Stai sfogliando l'archivio mensile di marzo 2007.

Caro Arturo,

 ti scrivo questa mia riempiendo fogli e fogli che non bastano mica e così dal foglio passo al piano del tavolo  e dal tavolo sul pavimento e poi risalgo su muri porte e finestre appannate e poi m’infilo tra le lenzuola dentro gli armadi nel frigorifero e poi e poi passo a scrivermi su questo mio corpo e finito il corpo di fuori passo al corpo di dentro e scendo lungo l’esofago e poi nello stomaco- si scrive bene nello stomaco- e poi dentro le budella - ci sono stato dentro un bel pò - e poi esco uscito dal buco e continuo, caro Arturo, continuo.

Quasi-Poesia che potrebbe essere una prefazione

SE IL MONDO FOSSE UN PO’ PIU’ SEMPLICE

anche noi poeti
potremmo avere più facile la vita.
Ad esempio sentirci un po’ meno mascalzoni
quando parliamo di me, di te, dei nostri amori,
di fiori e giardini, di bei paesaggi
e di pene del cuore. Perché
come si fa a sentirsi persone per bene
quando il rumore di fondo
del mondo è un urlo di dolore,
è tutta una richiesta di aiuto in mezzo alla mattanza?

E allora noi poeti
nati nella piaga fortunata del pianeta
relativamente pacificata e ben pasciuta,
abbozziamo discorsi normali da poeti:
la gestione dei cuore, l’infinito mistero
del tempo che trascorre, le variazioni d’umore
e i mille mutamenti di natura,
accordi, dissonanze, conflitti apparenti
tra amanti e parenti,
piccole cose assai poco importanti.

Così che a poco a poco ci rode un dubbio e un rimorso:
di non essere utili a nessuno,
nel mondo che cammina
a passi da gigante verso il baratro,
sospettati di vivere una vita fasulla,
abbarbicati a un sogno pusillanime,
a inezie senza peso. E allora come uscire dall’impasse?
Tacere? Saltare lo steccato dell’arena?
Vivere sempre più ai bordi di questo circo strombazzante
di parole sconnesse, di improperi, di lodi interessate,
di spettacoli osceni di gladiatori e laide strip-teaseuses?

Ma sì, ogni giorno è un enigma,
l’incertezza è perenne,
non potremo mai stare in silenzio totale,
aggrediti da tragedie e fantasmi,
non potendo abbassare la serranda
dell’inquieta coscienza,
proveremo sempre la voglia e l’urgenza di parlare.

Certo ai criminali organizzati,
statali e privati,
spacciatori di false sicurezze,
interessa di più che stiamo zitti,
ignavi, rimbambiti, malinconici, allibiti,
stolti, ubriachi, drogati, depressi e bavosi.
Saremo sempre spinti a farci del male e a colpevolizzarci,
in modo che prima o poi
ci venga voglia di buttarci in un canale
o di spararci in bocca. Così che la nostra parola
non vada traditrice ad insinuarsi
nel fracasso da fiera e da cortile.
Lo so, voi non ci credete più,
e io neppure tanto,
ma la parola dei poeti, anche la più scarna,
anche dopo che sono crepati,
può diventare un grimaldello
per aprire la cassa del tesoro.

Luglio 2005

(la presente foto è stata scattata sulla spiaggia di Castelporziano nel 1978, al I° Festival internazionale di Poesia)

 

Il direttore del museo fiorentino rifiuta di assistere ai lavori

Uffizi: staccata l’Annunciazione di Leonardo Il capolavoro è destinato a una mostra in Giappone.

Il sovrintendente Acidini: «Siamo nelle mani della Provvidenza»

