Ed io… e io.. che aspettavo ‘na volta tanto che me lo dicessi…Mica ci vado volentieri là al cimitero ai Santi, è come per te…Cioè è tutta la tragicommedia che mi sta lì, sullo stomaco, come a te…
Io ho detto sì, ben contento.
Intanto però dentro, passati dieci minuti dalla decisione, mica ero lieto, che al solo pensiero di infrangere le vecchia e consueta regola della nostra presenza alla Festa convenuta, già mi sentivo in crisi, mi tremava qualcosa di pericardiaco, qualche voce dissenziente dentro parlava… Maahhh…forse…dovresti… cosa dice la gente…poi…
Sì: è che poi siamo andati giù davvero e il cielo era come di dovere: bello grigio, un poco di nebbia come si deve, ma non faceva freddo. Mi sono messo addirittura una specie di trench beige che indosso solo nelle grandi occasioni, pure la cravatta di lana inglese verde, una giacca blu di velluto, come per fare bella figura con la gente, tanto per far vedere, non so a chi, che non sono proprio un fallito, io.
Ernesto pure, come sempre, si è messo in tiro, a modo suo, con un bel giaccone di daino russo e una polo di lana bordeaux, non male, strane le scarpe: cinesi coi lacci gialli…una sciarpa poi taroccata tipo Missoni.
Magnifica comunque la gran ciotola di crisantemi piccoli carminio: fece una buona scelta, il cugino.
Andare in macchina con Ernesto è come scivolare sul burro, io ci vado sereno a fare il suo passeggero: lui sul suo furgone VW ci va liscio, sguscia via nel traffico silenzioso; lui fa più di 100.000 all’anno in macchina per via del lavoro, in giro per l’Europa, in genere non è trasgressivo, fila ma è prudente, s’incazza talvolta come un demonio per le infrazioni altrui, già, ma questo sta sull’altro conto.
Comunque ce ne andavamo giù al paese tutti bardati a festa, il cugino canticchiava, poi ci fermiamo a prendere un caffè in un autogrill e lui mi fa:
Ma tu ci pensi mai…? - fa lui
Ehhhh…? - faccio io - Cosa dici?!
No… volevo dire – e intanto stava lì, serio serio, appoggiato al bancone con la tazzina a mezzaria - cioè, tu ci pensi mai alla morte…alla morte tua?
No…– io lo infilzo negli occhi, beffardo – alla morte tua penso, spesso, oohhh, e a cosa mi lascerai in eredità…! Ecco, è questo che penso!
Fanculo, Mario…quanto sei stupido, dicevo sul serio, cazzo, alla morte in generale… Dico, alla nostra morte, dico…..insomma: hai paura di morire??
È che la domanda chiara e netta mi ha preso di brutto, tant’è vero che non ho risposto, ho abbassato la testa e sono andato alla cassa a pagare, poi mi sono voltato, ho fatto segno ad Ernesto di uscire e poi via, fuori nella nebbia.
Perché la nebbia era quello che ci voleva, per me è cugina della morte: quando c’è lei, la natura va in sonno, è tutta grondante e ovattata, è un territorio di confine ove i disegni del mondo sono sfumati e le parole suonano meno sperse, più vicine.
Così siamo entrati in macchina e mio cugino mi faceva una faccia strana.
Ti sei offeso…Mario
Ma che cazzo di offeso e offeso…! È che son già giornate balorde, comincia l’ombra più lunga, si accendono i termo, fa più freddo ed entriamo nel segno dello Scorpione, la "domus mortis", come dicevano gli antichi astrologi…
Già noi andiamo al cimitero: sai com’è…Mi hai preso un po’ di punta… nel debole…Mica mi piace ‘sta stagione.
Ernesto mi ha fissato un momento, con occhi di comprensione, quasi lucidi.
La domanda, la nebbia, il cimitero, i nostri parenti trapassati: era dalla sera prima che ci pensavo, altroché, anche alla mia, di morte, ai miei pure, a come sono mancati, deceduti; mi si strizzava ancora il cuore al ricordarli vecchi e malati, questo sì che mi faceva soffrire e mi lacerava. Il furgone intanto scivolava via con un uuuuuooscccc continuo nella pioggerellina, negli sbaffi d’acqua leggeri e avrei voluto che quel suono si portasse via anche me, almeno i mie pensieri tristi.
Poi mi è venuto da parlare: Sai che ti dico… Ernesto, sai, io non ho paura della morte, neanche un po’, te lo dico sincero…Forse non ne ho mai avuta. Forse sarà perché all’anima, all’immortalità, agli dei, agli al di là, non ci credo….Sarà perché ho già abbastanza sofferto che non voglio rinascere…. non ci tengo proprio, cazzo!!! Una vita sola basta e avanza! - fa il cugino piuttosto stupito – E poi ?! – gli ho risposto piuttosto duro; è che mi faceva male continuare, dire ancora, riflettere a voce alta; ma poi sono andato avanti lo stesso, sì.
-Altro che paradisi o inferni!! Se li tengano pure!!
Eh, allora!?
-E poi….cosa? Ernesto, cosa: e poi ??
Non ho paura, Ernesto, della morte, no…Ho paura della sofferenza, del dolore, del male fisico, cristo, sì…..Non voglio nemmeno ricordarmi più del nostro povero Vittorio, là in ospedale che voleva morfina e non glie la davano e urlava, cristo, sbraitava: Fatemi morire…
Ti ricordi Ernesto…ti ricordi!??
Ti ricordi di quella povera gente degente senza sensi, in coma per mesi, però con un lamento senza fine…
Questo mi fa male, adesso, proprio adesso, Ernesto, mi brucia e mi fa paura, temo, temo il dolore, cristo…Anche Cristo sulla croce si lamentava, no…?? Ha invocato la morte, no?!
Ernesto dopo ‘sta mia dolorosa, amara orazioneha rallentato, mi ha fissato serio, ha assentito, poi continuava a fare cenni col capo. Dopo due minuti, siamo usciti dall’autostrada e il verde e le case piccole correvano a fianco quasi amiche immutate da sempre, dai nostri primordi: non avevo voglia di immaginarle disfatte né di considerare se sarebbero ancora esistite dopo di noi, di fatto alla sopravvivenza di me o delle cose il pensiero mio correva.
Sai che ti dico – Ernesto, a questo punto, sempre facendo cenni col capo, parlava – Sai che ti dico? Che una volta che ero là in Mongolia, cioè in Buriatia, in un posto che ero andato per via del lavoro, partito da Ulan Bataar, in periferia che ci ero arrivato volando con un Antonov C2, magnifico che non ti dico…Ecco: io e il mio rappresentante di là, un mezzo tartaro, Yuri Andyepurtim, incontriamo su una strada, cioè prendiamo su sul gippone in mezzo alle balke infinite un monaco buddista vagante, mezzo stracciato, bello però, ti dico, avrà avuto un’età indefinibile, chenesò, da trenta ai settanta, ecco…Parliamo…. gli diamo del tè dal thermos, del pane, della cioccolata, si prende anche due sigarette o tre. A un certo punto Yuri gli fa: Ma che cosa hai con te per vivere?? Lui dice: Solo i soldi per il mio funerale perché nessuno deve pagarlo, sì….. Poi l’abbiamo lasciato dopo circa cento kilometri in un villaggio di yurte……
Aahhhh - ho detto io.
Ernesto sorrideva, dopo.
Siamo andati al cimitero senza più parlare, forse più sereni: abbiamo unicamente incontrato tra le tombe un nostro lontano cugino sordomuto, Cecu, e ci siamo scambiati solo segni e suoni gutturali, sguardi intensi però.