Stai sfogliando l'archivio mensile di ottobre 2006.

    
   
    È che anch’io quando vedo ‘ste prime giornate d’ombra e nebbie, umidore e pioviggine mi viene la malinconia, se mi viene la malinconia penso ai miei morti, se penso ai miei morti penso ad Ernesto, non perché sia morto né dentro nè fuori, ma perché si avvicina il giorno dei Santi, cioè i morti, che poi diciamo noi: ai Santi andiamo giù al paese, difatto al nostro cimitero ci conveniamo il I° di novembre, ovvero ai Santi, perché è festa, invece il giorno vero dei morti, che è il 2, non lo è più per colpa dei preti, sempre loro. Comunque ero lì che pensavo, anzi mi laceravo un po’ dentro, quando nel telefono e per telepatia sento la autorevole voce del mio augusto cugino Ernesto che fa:
Guarda, Mario, che anche ‘sta volta ci ho pensato io ai fiori per il cimitero, ho comprato al mercato una pianta magnifica di crisantemini purpurei per euro 15, che sono una meraviglia che vedrai, adesso la tengo sul balcone…si mantiene benissimo fino ai Santi, quando andiamo giù come al solito io e te, no?!

Io non potevo che dire sì, tanto è un rituale mesto a cui partecipiamo da anni ed anni. Stiamo lì impalati, coi piedi umidi sulla ghiaietta muschiosa, davanti alla nostra cappella funeraria mentre il prete vecchio, il vicario Don Piepasso dice le sue povere, stantie, muffite parole di resurrezione e a me mi si gira il cuore per traverso, anche se ‘sto prete mi è simpatico.
Salutiamo dei parenti che vediamo una volta all’anno, si scuote la testa, si dice: EEhh…

La si dice un po’ in dialetto nostro, si guardano in su le foto dei morti, si cerca di togliersi dalle spalle un peso, uno dice che è morto il Carlìn del Puntu, l’altro parla della sua ultima operazione di prostata, la cugina Vittorina dice della chemio del cognato Flipòt, ed è tutto uno stringersi di stomaco, un’arrivoltolarsi interiore in tristezze e in timori senza fine.
Noi ci salviamo, ogni tanto, chiedendo a qualcuno come è andata la vendemmia.
All’idea, all’ennesimo progetto, quindi, di tornare di nuovo al paese per i Santi questa volta m’è venuta un onta, una rivolta interna che mi ha indotto a ritelefonare ad Ernesto ed a manifestargli tutte le mie ubbie o scazzi, i miei mal di pancia, e lui ha detto:
Ed io… e io.. che aspettavo ‘na volta tanto che me lo dicessi…Mica ci vado volentieri là al cimitero ai Santi, è come per te…Cioè è tutta la tragicommedia che mi sta lì, sullo stomaco, come a te…

Io ho detto sì, ben contento.
Intanto però dentro, passati dieci minuti dalla decisione, mica ero lieto, che al solo pensiero di infrangere le vecchia e consueta regola della nostra presenza alla Festa convenuta, già mi sentivo in crisi, mi tremava qualcosa di pericardiaco, qualche voce dissenziente dentro parlava… Maahhh…forse…dovresti… cosa dice la gente…poi…
Sì: è che poi siamo andati giù davvero e il cielo era come di dovere: bello grigio, un poco di nebbia come si deve, ma non faceva freddo. Mi sono messo addirittura una specie di trench beige che indosso solo nelle grandi occasioni, pure la cravatta di lana inglese verde, una giacca blu di velluto, come per fare bella figura con la gente, tanto per far vedere, non so a chi, che non sono proprio un fallito, io.
Ernesto pure, come sempre, si è messo in tiro, a modo suo, con un bel giaccone di daino russo e una polo di lana bordeaux, non male, strane le scarpe: cinesi coi lacci gialli…una sciarpa poi taroccata tipo Missoni.
Magnifica comunque la gran ciotola di crisantemi piccoli carminio: fece una buona scelta, il cugino.
Andare in macchina con Ernesto è come scivolare sul burro, io ci vado sereno a fare il suo passeggero: lui sul suo furgone VW ci va liscio, sguscia via nel traffico silenzioso; lui fa più di 100.000 all’anno in macchina per via del lavoro, in giro per l’Europa, in genere non è trasgressivo, fila ma è prudente, s’incazza talvolta come un demonio per le infrazioni altrui, già, ma questo sta sull’altro conto.
Comunque ce ne andavamo giù al paese tutti bardati a festa, il cugino canticchiava, poi ci fermiamo a prendere un caffè in un autogrill e lui mi fa:
Ma tu ci pensi mai…? - fa lui
Ehhhh…? - faccio io - Cosa dici?! 
No… volevo dire – e intanto stava lì, serio serio, appoggiato al bancone con la tazzina a mezzaria -  cioè, tu ci pensi mai alla morte…alla morte tua?
No…– io lo infilzo negli occhi, beffardo – alla morte tua penso, spesso, oohhh, e a cosa mi lascerai in eredità…! Ecco, è questo che penso!
Fanculo, Mario…quanto sei stupido, dicevo sul serio, cazzo, alla morte in generale… Dico, alla nostra morte, dico…..insomma: hai paura di morire??
  