FIRENZE – Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, non ha voluto presenziare al distacco dell’«Annunciazione» di Leonardo da Vinci. Il dirigente del museo fiorentino, infatti, è sempre stato contrario al trasferimento del capolavoro leonardesco in Giappone per una mostra. Natali si è assicurato fino all’ultimo momento che tutto andasse secondo quanto è stato pianificato per garantire la massima sicurezza al quadro, ma ha preferito restare dietro le quinte. L’opera, una tavola di 217×98 cm è assicurata per 100 milioni di euro. L’Annunciazione è stata messa in una cassa di legno di 3×1,70 metri con rinforzi in acciaio.
«SIAMO NELLE MANI DELLA PROVVIDENZA» – «Se non avessimo ottenuto tutte le garanzie e se la tavola di Leonardo fosse stata in condizioni anche di lieve precarietà, mi sarei incatenata», ha commentato Cristina Acini, sovrintendente degli Uffizi. «Perché di fronte a un qualunque problema, anche minimo, i tecnici hanno il dovere di far sentire la loro voce». I due sponsor giapponesi, la tv Nhk e il quotidiano Asahi Shimbun si sono accollati l’intero costo del trasferimento a Tokyo. «Ci sono momenti che vanno affrontati con i nervi saldi», ha detto Acidini. «Siamo sicuri che ci siamo attrezzati al meglio di quanto umanamente era possibile, ricorrendo a tecnologie sofisticate sia giapponesi che italiane per garantire la conservazione dell’opera. Per il resto siamo nelle mani di ciò che qualcuno chiama Provvidenza e qualcun altro fato».

PROTESTE – Il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, nelle scorse settimane aveva definito il prestito dell’Annunciazione «un sacrificio eccezionale, ma necessario». Il senatore di Forza Italia Paolo Amato si è incatenato a una delle prime colonne del Loggiato degli Uffizi per protestare contro il trasferimento a Tokyo dell’Annunciazione. «Protesto contro l’arroganza del ministro Rutelli, che ha deciso tutto da solo e senza spiegare il perché a nessuno», ha affermato Amato. «Rutelli ha inoltre violato l’art. 66 del codice dei beni culturali».
A TOKYO VIA ROMA – L’opera sarà trasportata in camion, scortata dalla polizia, e arriverà a Roma in giornata. Martedì il quadro sarà imbarcata su un’aereo per Tokyo, dove rimarrà per quasi tre mesi. L’opera di Leonardo ha però lasciato la Galleria degli Uffizi (dove è entrata nel 1867) altre tre volte: è stata infatti data alla Mostra di arte italiana da Cimabue a Tiepolo, che si è svolta a Parigi nel 1935; alla mostra su Leonardo da Vinci allestita a Milano nel 1939 ed è stata trasportata nel 1940 alla Villa di Poggio a Caiano e da qui a Camaldoli il 31 ottobre dello stesso anno. È tornata definitivamente agli Uffizi il 17 giugno 1945 dove è stata nuovamente esposto a partire dal 24 giugno 1948.
12 marzo 2007

Da il Corriere della Sera di oggi.

E’ uscito in questi giorni il primo libro pubblicato da

LE NUOVE MUSE 

DA LA MECCA A QUI

Romanzo
a cura di Isabella Camera d’Afflitto e di Egi Volterrani
tradotto dall’Arabo da Elvira Diana e Marco Galiero

 
è il primo libro pubblicato da Le Nuove Muse nuova casa editrice torinese e vuole rispondere all’obbiettivo generale del progetto editoriale di colmare lacune evidenti dell’editoria italiana relative alle letterature emergenti ma marginali, come è appunto quella libica. La Libia, come paese di produzione culturale e letteraria in particolare, ha avuto diversi motivi di emarginazione: l’isolamento causato da un lungo embargo e dal regime politico, la conseguente "autarchia" persino sul piano linguistico, e — relativamente all’Italia — gli strascichi dei trascorsi coloniali.
In questo romanzo, aI-Nayhum ci offre una narrazione bella e originale. Il suo racconto ha una struttura avvincente, ondeggiante e trasparente come l’acqua del mare sul quale si avventura la barca di Mas’ud al-Tabbal, l’avventuroso negro pescatore di tartarughe marine.
Mas’ud ogni tanto teme di essere perseguitato dai fantasmi e dai ginn, ma non ci vuole credere, è uomo che vuole pensare con la sua testa. Beve vino per trovare forza e coraggio, però mangia polemicamente carne di maiale, e si scontra quotidianamente con il feghì, l’autorità religiosa del villaggio.
Mas’ud cerca Dio dentro di sé, non crede di poterlo trovare nel pellegrinaggio rituale a La Mecca: vuole trovarlo "qui". 
AL-SADIQ AL NAYHUM,
Nelle sue opere due sentimenti si ripetono e, a volte, si sovrappongono: il dolore per la perdita precoce degli affetti famigliari e la nostalgia per la lontananza dalla patria (gurba). Infatti, la sua formazione culturale, come quella di altri intellettuali libici della sua generazione, (tra questi lbrahim al-Kuni e Ahmad lbrahim al-Faqih) è stata influenzata dalla lunga permanenza in Europa.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

al-Qurud: Le scimmie, 1975): romanzo.

