Stai sfogliando l'archivio mensile di aprile 2007.

Povero Basquiat
o forse no,
perché così si dice quando uno è morto.
Ma quando sei morto di soldi ne avevi
magari non tanti
ma quei tanti che bastano per campare
per comprare i colori ed avere la casa
e sputare sui critici e comprare il cappellino
e il pantaloncino e il tubicino
dal pusher e roba di prima
e  permetterti di dire
di sputare sui critici
per finta però.
Andy sui marciapiedi ti raccolse
così dice la leggenda,
e come tutte le leggende
ha soltanto qualcosa di vero,
perché sei riuscito benbene a proporti a disporti
a farti fotografare a fare e rifare la posa sinuosa
col cappellino e il pantaloncino
a giocare nella vecchia fattoria
di Andy amata tua zia
la parte del nuovo bambino
grazioso col suo disegnino tanto trasgressivo
     poverino carino il piccino del marciapiedino
      così nero così brutto così intelligente
       così manovrabile così fragile così friabile
         così caro così selvaggio dalle belle cosce
           così drogato così disperato
             così tostato dalla vita così calpestato
               così orfano
                      così morto
               povero Basquiat nessuno ti ha dato una mano
               quella vera sincera
               eri finito in un cesso
               dove qualcuno ti usava come ramazza
 
 
 
Jorge Maria Barnes 3.3.1995
Dalla rivista ispano americana di Boston ‘Espacios nuevos ‘

Natura morta di Morandi 1960

Le mie bottiglie, i miei vasetti

la mia scodella,

quella con le coste a spirale,

si van mischiando

con lo sfondo.

Non so più

se quel fondo ora c’è,

non ho mai saputo,

se non da giovine

dipingere bordi segnati

forti,

invero quel segno oscuro

di confine

più bruno

che nero

non lo sento ora più,

perchè ho voluto

toccare a fondo

l’essenza delle cose

ed ho scoperto già a Grizzana

che questo mondo

per quanto abbia disegno

nelle sue costituenti

non ha limiti nitidi

e che i prati, i coltivi

le piante e pure i muri

al tramonto

sconfinano in un unito tono.

Così queste cosette

in un tutt’uno

vanno scemando

d’ombre e brevi luci

e son nature morte e vive,

silenti,

dormienti.

Mario Bianco, 21.2.2000

Ho scannerizzato questa intervista dal DOMENICALE DEL SOLE 24ORE dell’8 aprile scorso

L’8 marzo del 1980 una giovane dottoranda belga che ha tradotto "Il sistema periodico" incontra lo scrittore Primo Levi nella sua casa torinese. Lui le rivela che lavora per lo più senza un piano, in maniera sperimentale. E si lamenta delle traduzioni: "Ho minacciato di fare causa all’editore francese"

Dialogo tra Primo Levi e Catherine Petitjean

Primo Levi: Mi sento riconoscente al mio mestiere di chimico perché mi ha insegnato cose in un modo concreto, molto prezioso.

Catherine Petitjean: In che senso, per analizzare?

P.L: Sì, per analizzare. Ecco io preferisco scrivere che parlare di queste cose. È più facile scrivere che parlare, e le cose che dico sono meno spiegate che quando scrivo.

C.P: Quando lei scrive un libro come fa? Lei scrive un piano oppure scrive…

P.L: Non ho mai fatto due volte nella stessa maniera. Se questo è un uomo l’ho scritto quasi completamente a rovescio e senza piano. La tregua, invece aveva un piano, ma era logico perché è una storia cronologica, un viaggo. I due libri di racconti. Storie naturali e Vizio di forma sono delle raccolte di racconti che avevo già pubblicato prima, in buona parte su giornali. Il sistema periodico è senza piano e anche La chiave a stella. Direi che salvo La tregua in generale non ho mai preparato un piano preciso prima di scrivere, semmai l’ho preparato e poi non l’ho rispettato, non l’ho osservato.

C.P: E quando lei scrive, scrive in una volta o riprende il testo?.

P.L: Anche questa non è una regola Se questo è un uomo l’ho riscritto due volte per intero perché quando è stato ripubblicato una seconda volta dieci anni dopo l’ho corretto molto e ho aggiunto anche due capitoli che non c’erano nella prima edizione.

C.P: Ma la prima edizione non si trova più?

P.L: No. Io ne ho due copie e ancora sono stampate su carta di guerra, è ingiallita ma rilegata…si vede benissimo che è un’edizione, come dire…

C.P: Di fortuna?

