Stai sfogliando l'archivio mensile di febbraio 2006.
No, è che ‘sto librone qui che vede lei, dottore, è una cosa strana che l’ho presa in mezzo ad un pacco di roba interessante che me l’ha ceduta un cliente mio di Genova che era di suo zio, ch’era morto. E c’era un bel po’ di materiale geografico, specialmente francese, anche roba di carte marittime, portolani, cose così, atlanti anche belli vede…?


Dal diario del quaderno, 19 febbraio 2006
Sono appena arrivato a Messene, o Messina, città falcata posta sotto la benedizione d’una Madonna, una Lettera e un errore di sintassi. Colapesce m’aspettava sul molo, sorridendo a lampi neri, e m’ha offerto alghe, focaccia con la tuma e nannata fritta. Le sirene sono carine ma molto pettegole. Poi Colapesce m’ha salutato, che doveva prendere servizio, e io sono rimasto affacciato sul lungomare.

Davanti alla piazza del Municipio, dove conversano Ficus primordiali, magnolie e bouganvillee rosa, proprio sopra la linea ferrata del tram, sono passati due signori a cavallo, alti cinque metri e un pezzetto. Mata e Grifone, si chiamano. Sono i signori della città, saracini e un poco cristiani, che non si capisce. Ma qui mi sembrano tutti saracini e un poco cristiani, che non si capisce. Ho mangiato biscotti a esse e piparelli con gli occhi di mandorla nella granita. Non era molto dolce (Mata m’ha detto in un orecchio che qui è così).

Allora sono andato un poco in giro, e ho saputo che qui c’è stato un grande terremoto, ieri o l’altroieri. Ci sono infatti molte cose rovinate, e mancano un sacco di persone all’appello (soprattutto negli uffici, mi dicono). La terra ancora non è quieta, e certe volte di notte si sente smuovere da sotto, e la gente ficca la testa sotto il cuscino, per non sentire e non vedere. Però qualche volta non è nemmeno il terremoto: sono Scilla e Cariddi che litigano nello Stretto, sotto Punta Faro. La gente per non sentire alza il volume dei televisori. Ieri sera c’era Orgoglio. Ma forse c’è spesso, orgoglio, dove non si sa.



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Buon viaggio!

se va.
ma sì che va
ma sì che va…
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Sullo Studio del ritratto di Innocenzo X di Velazquez di Francis Bacon 1953
Quasi a dire che l’ottusità dello sguardo
sia più brutale ed insensata
di occhi grifagni ed indagatori
come quelli che ritrasse
il mirabile Diego
questo studio converge
in un capo livido
sormontato di violacea berretta
verso cui concorrono i gialli acidi sgranati
che simulano un aureo trono
e che gabbia sono
a rinchiudere parvenze
di rocchetto e mozzetta sbiaditi
e mani ormai disfatte.
Il fantasma del ’53
ancora sgomenta
e semina terrore senza fine
la bocca spalancata
in una avidità assoluta insaziabile
che tutto vorrebbe divorare
forsanche l’orbe terraqueo
e convogliarlo nella sua buia gola
o spelonca a possedere inglobare
ed assimilare l’impossibile.
Simulacro, fantasma o spettro che sia
di umana sembianza
è qua a evocare ancora una volta
quel nero ed assurdo
incomprensibile vuoto
che dietro sta al trono
e che genera mostri
di cui siamo, ahimè, partecipi
in quanto bestie
parenti in una medesima specie:
fratelli anche di Francis l’irlandese
che cotesta opera terrifica coniò
esasperando il più ripugnante ritratto
che un successore di Pietro il pescatore
avesse mai avuto,
quasi a dirci, come soleva, ancora una volta,
che qua c’è poco da ridere.
Mario Bianco. 27.1.2001
Seguendo, l’altro giorno, le indicazioni di una strana cartina mito-geografica che indica ove risiedono gli Dèi, com’è l’Olimpo e in che punto del mondo astro-terreno si siede Giunone per esempio, trovai la nominata officina di o dei Vulcano, dove svolgevasi grande opera di maestro fabbro.
C’era pure una finestra, alla quale mi sono avvicinata con l’orecchio, senza dare nell’occhio, ed ascoltavo smartellate sui ferri incandescenti e bestemmie e incazzature e quella là mi fa diventare matto e via così.
Dalla finestra uscìan scintille lunghe dieci metri e il martello rullava così forte, sul metallo rosso di brace, che la terra tremava. E il tram quattordici, che passa di lì, saltò anche la fermata.
Che quello urlasse di Afrodite? Che i fratelli litigassero tra loro per la società di ginecologia?
Ca nun se sa, feci un disegno che qui posto, e poi scappai con la matita dietro l’orecchio più veloce del fulmine. O per lo meno, ci provai.