    È che la domanda chiara e netta mi ha preso di brutto, tant’è vero che non ho risposto, ho abbassato la testa e sono andato alla cassa a pagare, poi mi sono voltato, ho fatto segno ad Ernesto di uscire e poi via, fuori nella nebbia.
Perché la nebbia era quello che ci voleva, per me è cugina della morte: quando c’è lei, la natura va in sonno, è tutta grondante e ovattata, è un territorio di confine ove i disegni del mondo sono sfumati e le parole suonano meno sperse, più vicine.
Così siamo entrati in macchina e mio cugino mi faceva una faccia strana.

Ti sei offeso…Mario
Ma che cazzo di offeso e offeso…! È che son già giornate balorde, comincia l’ombra più lunga, si accendono i termo, fa più freddo ed entriamo nel segno dello Scorpione, la "domus mortis", come dicevano gli antichi astrologi…
Già noi andiamo al cimitero: sai com’è…Mi hai preso un po’ di punta… nel debole…Mica mi piace ‘sta stagione.

  Ernesto mi ha fissato un momento, con occhi di comprensione, quasi lucidi.
La domanda, la nebbia, il cimitero, i nostri parenti trapassati: era dalla sera prima che ci pensavo, altroché, anche alla mia, di morte, ai miei pure, a come sono mancati, deceduti; mi si strizzava ancora il cuore al ricordarli vecchi e malati, questo sì che mi faceva soffrire e mi lacerava. Il furgone intanto scivolava via con un uuuuuooscccc continuo nella pioggerellina, negli sbaffi d’acqua leggeri e avrei voluto che quel suono si portasse via anche me, almeno i mie pensieri tristi.
Poi mi è venuto da parlare: Sai che ti dico… Ernesto, sai, io non ho paura della morte, neanche un po’, te lo dico sincero…Forse non ne ho mai avuta. Forse sarà perché all’anima, all’immortalità, agli dei, agli al di là, non ci credo….Sarà perché ho già abbastanza sofferto che non voglio rinascere…. non ci tengo proprio, cazzo!!! Una vita sola basta e avanza! - fa il cugino piuttosto stupito – E poi ?! – gli ho risposto piuttosto duro; è che mi faceva male continuare, dire ancora, riflettere a voce alta; ma poi sono andato avanti lo stesso, sì.
-Altro che paradisi o inferni!! Se li tengano pure!!
Eh, allora!?
-E poi….cosa? Ernesto, cosa: e poi ??
Non ho paura, Ernesto, della morte, no…Ho paura della sofferenza, del dolore, del male fisico, cristo, sì…..Non voglio nemmeno ricordarmi più del nostro povero Vittorio, là in ospedale che voleva morfina e non glie la davano e urlava, cristo, sbraitava: Fatemi morire…
Ti ricordi Ernesto…ti ricordi!??
Ti ricordi di quella povera gente degente senza sensi, in coma per mesi, però con un lamento senza fine…

Questo mi fa male, adesso, proprio adesso, Ernesto, mi brucia e mi fa paura, temo, temo il dolore, cristo…Anche Cristo sulla croce si lamentava, no…?? Ha invocato la morte, no?!