P.L: Sì, di fortuna Non si trova. La tregua l’ho corretto abbastanza poco e anche gli altri dopo. Adesso, ho imparato a scrivere con la macchina, io scrivo alla macchina direttamente. Ne ho comprata una. Non correggo quasi più. È un mestiere questo, è veramente un mestiere. Si impara con l’esperienza. È molto più economico scrivere una sola volta invece di due. Conviene imparare come s’impara ad andare in bicicletta (ride).

C.P: Ci saranno ancora altri libri? Ne sta preparando altri?

P.L: Ci sono una decina di temi che vorrei svolgere, che ho già visto svolti anche in parte ma su cui non sono d’accordo oppure che, a mio parere, non sono nuovi. E mi sembra questo una specie di dovere da compiere.

C.P: Un dovere morale.

P.L: Un dovere morale, sì.

***

C.P: Mi piacerebbe tradurre tutto il libro.

P.L: Anche a me piacerebbe che lei traducesse, ma a che scopo? Per pubblicarlo?

C.P: Sì.

P.L: Sa come vanno queste cose in tutto il mondo, no? È meglio prima avere un contratto firmato con la casa editrice se no si ritiene il lavoro per nulla. È una fatica terribile (ride).Anche a me piace molto tradurre. Ora le dirò una cosa: Se questo è un uomo è stato tradotto in francese, così male che io ho minacciato l’editore francese di fargli causa. Gli ho scritto che se lo pubblicava, l’avrei denunciato per danno, perché veramente è disastroso. Ci sono degli errori di traduzione, proprio! Il più bell’errore che ricordo è che ho scritto in italiano "scalcinato". Ora "scalcinato" è un termine piuttosto volgare italiano, vuole dire abîme, fané , nono so come si dica…si dice di vestito scalcinato, letteralmente è per muri: un muro scalcinato è un muro che perde la calce, è un muro che è guasto, ma si dice di un’automobile, per esempio, non saprei come si può dire in francese.

C.P: Plutôt: "logoro"?

P.L: Sì, ma "logoro" è maltenuto, un’automobile, per esempio, può essere "logora" ma anche arrugginita, si dice che è "scalcinata"

C.P: "Elle tombe en morceaux", sì. Qualche cosa del genere, e qui, si parla di un personaggio, di un uomo, che è scalcinato e hanno tradotto "décalcifié".

P.L: Sì, Décalcifié ( ride )

C.P: Per quanto riguarda i libri che sono tradotti, lei segue la traduzione?

P.L: Quando conosco la lingua, sì. Anzi, dopo questo fatto, in tutti i contratti con Einaudi in Italia ho fatto mettere che voglio vedere la traduzione prima che sia pubblicata. Se è in francese, inglese o tedesco. Per le altre lingue, no. Per le altre lingue comunque, ho sempre chiesto che fosse completa, che non manchi niente.

 

In questo singolare centrale animatissimo discusso strano  Borgo San Salvario di Torino, esistono molte, anzi moltissime associazioni di  stranieri di italiani e di interculturali.

Un’associazione albanese, la MERGIMTARI, qui sita, ha bandito un corcorso di poesia albanese e sono già pervenute alla redazione circa seimila, dico 6000, poesie.

E ciò  mi meraviglia e molto mi rallegra!

***

U zhvillua konkursi i poezise se lire shqiptare

Me date 11 mars ne Torino, u organizua konkursi i poezise se lire shqiptare. Ky ishte konkursi i pare i poezise qe organizohet nga komuniteti shqiptar ne Torino, ku moren pjese 12 autore me 27 poezi te seleksionuara, qe u interpretuan nga 6 recitues.

Nga juria e konkursit, e perbere nga

•President – Anton Berisha – profesor gjuhe ne universitetin e kalabrise
•Antar – Luigj Shabani – Profesor
•Antare – Jurgena Bregu – Gazetare

zgjodhen edhe fituesit e ketij konkursi:

Çmimet e para:

• Imelda Ali – Poetja dhe interpretuesja me e mire
• Aida Dizdari – Pa fjale

Çmimet e dyta:

• Gjaku i nje fetari – Nikolin Lemezhi
• Nena – Alketa Hyseni

Çmimet e treta:

• Kthim – Afeida Shaqja
• Utopi e vdekur – Taned Demaj
• Thjeshtesia – Uran Perzhitaj

Se shpejti online do te mund te lexoni tere poezite e autoreve qe moren pjese ne kete konkurs.

