Stai sfogliando l'archivio mensile di febbraio 2006.

           No, è che ‘sto librone qui che vede lei, dottore, è una cosa strana che l’ho presa in mezzo ad un pacco di roba interessante che me l’ha ceduta un cliente mio di Genova che era di suo zio, ch’era morto. E c’era un bel po’ di materiale geografico, specialmente francese, anche roba di carte marittime, portolani, cose così, atlanti anche belli vede…?
Ma questo forse non avrei dovuto prenderlo che non l’ho visto bene, ho fatto un blocco; anzi a lei che è un cliente fedele glie lo dico, anzi adesso lo apprezzo molto, è tutto fatto a mano, disegnato a inchiostro…
No, per dire, sembra sembra, ma è una cosa di valore tutta disegnata, cioè: non è un atlante vero e proprio ma è proprio, come dire, un‘opera autentica, anzi artistica magari anonima, sì, un’opera di fantasia, magari, ma poi lei che è una persona colta e si vede… trova l’autore, cioè io non sono specializzato proprio in questo ramo, più opera d’arte, direi. Poi il materiale, scusi se dico, ma tutta pergamena vera e sana, ecco, guardi che pagine intatte, solo qui in fondo due o tre gore d’umido e basta….
Guardi, perché é lei, perché è proprio lei, guardi facciamo così: le do le altre tre guide Marechal, mappe comprese, più il codice qui, che ha in mano, a euro 120, tutto compreso… ci rimetto, roba da ridere, anzi da piangere…..
 

Il signor Bruno fece un mezzo sorriso, bocca storta al mercante Franchini da Voltri, mentre lo sogguardava di lato alla bancarella posta al limitare della piazza del mercato di Nizza Monferrato, poi estrasse due cinquanta euro e glie li ficcò direttamente e duro in mano: E’ una vita Franchini…è una vita che ci conosciamo…dai, faccia il piacere, non dica di più, mi incarti la roba che è ben pagata con cento, profumatamente…
Con una borsa grande, una specie di valigia inglese a scacchi, vecchia di circa sessantanni, contenente gli acquisti della mattinata appesa alla mano sinistra, il Bruno se ne andò a testa prima facendo segni con la destra all’indietro verso il Franchini; quindi si calcò in testa il suo panama originale equadoregno, bistrattato da troppe manate e si portò caracollando singolarmente verso la sua autovettura percorrendo una rotta curva che tangeva appena alcuni altri banchi di macchine fotografiche, piccole ciaraffe varie, minuterie e maniglieria in ottone, su cui lanciò sguardo piuttosto sdegnoso.
Indi sbuffò entrando nell’auto ardente in un tardo maggio selvaggio di solleone, vento e polveroni.
Percorse in curve e controcurve le sue amenissime colline ove il fondo valle è immenso oceano che va su su fino al cielo tiratissimo e vigne e peschi sono giungle ribollenti intricate di mangrovie. E lui guidava e fischiettava palpando di tanto in tanto, quasi meravigliosa coscia di femmina vahinè pure essa infuocata, la sua valigia che stava sul sedile accanto, il bagaglio già del commissario K.Lentulus trovata in Portobello Road alcuni anni prima. Palpava e sentiva dorsi costole spessori di pagine e la forma più ampia dell’Atlante manoscritto. Già… una bella cosa… cosa strana, anche stramba però.
Sembra bello fatto a mano, forse mappe di isole del Pacifico, una stranezza. Mai visto cose così, robe da dilettanti o matti o viaggiatori solitari o viaggiatori curiosi…..sì…così…curiosi… una curiosità.
 

Con gesti accorti il Bruno nascose la borsa valigia dietro la propria figura mentre entrava in casa udendo la voce della signora sua moglie Ernestina che senza averlo scorto già imbastiva un predica o protesta pregiudiziale sul come e quando e cosa di nuovo e strano e inutile avesse comprato che c’erano già gli armadi e gli scaffali pieni di baracche di ogni genere ordine e grado e libri inutili non parliamone: delle carte geografiche lasciamo perdere che è meglio, ché sprecare i soldi non va bene neanche fossero tanto ricchi. L’Ernestina si affacciò alfine con un mestolo in mano nell’ingresso o soggiorno che fosse e seppe che il marito di volata di sopra era salito per nascondere al più presto il frutto delle sue ricerche e spese; gli urlò perciò di farsi furbo, di non fare il bambino e scendere che comunque era pronto quasi in tavola un cosa buona, che gli piaceva moltissimo come le polpette in umido più le patate al forno.
Era un donna soccorrevole e comprensiva, in fondo in fondo, delle bizzarrie del marito.
Nel pomeriggio semifestivo il Bruno in brache corte e sandali si insediò nel suo studio e slargò bellamente a ventaglio i recenti acquisti sul tavolo di ciliegio del nonno che tutto somigliava al ripiano cartografico sulla plancia del brigantino Beagle. Dette uno sguardo professionale ma sommario alla guide Marechal di strade sahariane, indi postele in pila a sinistra, ci batté un pacca sopra facendo tremare un poco le gambe del tavolo, si fregò le mani poi e prese con cautela curiale il libro o quadernone pergamenaceo di formato doppio quasi fosse messale miniato o rinascimentale codice d’ore. Osservando che il medesimo portava ancora tracce di una polvere sottile, quasi farina ambrata la asportò delicatamente con pennellessa di martora che cavò dal tiretto del suo amato tavolo o tolda.
Sternutì in seguito almeno otto volte per le polveri sparse in giro, si adirò con sé stesso, sbattacchiò la sedia e si riaccomodò all’osservazione del manufatto che portava sulla prima pagina, un poco accartocciata da minute ondulazioni, una scritta corsiva stilata a mano in inchiostro seppiato