Ernesto dopo ‘sta mia dolorosa, amara orazioneha rallentato, mi ha fissato serio, ha assentito, poi continuava a fare cenni col capo. Dopo due minuti, siamo usciti dall’autostrada e il verde e le case piccole correvano a fianco quasi amiche immutate da sempre, dai nostri primordi: non avevo voglia di immaginarle disfatte né di considerare se sarebbero ancora esistite dopo di noi, di fatto alla sopravvivenza di me o delle cose il pensiero mio correva.

Sai che ti dico – Ernesto, a questo punto, sempre facendo cenni col capo, parlava – Sai che ti dico? Che una volta che ero là in Mongolia, cioè in Buriatia, in un posto che ero andato per via del lavoro, partito da Ulan Bataar, in periferia che ci ero arrivato volando con un Antonov C2, magnifico che non ti dico…Ecco: io e il mio rappresentante di là, un mezzo tartaro, Yuri Andyepurtim, incontriamo su una strada, cioè prendiamo su sul gippone in mezzo alle balke infinite un monaco buddista vagante, mezzo stracciato, bello però, ti dico, avrà avuto un’età indefinibile, chenesò, da trenta ai settanta, ecco…Parliamo…. gli diamo del tè dal thermos, del pane, della cioccolata, si prende anche due sigarette o tre. A un certo punto Yuri gli fa: Ma che cosa hai con te per vivere?? Lui dice: Solo i soldi per il mio funerale perché nessuno deve pagarlo, sì…..      Poi l’abbiamo lasciato dopo circa cento kilometri in un villaggio di yurte……

Aahhhh - ho detto io.
Ernesto sorrideva, dopo.
Siamo andati al cimitero senza più parlare, forse più sereni: abbiamo unicamente incontrato tra le tombe un nostro lontano cugino sordomuto, Cecu, e ci siamo scambiati solo segni e suoni gutturali, sguardi intensi però.

di Francesca Ferrari

…sul mondo. Grazie a Giarina!

Voi non avete idea di quali ricchezze contenga già, a questo punto del suo viaggio, il nostro quadernetto. L’ho incontrato per caso domenica a Firenze, in uno scambio a mano tra Lecce e Parma. Contiene tali tesori….cose che a raccontarle non ci credereste…..Alcune anticipazioni qui

