Stai sfogliando l'archivio mensile di maggio 2006.

Secondo Borges l’Aleph, "il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli" nello straordinario suo racconto, si trova sotto il pavimento di una camera da pranzo, in fondo ad una scala, in cantina, forse in un baule.
In un luogo oscuro insomma, un luogo riposto, come una cripta ovvero come dice l’etimo "luogo nascosto".
I luoghi bui sono le patrie arcaiche ed i rifugi dell’umanità primitiva, la culla delle culture: in ripari sotto roccia sono stati trovati i resti dei Neanderthaliani, in grotta decorazioni, graffiti, sculture della prima storia.
A me sembra davvero, certo per una mia predilezione, che nei luoghi bui stia l’arcano e forse il succo della verità, la verità prima. Negli angoli oscuri della mente, quelli ancora poco esplorabili giacciono le latenze nostre, i semi della nostra origine, le antelucane luci prime, quelle che portarono i pesci a camminare sulla terra, la scimmia figurata da Kubrick ad utilizzare un osso quale clava.
Nelle cripte vengono custodite salme o ossa di santi e martiri e l’incedere del pellegrino nel profondo delle "katacumba"(sotto/cavità) e per le anguste scale, i corridoi o cunicoli di esse, è faticoso quando non pericoloso; oltre che incutere una certa paura nonché sacro timore, può indurre a volte uno stato di introversione e di aspettativa di una eventuale rivelazione che potrebbe per alcuni avere a che fare col divino, per me con il nostro profondo che nel luogo incavato e buio trova il suo ambiente naturale e complementare.
I mitrei stavano nel profondo, nelle viscere della terra, anche quando il culto di Mitra era permesso e ufficializzato. Il dio solare Mitra, di origine vedica e messo del dio persiano del bene Ahura Mazda, portatore di salvezza, era venerato sempre in luoghi sotterranei ove venivano officiati i riti di iniziazione. In Roma nei sotterranei sotto la Basilica di San Clemente si può visitare un gran Mitreo, tombe cristiane e case pagane di varia epoca e sotto al tutto, vari piani sotto il livello stradale, si sente una vena di acqua sorgiva che gorgolia incessante e scorre da millenni ed a me, non so perché, mi fa ricordare l’antichissima fonte della ninfa Egeria, quella che confabulava con Numa Pompilio.
Per ovvi motivi il sotterraneo ricorda anche la morte perché da epoche remotissime per motivi igienici si seppelliscono i morti, quando non li si bruciano, sotto uno strato di terra, affinché le salme diventino terra nella terra.
D’altra parte le parole buio e morte sono spesso accoppiate, come il buio stesso va a braccetto con sonno/sogno che sono la nostra cantina interiore, il luogo ove si compie il cammino/collegamento verso il subconscio e/o l’inconscio.
E se in un angolo della nostra "crota" o cantina o grotta o cripta potremo incontrare l’Aleph scopriremo luce perché: "Se tutti i luoghi della terra si trovano nell’Aleph, vi si troveranno tutti i lumi, tutte le lampade, tutte le sorgenti di luce"
Di sopra: Acquerello del pittore russo Victor Hartmann (1834 –73)


Mi ha stimolato alla riflessione il manoscritto trovato da Anna, http://manginobrioches.splinder.com/, sulle cantine sue, sui sospesi ed immersi, sul nascosto, l’occultabile e il rimosso.