 
O Atalante et pur Cabreo
des islas et penisulas Brangel, Zrangel et Masseter

Già si divertì al pensiero che ad alcuno fosse venuta la buffa idea di scrivere un titolo simile, e in una lingua forse inesistente o arcaicizzante o dialettale, d’altra parte non si stupiva più di tanto che quando aveva fatto l’acquisto si era reso conto di prendere un‘opera strana, forse di compilazione e fantasia. Tuttavia fu preso da dubbi scientifici e volle verificare seriamente se invero esistessero isole Brangel o Zrangel, consultò un enciclopedia geografica quindi si spostò al computer e fece una ricerca sul web ove non risultò la presenza nell’orbe terraqueo di terre emerse o sommerse di tali nomi, per quanto vi si poteva trovare qualche analogia con il cognome di un cartografo ed esploratore russo tale Ferdinand Petrovic Vrangel che nella prima metà dell’Ottocento esplorò alcune zone del Mar Artico.
Dopo la copertina, comunque, stavavi pagina bianca come pagina numero 1, come pagina numero 3 altra scritta sempre in elegante corsivo seppiato ma più minuto così concepito:

 
Islas decouvertas des Monziòus Pralognan & Maransan & Zabaldan
qui voyageron de quod et de lod per st’ islas int’u 1778 et 1779
et tout referiron int’ O Atalante o Cabreo de routes e de navires
et de coumers e de gens novas et vejas
hecho in Arelate par Paul Reverdin
 

 
 

Il sorteggio è stato effettuato da pasciuto bimbo bendato prestatomi dai Monopòli di Stato: la mano innocente ha estratto il numero sfogliando le pagine d’un libro sul Dadaismo: il numero era il 10, corrispondente, nel foglio che raccoglie tutti gli indirizzi del tour, alla stazione di PADOVA.

Dal diario del quaderno, 19 febbraio 2006

Sono appena arrivato a Messene, o Messina, città falcata posta sotto la benedizione d’una Madonna, una Lettera e un errore di sintassi. Colapesce m’aspettava sul molo, sorridendo a lampi neri, e m’ha offerto alghe, focaccia con la tuma e nannata fritta. Le sirene sono carine ma molto pettegole. Poi Colapesce m’ha salutato, che doveva prendere servizio, e io sono rimasto affacciato sul lungomare.

Davanti alla piazza del Municipio, dove conversano Ficus primordiali, magnolie e bouganvillee rosa, proprio sopra la linea ferrata del tram, sono passati due signori a cavallo, alti cinque metri e un pezzetto. Mata e Grifone, si chiamano. Sono i signori della città, saracini e un poco cristiani, che non si capisce. Ma qui mi sembrano tutti saracini e un poco cristiani, che non si capisce. Ho mangiato biscotti a esse e piparelli con gli occhi di mandorla nella granita. Non era molto dolce (Mata m’ha detto in un orecchio che qui è così).

Allora sono andato un poco in giro, e ho saputo che qui c’è stato un grande terremoto, ieri o l’altroieri. Ci sono infatti molte cose rovinate, e mancano un sacco di persone all’appello (soprattutto negli uffici, mi dicono). La terra ancora non è quieta, e certe volte di notte si sente smuovere da sotto, e la gente ficca la testa sotto il cuscino, per non sentire e non vedere.  Però qualche volta non è nemmeno il terremoto: sono Scilla e Cariddi che litigano nello Stretto, sotto Punta Faro. La gente per non sentire alza il volume dei televisori. Ieri sera c’era Orgoglio. Ma forse c’è spesso, orgoglio, dove non si sa.