     
                       È che una sera che Gina era andata da sua sorella a Rapallo coi figli per un weekkend Ernesto mi telefona e fa:
sono qui solo a Torino ci potremo fare una cena che ti dico io che cucino io, tu sai che sono capace, in gamba, ho comprato una bella zucca, ti faccio le tagliatelle delle nostre parti di Magliano Alfieri all’uovo che non ti dico poi c’è altro… se hai voglia.
E io la voglia l’ho trovata subito, ho detto di sì, perché poi Ernesto cucina bene cose strane, inventa è un creativo superbo anche di cucina, ma non nuovelle cuisine che quella cuisine ci fa schifo ad ambedue noi cugini fraterni: buon sangue non mente, ecco.
Naturalmente, per venire al dunque ed ai fatti prefati, ho preso un tram per recarmi in borgo Crocetta, con due bottiglie buone seco me, tipo Barbera e Grignolino, (che ce ne intendiamo noi), in borsa apposita + avvolgimento in cartagionale onde evitare disastri.       Indi arrivato sul luogo del delitto, cioè casa Ernesto, all’incirca alle ore 19,30 constatavo che il mio sciagurato più che consanguineo teneva la porta aperta ché aveva creato una corrente d’aria turbinosa onde cavare dalle stanze un orribile fumaglia dovuta a soffritto di cipolla in padella bruciacchiata e il mio sciagurato cugino si aggirava agitato in grembiulone verde da cantiniere scusandosi e sventolando un enorme ventaglio indonesiano:
è che il telefono di merda… mi ha telefonato Aldo per la partita dei cosi Kubischetk a Kiev, che palle che palle che palle, anche al sabato sera…scusa Mario scusa era una cosa aggiuntiva, ma adesso rimedio, ecco, cioè non era la zucca…ecco beviamo un bicchiere poi chiudo la porta e la finestra.
Non poteva iniziare diversa la cosa con mio cugino, casinum perpetuum in domo Ernesti, gli dissi, fatto sta ed è che poi lui butta giù ‘sta pasta abbondante ed avvenente bionda, quali ricciolini di venustissima fanciulla, in questo pentolone rosso smaltato che prometteva assai bene ti dico e giù a rimestare con forchetton di legno; qual lampo poi esce sul balcone e tornane con tondo wok o pastiera ove aveva già a mezzodì preparata una sorta di semipurea di zucca, non quella marina di Chioggia, ma la nostrana aranciata, mescolata a cipolla rossa rosolata e rosmarino abbondante in ottimo olio + sua variante innovativa di aggiunta mescola erbe Tandoori semipiccante.
Una mistione nuova, solluccherosa ad immaginarsi.
Quindi Ernesto destrissimo e rapido cola la pasta anzi la cava dal bollore col ramaiolo suo cinese in filo d’ottone e la butta giù a valanga dorata fumigante nel wok che andava riscaldandosi sul fornello e mescola e gira e tùira a saltare ben bene, poi mi serve in bel piatto bianco dell’Upim comprato tre anni fa, come i miei. Mi impegno a darci una bella grattugiata di parmigiano mentre Ernesto si ficca un suo tovagliolo e con smorfia pantagruelica si appresta a infilarci una forchettata diabolica con ghigno avido satanico tipo Barbariccia.
Io di per me non mi lecco solo i baffi, sta pastasciutta è veramente buona, bella, gustosa aromatica a vedersi a gustarsi a odorarsi, senonché vengo colto da curiosità dopo quattro inforcate da singolari frammenti marroncini forse di rosmarino o di erbe varie persi qua e là tra i vilucchi dell’intruglio.