 E’ che a me le cantine sono sempre piaciute, anzi e meglio non solo le cantine, anche gli incavi, i ripari sotto roccia, le grotte, les caves, gli armadi profondi, le nicchie, gli anditi nei muri, i passaggi segreti. Infatti per circa anni cinque ho fatto parte di un gruppo speleologico del CAI.
Tutto questo subterraneo e oscuro fin dall’infanzia mi attrae e non è che non ami il sole anzi detesto i cieli grigi, plumbei, nordici, quei posti dove il sole è sempre lì a mezz’asta.
Per dire a Edimburgo o San Pietroburgo non abiterei mai. A Palermo e a Barcellona, sì.
Però mi attira l’andare sotto la terra, i muri e nei buchi, anche nelle crepe e negli interstizi.
Un volta, ero infante di anni quattro i miei genitori, non mi trovarono più nel loro negozio di stoffe e sartoria: ero lì che girellavo e ad un tratto ero sparito; avevano un bel chiamarmi nei tre ambienti del negozio, urlare in strada, nel cortile: niente, non saltavo fuori, ansie e disperazioni di mia madre. Poi Michele, il coupeur, si mette ad aprire tutti gli armadietti sotto le scansie e mi trova beato, addormentato tra pezze di stoffa per paletot.
Naturalmente mi presi più di uno scappellotto.  
Una volta avevamo una bella casa in campagna con vaste cantine + un cantinino profondo scavato nel tufo, detto “crutìn”, freschissimo, il sancta sanctorum della cantina, ove si tenevano le bottiglie migliori e i cibi cucinati da conservare, o un coniglio spellato, un gallina spennata appeso ad un gancio rugginoso tipo galera dell’Inquisizione. Quel crutìn grondante umidità, che aveva fatto paura a mio padre e ai suoi fratelli, a me piaceva; mi eccitava penetrarci dalla semioscurità delle cantine vere e proprie. Dopo aver scostato un cancello cigolante ed aver acceso una candela infilata in una bugia contadina, fatta di una spirale di ferro nero e un pezzo di legno tarlato, si scendeva per questa scala erosa e si intravedevano nicchie ai muri in cui stavano bottiglie e pintùn anche da 4, 6, 12 litri, a volte ancora pieni, appartenuti ai nonni del nonno: Steu, Mini, al grand Carlìn, al barba Flùp.
Al termine della discesa ci si trovava in un ambiente quadro con panche incavate sui lati e vasti ripiani su cui riposavano altre “bute” più recenti, del nonno, di mio padre e dei miei zii. Io ci scendevo lento, facevo attenzione, gli scalini scavati nell’arenaria erano smangiati da secoli, toccavo i muri e sentivo sotto le dita le gocciole della condensa sul tufo ormai pulverulento.
Il peggio ed il meglio era quando scivolavo: mi cadeva la candela che si spegneva, battevo una culata, mi infangavo e poi era che dovevo recuperare il cammino a tastoni, ciò mi spaventava ed eccitava insieme, diventavo in un flash il piccolo protagonista di un avventura favolosa: l’archeologo perduto nei meandri della tomba del faraone Tutmosis, mi mancava solo un revolver al fianco ed uno Stetson, tipo Indiana Jones, in testa.
Quando riemergevo alla luce, però, non ero nella Necropoli di Tebe ma in un’assolatissima aia monferrina ove mia madre vedendomi tutto sozzo di terriccio mi inseguiva con una ramazza….
Infatti divenuto adolescente, sempre  per la fissa mia dei sotterranei e dell’archeologia mi munii di scalpelli e mazza + lungo filo elettrico e lampadina e intrapresi là sotto, nel crutin, tutta una decorazione in bassorilievo su due pilastri ai lati dell’arco finale; mi imbacuccai di vecchie giacche, stivali e berrettone e nonostante mio padre dicesse che ero matto e mia madre temesse fortemente per la mia salute, io rimasi là sotto per ore, facendo turni per non congelarmi.
Feci pure due facce brutte con barbetta che avrebbero dovuto somigliare a due faraoni.
Mi divertii abbastanza ed a mio padre piacque il risultato, pure a mio zio Cirillo che di arte la sapeva lunga, però anche lui diceva che ero matto.
Tanto io l’ho fatto lo stesso, il lavoro che volevo.
Pochi anni dopo ci fu una pioggia torrenziale che allagò anche il crutìn e dovemmo svuotarlo con le pompe e i mie bassorilievi cominciarono ad ammuffire. La casa fu venduta e demolita poi, pochi anni dopo e credo che il crutìn sia stato riempito di macerie.
Io non ho visto e non ho voluto sapere niente.
Se no mi sarebbe venuto uno sciupùn.
 
(sopra, una magnifica incisione del grande Piranesi)

"Egregio Cartografo, ho fatto 5 diverse foto che testimoniano che il Quaderno è davvero viaggiante. Queste foto on the road, col tuo permesso, le chiamerei con facile gioco di parole Easy Writer"

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Vanitas vanitatum et omnia vanitas

di Pieter Claesz

1597 -1660

il quaderno nello studio di Mario Bianco a Torino
Il quaderno dove la creatività si squaderna…