 

 

Il quaderno è ora laggiù, lontano lontano, è arrivato a Messina. In un "altrove" temporale prima che geografico. In settimana inizieranno le operazioni di sorteggio della sua prossima meta. Stazioni di transito fuori da ogni velocità, scartamento ridotto.

Il quaderno è partito, verso Sud! Le stazioni previste, ad oggi, sono ben 27. In molti mi avete fatto osservare che sarebbe preferibile immettere nel tour una buona dose di Caso, ad esempio sorteggiando di volta in volta il destinatario successivo (e abbandonando la mia visione "ciclistica" e lineare dell’itinerario). Si può fare. Che ne dite?  Insieme al quaderno sta una busta con le istruzioni del progetto (un po’ di regole ci vogliono…) che vi riporto qui in sintesi:
1. quando ricevi il quaderno avvisami con la posta elettronica (indicata nella lettera);
2. puoi tenere il quaderno con te una settimana;
3. è preferibile che ognuno non utilizzi più di 3 pagine – 6 facciate – del quaderno (incontinenti che non siete altro…) in modo che tutti i destinatari abbiano "spazio" d’espressione (e se volete più spazio…compratevi un altro quaderno o incollateci un foglio, ad organetto e in sedicesimi…..)
4. nella vostra settimana riceverete via mail l’indirizzo al quale rispedire il quaderno e la busta delle istruzioni (ognuno può spedirlo come vuole, anche consegnarlo a piedi e a mano. Con posta prioritaria l’invio costa 2 euro)

Buon viaggio!

se va.
ma sì che va
ma sì che va…
Messina > Lecce > Lecce >Bari > Caserta > San Nicola la Strada > 
Ceccano > Fiano Romano > Castelnuovo di Porto > Roma > Roma
Piombino > Livorno > Pisa > Sesto Fiorentino > Bertinoro >
 
Bologna > Casale di Felino > Sermide >  Padova > Casale Monferrato >
Torino > Torino > Albiate > Cantù > Calco.
Antica mappa tratta dal sito http://www.fpettinaroli.it/

Se avete già inviato il vostro indirizzo postale presso languageplayer@yahoo.it
(o messaggeria di splinder) ma non riconoscete la vostra località nell'itinerario,
comunicatemelo! Il quaderno dovrebbe partire nel corso della settimana entrante
.

 

 

Sullo Studio del ritratto di Innocenzo X di Velazquez di Francis Bacon 1953

Quasi a dire che l’ottusità dello sguardo

sia più brutale ed insensata

di occhi grifagni ed indagatori

come quelli che ritrasse

il mirabile Diego

questo studio converge

in un capo livido

sormontato di violacea berretta

verso cui concorrono i gialli acidi sgranati

che simulano un aureo trono

e che gabbia sono

a rinchiudere parvenze

di rocchetto e mozzetta sbiaditi

e mani ormai disfatte.

Il fantasma del ’53

ancora sgomenta

e semina terrore senza fine

la bocca spalancata

in una avidità assoluta insaziabile

che tutto vorrebbe divorare

forsanche l’orbe terraqueo

e convogliarlo nella sua buia gola

o spelonca a possedere inglobare

ed assimilare l’impossibile.

Simulacro, fantasma o spettro che sia

di umana sembianza

è qua a evocare ancora una volta

quel nero ed assurdo

incomprensibile vuoto

che dietro sta al trono

e che genera mostri

di cui siamo, ahimè, partecipi

in quanto bestie

parenti in una medesima specie:

fratelli anche di Francis l’irlandese

che cotesta opera terrifica coniò

esasperando il più ripugnante ritratto

che un successore di Pietro il pescatore

avesse mai avuto,

quasi a dirci, come soleva, ancora una volta,

che qua c’è poco da ridere.

Mario Bianco. 27.1.2001

Seguendo, l’altro giorno, le indicazioni di una strana cartina mito-geografica che indica ove risiedono gli Dèi, com’è l’Olimpo e in che punto del mondo astro-terreno si siede Giunone per esempio, trovai la nominata officina di o dei Vulcano, dove svolgevasi grande opera di maestro fabbro.
C’era pure una finestra, alla quale mi sono avvicinata con l’orecchio, senza dare nell’occhio, ed ascoltavo smartellate sui ferri incandescenti e bestemmie e incazzature e quella là mi fa diventare matto e via così.
Dalla finestra uscìan scintille lunghe dieci metri e il martello rullava così forte, sul metallo rosso di brace, che la terra tremava. E il tram quattordici, che passa di lì, saltò anche la fermata.
Che quello urlasse di Afrodite? Che i fratelli litigassero tra loro per la società di ginecologia?
Ca nun se sa, feci un disegno che qui posto, e poi scappai con la matita dietro l’orecchio più veloce del fulmine. O per lo meno, ci provai.

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