Inforco occhiali onde aguzzar la vista e vedo ben chiaro che i cosini scuri altro non sono che formiche anzi formichine, per fortuna non di razza dal culo rosso che le odio.
Dico: cazzo, Ernesto, cosa diavolo di un casino hai fatto?
Mi hai messo le formiche nella pasta? Dove cazzo l’hai imparata questa nuova sui monti Altai o Kun lun shan?? Cristo!!!
Lui si impallidisce tutto e caccia il naso nel piatto, fa sbigottito:
oh cazzo cazzo cazzo, nooooo, ohh………. noooo!!! Come è successo!?
Adesso capisco, porcaeva ho lasciato il wok sul balcone col coperchio, tanto è fresco fuori e non ci stava nel frigo!! Ci sono andate dentro un pellegrinaggio di porche bastarde formiche! Che stronzata…che roba… che invito, che schifo Mario, scusami…ma non pensavo! Che figura di merda…Mario…
Io per non stare a fare tante manfrine dico:
ma sì lascia perdere, mangiamo qualcosa d’altro anche un pezzo di formaggio, poi ci hai le verdure, non ti preoccupare…
Intanto però la pastasciutta era sì bella a vedersi nel piattone ancora fumante che mi incantava e comincio a titillarla con la forchetta, poi preso da voglia e sfida me ne ingoio un bel boccone…Buonissima!!! Senti Ernesto, sta pasta è deliziosa, chissenefrega delle formiche, facciamo conto che sia un condimento mongolo, no?!
Ernesto mi fa due occhi rotondi così dalla sorpresa, e poi ridendo come un bambino affronta anche egli la nostra stravagante sfida, incrociamo i bicchieri, brindiamo, ridiamo e divoriamo lieti tutto il contenuto del pentolone o wok che ammontava a circa ettogrammi 5 di pasta + sugo suddetto.
Così mentre mangiavamo Ernesto tira fuori una storia: ti ricordi quando eravamo piccoli là in campagna che ti mi mettevi le formiche nel pane?! Mi ricordo che una volta me ne hai versato un cartoccio nel collo mentre dormivo!!
Allora – faccio io un po’ stranito –sei un po’ stronzo se l’hai fatto adesso per vendicarti d’allora!!!
Ma no – dice Ernesto, manco per sogno, figurati….Che scemenza!! È che mi è venuto in mente che tu le formiche allora te le mangiavi apposta per farmi disgusto davanti al naso e poi mi dicevi da smorfioso: questa qui è più dolce questa qui più salata questa è acidula, questa è buonissima, sa di fragola…poi una volta, mi ricordo, hai mangiato anche un ragno verde e hai detto che era buono da matti!
Che schifo!. – dico io – Ero un poco dispettoso, lo so mi piaceva stupire, però, a parte tutto, certe formiche sono buone davvero, non quelle rosse che c’hanno troppo acido formico e grattano la gola….
Fatto sta ed è che di palo in frasca di formica in cavalletta schiacciata nella scarpa sua e ragni nel bicchiere e cimici selvatiche nel letto, ci siamo messi a rimembrar, tra una Barbera ed un Grignolino, le meraviglie della nostra infanzia comune, su per le nostre colline incantate dove il sole è sempre caldo e vi si fanno le corse infinite a perdifiato e le uve fanno grappoli grandi come secchielli e i fieni sono profumati come quelli del giardino delle Esperidi, e le vacche sono colossali come elefanti e danno il latte più delizioso del mondo e ci sono dei prati sterminati pieni di fiordalisi e papaveri dove vi stanno milioni di grilli che la notte contano storie di streghe che come cespugli magici ambulanti rotolano per i sentieri notturni spaventando i bambini sperduti facendo:
Rosòn dublòn…rosòn dublòn…rosòn dublòn…
Così quasi ci addormentammo tra vino formiche e sogni di prati immortali.