stimolato da missy,
che trattava della situazione degli immigrati messicani negli USA,
io vorrei qui raccontare una mia storia:
di quando abitavo ad Omaha nel Nebraska circa dieci anni fa che ero andato lì per aiutare un certo mio amico Paolo architetto che aveva avuto un contatto con un certo Hugo Sanchez in Nebraska.
Allora lui mi fa: vieni anche tu qui che facciamo allestimenti mostre e tu fai direttore allestimenti io progetto, ecco, si guadagna bene.
Io sono andato là: era tutta a prima un posto discreto eccetto che c’era vicino un aeroporto strategico con dei B52 ed altro che partivano e facevano un casino bestiale tutta la notte. Però non andò come previsto che lì, a Omaha, ci fermammo pochissimo perché il Sanchez, che era uno grossissimo che pesava un quintale e mezzo ed alto due metri, si decise di trasferire tutta la sua Sanchez ditta in Richifield-Uthat per via che là era più vicino alla California che ci aveva mille lavori là, specie culturali diciamo così, anche mostre di cani. Lui faceva tutte le mostre, lui era figlio di chicanos ma nato in Missouri però parlava con me e con Paolo in spagnolo, poi mi voleva bene perché mi piacevano tacos y chili e fagioli e via dicendo che poi gli cucinai la pasta in otto modi diversi e lui non finiva mai di ringraziarmi e si abboffava come un maialone.
Però dovevo lavorare come un mulo.
Lui aveva un suo enorme furgone con cui mi portava da Richfield fino a Los Angeles tutte le settimane e io diventavo matto per questo su e giù, avanti e indietro.
Quando passavamo da Albuquerque faceva una deviazione per andare in un posto abbandonato da dio nel deserto per visitare una certa Consuelo che era una santa e faceva miracoli e aveva fatto guarire sua sorella, non mi ricordo più come si chiamava, da una forma di Herpes o fuoco di Sant’Antonio. Lui era superstizioso da morire e aveva la cabina del furgone piena di santi & madonne.
Dopo due mesi già non ne potevo più di viaggiare e lavorare come un asino con lui che però lavorava come mulo doppio.
Mentre io dicevo agli operai, tutti chicanos, come mettere i pannelli, come piazzare i fili, le illuminazioni e fari etcetera, lui già gridava tutti i cristi possibili che si faceva troppo tardi e fare in fretta e così via. Allora io gli avrei sparato.
Tutti gli avrebbero sparato. Sembrava un ercole infoiato assatanato indiavolato.
Poi però c’era una cosa interessante in questo lavoro e viaggi tra Richfield e la California: qualche volta ci andavo in aereo ma con un aereo speciale.
Era un Antonov AN2, il volatile, mi piaceva da matti, era un biplano russo monomotore robustissimo e panciuto, dentro ci stavano un enormità di colli, un aereo comprato dal signor Chang ad un’asta di materiale ex-sovietico, sì, perché l’Antonov era del signor Chang che era socio di Hugo, un socio di maggioranza a dire la verità, un socio preponderante anche se alto solo 1,60 circa. Io li ho visti discutere alcune volte ‘sti due in piedi uno di fronte all’altro: il chino parlava spagnolo pure lui, erano una vera contraddizione, Sanchez colossale con la sua eterna tuta blu unta e il berretto rosso e il cinese minuto azzimatino sempre in giacca nera camicia bianca e jens azzurri. Hugo prima sbraitava poi Chang alzava il ditino e mostrava i denti e sibilava viperinamente e faceva paura, vi dico.
Infatti Hugo poi si metteva sull’attenti e non replicava più, Chang si girava di scatto accendeva una sigarettina fine e spariva con Mochica, uno strano tipo indio che gli guidava a volte la Jaguar e sputava per terra, sempre.
Un certo Erminio, che la sapeva lunga ed era parente alla lunga di Sanchez, mi disse che Chang era ricchissimo perché faceva pure lo strozzino dei cinesi.
A parte il tipo Chang, parecchie volte sono partito da una specie di aereoporto o pista commerciale di Richfield per volare ad un altra pista per cargos vicino a Pasadena.
Riempivamo la pancia del mostro, che può portare anche 12 persone, di tutto il possibile, scatoloni, pannelli, materiali di ogni genere e poi via, magari in due, per il cielo. Pilotava un mezzo/filippino, certo Oscar, sempre allegro e mangione; si faceva dei panini con la frittata di patate e cipolle che riempivano di profumo tutta la cabina, me ne mollava pure dei bei bocconi e rideva e diceva italiano…catzo… italiano… catzo e beveva un catzo di suo sciroppo di ciliege strano chenonso. L’aereo si tirava su, decollava con un fracasso incredibile di questo motore stellare potentissimo, poi si metteva in quota e Oscar tirava fuori il suo cibo, il "pitto", così lo diceva lui, e mollava a me i comandi per qualche miglio, anche 50 magari, sul deserto, perché io da giovane ho fatto un corso di pilotaggio ma non presi il brevetto.
L’America vista dalla cabina luminosa di un aereo così, da circa 2000 piedi, è bella da matti, specie le montagne e il deserto Mojave tutto giallo terroso e il corso del Colorado river che ho passato diverse volte.
Tanto sulle città non si può volare, tanto meglio così.
Una volta siamo andati fino a Phoenix in Arizona, traversando l’altipiano del Colorado che è tutto rosso ruggine e giallo ocra e brillante e il cielo è blu talvolta così scuro che spaventa, se non ci fossero tutti ‘sti aerei in giro sarebbe meglio, e sembrerebbe di essere all’epoca degli indios Pueblo.
Mentre stavamo ritornando da Phoenix dopo il lavoro ed eravamo io, Paquito, Pino, Brunton il moro, Everardo e Julio, senza altri pesi a bordo ho detto a Oscar se ci portava a vedere dall’alto il confine col Mexico, il muro o i reticolati. Lui, Julio e Paquito si sono alterati, hanno chiesto se ero diventato matto, mi hanno urlato che se uno si avvicina in aereo o elicottero senza permesso al confine gli possono pure tirare addosso con i caccia che si alzano da Tucson.
Io allora mi sono zittito.
Loro hanno detto che di quel confine lì è meglio nemmeno parlarne, per di più Julio era clandestino.
Poi dopo altri tre mesi mi è venuta la nostalgia tipica da italiano tipo: partono i bastimenti per terre assai lontane, so’ emigrante…e me ne sono tornato.
Paolo è rimasto là, in America, ma non USA, che questi States non gli piacevano proprio più; l’ho presentato a mio cugino Ernesto, pure lui un specie di architetto che lavora a Toronto, ed adesso sono nove anni che traffica là, contento come una pasqua, lui.
Io ho nostalgia dell’Antonov, più che altro.
Hugo Sanchez & nipoti

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