello di mio padre, di mio zio, di mio cugino ed ora è mio.
Lasciamo aloni.