   www.iostoconroberto.blogspot.com

e anche: http://www.sosteniamosaviano.net/
ciao!

è piombato in basso: ormai pesa.

la donna di Harappa

                 
 
                   cioè, uno può anche credere che Ernesto sia un cazzone qualsiasi che fa il vagabondo perdigiorno pazzo per gli idrovolanti, magari scroccone e tutto paranoico.
E invece no, niente vero:
 uno, tanto per cominciare lui è perito industriale diplomato al premiato Istituto tecnico A.Avogadro sito in Torino da tempi savoiardi,
due, lui è impiegato da più di trent’anni presso la arcinota ditta Rubinetterie Rizzo di Rizzo Aldo, che poi Aldo è suo cognato, cioè il fratello della Gina che è pieno di soldi da far paura e ci ha pure un barcone a vela ad Antibes,che non mi ha fatto mai cacciare su il piede perché gli sono antipatico, ma Ernesto sì, una volta glie l’ha addirittura fregato ed è andato in Corsica da solo, però qui non dico,
tre, lui come rappresentante delle Rubinetterie Rizzo ha venduto più rubinetti tubi cromati ottonati dorati argentati ramati in lega in nichelcromo saracinesche in inox in giro per i paesi slavi, tipo Russia & C, che Kalascnikof di mitra in todo el mundo.
Lui va là: a San Pietroburgo a Moska a Minsk a Varsavia a Kiev persino in Mongolia, zona tipo Ulan Bator, e vende tutto come fossero patate fritte, lui va sempre con dei furgoncini Wolksvagen su cui ci ficca almeno venti, trenta cassette di Barolo & Barbaresco, omaggio della ditta, e poi a ‘sti barbari glie la conta tanto bene che recita Puskin a memoria in russo, gli conta una favola di Turgeniev, piange sulla morte del compagno Lenin, se è il caso, o ci sputa, elogia Pugaciof o gli zar, a seconda dei gusti dei clienti, poi gli molla un po’ bottiglie e li imbriaca, poi firmano il contratto sbronzi e lui via, già sulla strada di Irkutsk o Volgograd. Ma non li frega mica ché lui vende roba collaudatissima, ottima, impresa fidatissima e tecnicamente avanzata, eccetto che Rizzo Aldo resta un cornuto. Però il detto padrone & cornuto, siccome Ernesto gli fa vendere un casino di roba, gli perdona anche che invece di tornare il lunedì torna due settimane dopo, perché magari è andato in Mongolia per i cazzi suoi, cioè l’ultima volta per trattare un Antonov C2 a Krasnoyark che ci pensava di fare un affare.
Ecco: era per dire che Ernesto, mio cugino, non è uno stronzo qualsiasi ma è il più gran rappresentante/venditore di rubinetterie sulla faccia della terra.
Però non è mica questo che volevo dire, cioè è che l’altro giorno mi ha portato vicino a Pinerolo, mica per fare un pranzo come si deve, per mirare natura e monti, no:
per vedere un cimitero sterminato di roba metallica, di nuovo.
Ma la roba metallica era essenzialmente composta da surplus militari; c’erano anche un elicottero Agusta Bell e un G91Fiat piantato lì in aria su una specie di palo che faceva pietà. Un ammasso di camions jeep trattori rugginosi, un stermino che mi sono rotto dopo due ore di giringiro che anche Ernesto poi gli è venuta la barba e la delusione e aveva la faccia ingrugnata, tant’è che ha preso la macchina ed è partito di scatto che mi ha fatto venire il cardiopalma o palmo, non so, che quando guida incazzato c’è da aver paura se non sgomento, porcaeva.
Ma è che sulla superstrada ad un certo punto che lui andava già birroso come non mai, sulla destra, da un ingresso, che non ci aveva la precedenza, salta fuori come una saetta disperata un bastardo di un suv nero come la merda secca e a momenti ci si schianta addosso se non fosse che mio cugino con uno scarto di sterzo fulmineo si è sbattuto a sinistra ed ha evitato il crash.
Cose da pazzi! Mi è venuta la cacarella & lo stomaco a tres nodos.
Ernesto allora ha cominciato una sequela di cristi e improperi e bestemmie che tralascio per decenza. Mi ha dato poi un cicchetto da una sua fiaschetta di roba forte ceka e amara che mi ha rimesso a posto, solo un po’.  Indi ha iniziato una filippica, tipo Demostene o cheneso, su i suv e ne ha tirate giù ma tante che sunteggiare sarebbe difficile, ma farò un summa ad usum delphini.
Cioè così lui profferiva:
Ma chi sono ‘sti bastardi porci inculati dal demonio che si comprano ‘ste laide macchine?! Chi sono chi sonoooo chi sonoooo!!!??
Ma io li conosco, sì che li conosco, io li conosco da sempre questi marci dentro, ‘sta massa di italiani fetidi frustrati dediti ai rialitì sciou, all’eroina alla sniffatura continua ed alle puttanazze, io te lo dico, Mario, sono una massa di delinquenti parassiti dell’umanità, che menano il culo in qua e in là come tacchinelle impestate!!!
Evasori fiscali alla grande, bancarottieri in mutande ma con il suv, porcavacca, briatori ambulanti di merda, ricucci barcaioli del mio culo con le annefalchi o seredova o sederova sul cuscino che ci fa il…, segaioli frustrati spompati che vogliono il suv per far vedere che ce l’hanno lungo da qui fino a Valdivostok e poi si lamentano, cazzo, si lamentano che coraggio, porcaeva, della tassa….!
Ma sai che tassa io gli darei?! Altro che tassa, altrochèèèè, a lavorare, a lavorare nelle miniere degli Urali, li manderei, in Siberia, sti maiali impestati…
E poi si lamentano e si lamentano e si lamentano….
Fanculo!
 
Così si chiuse il notevole discorso del mio egregio cugino Ernesto per cui dovetti bere ulteriore sorso del cordiale per superare anche lo choc verbale.
Ecco, non è stata una bella gita.
Luigi Malabrocca è un personaggio letterario e, si sa, i personaggi sono immortali. Nonostante ciò, ieri Luisin è arrivato al suo traguardo, e forse è arrivato ultimo anche stavolta. L’antonomasia della maglia nera,  l’anti-eroe per scelta e per necessità. Ricordo che ci fu anche, per un periodo, un blog malabrocca.splinder, ma ora non c’è più, e non ricordo più se lo aveva fatto proprio il capo-cartografo Paolo, come omaggio al Gran Perdente, punto di riferimento di noi tutti perdenti. E poi libri, teatro. Malabrocca è letteratura pura. Almeno, quella che piace a me.


posso aggiungere una dedica musicale a questo post cartografico? è in tema, non vi preoccupate. credo che gli piacerebbe questa canzone: "Bartali" di P.Conte.

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