Tere poezite mund ti lexoni

Publikuar me date 12/03/2007 dhe eshte lexuar 132 here, pregatitur nga Elton Kola

ketu


auguri a Mario e a tutti i cartografi

La discarica universale delle parole

Ho ricevuto ieri questa lettera dallo pseudo cugino nostro Giobanni dei Cartografi folli:

Cari cugini Ernesto e Mario,

Sono come in un limbo.

Ed è meglio essere in questo limbo che stare a sentire discorsi di non ho più tempo per niente. Io qui nuoto nel tempo in uno spazio limitato, cioè io sono come in isola che poi si dissolve nel mare magnum, si consuma e si scioglie e le particelle si disperdono in queste quasi acque che io non so.

Se riesci a nuotare un po’, ti accorgi che l’isola tua è piccola e l’oceano vasto che non vedi confini e aguzzi la vista, ma non scorgi che barlumi, anzi ti dico, che a fissarlo, il tempo spazio brucia gli occhi.

Per cui ti dico che ho ricevuto ‘na lettera ieri da un amico di Puglia, non lunga, ma finiva che diceva dei blogs, che uno lo fa: "e poi lo comunichi ai colleghi: la prima cosa che fa un neo-blogger è chiedere ai colleghi di linkarlo, ovvero di incatenarlo a un *arcipelago di solitudini*."

Ecco: io sono rimasto colpito ne la dura mia testa della parola "arcipelago" tanto simile o che ricorda il luogo che io navigo, benché la mia area pelasgica sia del tutto vuota.

E faccio presto a dire che già sprechiamo troppe parole e si scrive dappertutto, sui libri, sui giornali, sulle riviste: e tutta sta roba poi va a finire in un posto enorme dove c’è la cartaccia generale di molte tonnellate rivoltate in una quantità di balle a parallelepipedo con svolazzi stracciati, qua e là.

Uno diceva braccia rubate all’agricoltura, l’altro diceva piante estirpate scopo cartaccia. Mah.

Però, sempre così pensando all’arcipelago, ho visualizzato come in un lampo

LA DISCARICA UNIVERSALE DELLE PAROLE

cioè un posto così vasto, umido, paludoso, monticchioso in parte, stinto, ombroso, anche con puzze di stantio, con vaghi confini, e proprio disperato ove qua e là oscuri ingoiatoi elettronici, tipo tane di titanici grillotalpa, si risucchiano le parole perse nel web o anche fuori del web. Incommensurabile quantità di altre parole o lemmi o discorsi, superstiti delle mandibole divoratrici, vivacchia stingendosi ai bordi del gran pantano, poi si slabra, si smozzica, si squaglia definitivamente nelle torbide acquacce sotto quelle nuvolaglie caliginose.

vostro Giobanni,

statemi bene


 

 

Caro Giobanni,

a me non c’è nessuno a sn che m”ispira. Li trovo immondi e venduti, tutti.

Invidiosi fratelli. Quelli che per poco non t’ammazzano mentre sei in culla.

Tra orfani si tende a litigare per l’eredità. Oppure si legano nell’ orda, per uccidere il padre, se ancora c’è.

Son cazzi amari. Mi ringraziassero se ancora voto.

Ma se proprio ho da essere sincero, Giobanni, io non sono di niente. Il calcio m’aripugna, per dire. Tutto m’aripugna, ma il calcio in sommo grado.

 

E poi non ce la faccio veramente più a vedere i libri d’arte scontati dell’80%. Che sò, il Goya, che sò, il Rembrandt: trattati come mozzarelle in via di scadenza.

E la gente neanche li acquista. E’ tragico.


Perchè il mondo è tragico e senza denti? Con queste gengive incallite da vecchiaccio che resiste INNATURALMENTE alla morte.

Un vecchiaccio che sbrana germogli.

Un vecchiaccio con l’espressione laida e folle di Hieronymus Bosch.

A volte mi chiedo cosa m’ha impedito di diventare buddhista.

Tu mi conosci, Giobanni, io, in fondo, ho bisogno di Dio.
Credi che farei ancora in tempo?
Non hai idea di come non m’interessi il tempo, comunque.

Fammi sapere di te, Giobanni.

Per quanto mi riguarda, come vedi, assisto al crollo del tempio di marmo in un campo di peperoncini rossi.


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