Mm qisas aI-atfal: Storie di bambini, 2002, raccolta postuma di racconti brevi dove l’intellettuale, in maniera sarcastica e metaforica, critica le contraddizioni della vita sociale e politica del suo paese.

al-Hadith an al-mar’ah wa’l-dlyanat:Il discorso sulla donna e le religioni, 1966, saggio dove l’autore analizza la condizione della donna secondo le tre religioni monoteistiche, concludendo che la sottomissione della donna all’uomo è dovuta a ingiustizia umana e non a leggi divine.

Min Makkah ila huna: Da La Mecca a qui, 1970, romanzo

Fursan bila ma’rakah:Un cavaliere senza battaglie, 1973, saggio.

Tahiyyah tayyibah wa ba’ad:Cari saluti e poi…, 1973, saggio.

AlIadhi ya’ti wa la ya’ti: Chi viene e chi no, 1976, saggio critico dedicato all’omonimo diwan del poeta iracheno ‘Abd aI-Wahhab al-Bayyati.

Sawt al-nas, mihnat thaqafah muzawwarah: La voce della gente, la prova di una falsa cultura, 1990;

al-Islam fl’l-asr: man saraqa al-jami’ wa ayna dhahaba yawm al-jum’ah: L’islam prigioniero: chi ha rubato la moschea? e dove è andato a finire il venerdi? 1990;

Islam dldda al-Islam: shan’ah mm waraq: Islam contro l’islam, una legge di carta, 1992, trilogia che raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore sull’Islam e il suo rapporto con la democrazia, distorto con il passare dei secoli. La trilogia ebbe grande successo in tutti i paesi arabi sollevando vivaci discussioni e polemiche. Fu inaspettatamente sottoposta al sequestro dopo due mesi dalla morte dello scrittore.

Nizar Qabbanl wa muhimmat aI-shi’r: Nizar Gabbani e l’importanza della poesia, 1988, saggio critico sul poeta siriano.

 Il volume costa € 12


            

                Dunque, siamo andati a fare un giro, con la macchina sua, Ernesto ed io, perché voleva che lo accompagnassi a far commissioni varie: ( tanto tu non ha mai un cazzo da fare…) fino da un ricambista, poi dal suo principale e cognato Armando ( così gli fai un saluto anche tu…) che conosco benissimo, anzi ne sono mezzo parente, col quale in questo periodo ha pessimi rapporti essendo che Ernesto a maggio se n’andrà in pensione. Ciò fa incazzare il boss perché teme il crollo delle vendite nei mercati orientali, visto che Ernesto non ha allevato successori, se non Hugo Goumèr, che poi è un misto di polacco, ebreo, levantino, con un nonno istriano di Pola, persona imprevedibile e strana, piuttosto furbastra.
Comunque, mentre aspettavamo da Armando, ché lui era occupatissimo al telefono, Ernesto mi ha raccontato una sua singolare storia avvenuta appunto a casa del Goumèr, proprio una settimana fa circa, poca prima del suo ritorno a Torino. Qui riferisco interamente quanto mi ha detto mio cugino, poiché lo trovo emblematico, significativo e pure perché voglio ora fare luce sulla sua particolare intuizione e sulla sua sottigliezza.

“…..Cioè: è che io ero da quel fesso di Hugo, là nella sua villetta del cazzo, nella periferia di Kracow, proprio il giorno prima di venire via, quando lui mi trascina nel suo box dove tiene due macchine e un sacco di baracche di ogni genere. Entriamo nell’antro e mi mostra, cristonando, un suo segaccio elettrico a gattuccio che si era rotto segando dei rami secchi e grossi di un albero di melo, e altre piante, che ha in giardino. Era tutto imbizzarrito della spesa fatta: primo, perché il segaccio aveva fatto, sì e no, un ora di lavoro; secondo, perché non si trovano i pezzi di ricambio; terzo (ma più importante) perché il marchingegno commercializzato da una marca lituana è, invece cinese, porcaputtana!!
Allora io gli ho detto: Dai mettiamoci lì, sul tuo bancone che lo smontiamo e troviamo l’inghippo. Prima cosa: si era rotta in testa l’asta portalama. Proprio si vedeva che era male saldata, un lavoro del vero cazzo, ecco, fatto apposta perché cedesse e si spaccasse subito: era poi da saldare. Sono quegli aggeggi dell’era nuova consumista, fatti apposta perché si spacchino e non si possano riparare, così butti via tutto e ne compri un altro, ecco. Eh, vabbè, lasciamo perdere. Allora ci mettiamo a smontare il carter verde in plastica di ‘sta baracca, e non ti dico i cristi che tirava Hugo: pirdòlic di qua, curva màcc di là, che era tutto uno smoccolare da tragedia; si è anche tagliato un dito, ficcandoci dentro la lama del cacciavite, allora io gli ho detto: Hugo faccio io, che tu non vali un cazzo, in queste cose!!!
Mi sono messo di buzzo buono, con un bel grembiulone blu: smonto, svito, arrivo al carter vero in lega, infilo due guanti di lattice, che tutto il meccanismo era inguacchiato di un grasso verde densissimo; tento di estrarre l’astina portalama rotta dal suo alveo di scorrimento, ovvero sfilare da due staffe portaperno, e io mi credevo fosse la cosa più normale del mondo. Invece no: una delle staffe era tenuta ferma da due bulloni prigionieri, cioè bulloni senza testa, ficcati lì a bella posta perché la baracca non si potesse smontare, porcaeva! Cioè, tu non li puoi svitare, non riesci ad estrarre il perno e butti via tutto…ecco.
Allora mi sono messo a cristonare anch’io, con Hugo che mi faceva da bordone trombone, che è saltata fuori di casa pure la bella Luzyna, la rossa moglie sua, quasi spaventata.
Ci siamo ingegnati, ti dico, anzi più io che lui: bisogna liberare i prigionieri o ci arrendiamo, ho detto! Cioè, prendiamo un trapano con una punta rapida e foriamo sull’asse il prigioniero e lo tiriamo fuori con un estrattore, oppure lo consumiamo completamente con la punta adatta coassiale e via: tiriamo via tutta l’astina, le risaldiamo la testa, rimettiamo tutto a posto, sostituendo i prigionieri con due bulloni nuovi, ecco.
Abbiamo fatto tutto questo, ci abbiamo messo intiero il pomeriggio della domenica, tra imprecazioni e cazzi a non finire, abbiamo pure sbagliato il rimontaggio per colpa di Hugo che mi confondeva e ficcava le mani dappertutto.                                        
Tuttavia il caso polacco è andato a buon fine……Ma è mica questo che volevo dirti…
Il fatto è che mentre mi dicevo: Qui bisogna liberare il prigioniero…. bisogna forare il prigioniero… Mi rimaneva nella testa ‘sta parola: prigioniero… hai capito?!
Mi sono fissato col prigioniero, sì.
E dentro di me una voce mi domandava: Ma chi è il prigioniero? Chi è, cos’è il vero prigioniero?
Io sono forse il prigioniero da “liberare”??
Guarda, che mentre guidavo e me ne tornavo a Torino di là, stavo a pensarci quasi da ossesso a ‘sto termine: prigioniero?! 
Ma perchè ci ho messo tanto di me in questo pensiero che diventa assillo, mi sono domandato!? 
Sono io che sono prigioniero, forse, prigioniero ancora di questo lavoro, mi sento ancora vincolato, coi vincoli, con le catene, ma soltanto fino a maggio, cazzo!!!
Non lo so, non so più!
Ma non è mica il lavoro, no…..che mi imprigiona.
Sai, ho pensato, ho immaginato, fantasticato persino all’anima mia prigioniera del mondo, della carne…cazzo! Ma io non credo nell’anima personale, Mario….
O forse qualcosa di più antico e primitivo, che non so dirti…. Un’essenza primordiale materiale, magari… 

Fuori, oltre la prigione, magari c’è qualcosa che assomiglia ad un cielo grande e dopo c’è un mare e dopo dei deserti di balke e dune, come in Mongolia. e cavalli selvaggi senza padrone, che vagano per spazi infiniti…. 
Magari il prigioniero si libera solo quando ce ne andiamo di qui, Mario, quando moriamo …..”

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