Scrivere sulla pietra
Non è che lasciasse indenne Ernesto da tormenti tutta la storia dell’eredità, dell’alloggio, dei bigliettini soprattutto; quei foglietti anche dopo tre mesi dalla liquidazione dei beni dello Zio Erasmo lo rodevano di dentro, lo martoriavano, se li sognava, se li rivedeva a volte davanti agli occhi mentali mentre era lì con Manuel che discuteva del carburatore della Rover o dello spinterogeno di una vecchia Opel.
Quando litigava con Gina, e ci si baruffava sempre più spesso, riaffioravano i motti venefici, laceranti dello zio, gli si ristampavano scalpellate nelle meningi le lapidarie definizioni su sua moglie, che ormai non era più sua moglie, solo un figura in grigio blaterante per le stanze, una ballerina fantasmatica senza senso.
I suoi figli, i "loro" bambini non li vedeva quasi più. Due scolaretti vani, stupidelli anche essi sfumati in ombre: arrivava a pensare che potessero essere il frutto malefico di schifosi coiti consumati da Gina con lo zio Erasmo.
Non dormiva bene, proprio no, si rivoltolava sulla branda del soggiorno in un viluppo di lenzuolo e coperta, digrignando spesso i denti e immaginando delittuose vendette. Quando si assopiva, sognava di lascive prestazioni di Gina, di uno zio vampiro che gli succhiava le midolla, di paesaggi notturni su cui si erigevano croci fiammeggianti su cui lui ardeva, si consumava straziato. Per rimediare alle tormentose notti prese ad assumere psicofarmaci che lo rintontolivano fino al mattino, per cui arrivava in officina come ubriaco e sbagliava bulloni chiavi contatti; poi osservava il tristo Manuel che lo fissava storto.
Una bella mattina, proprio bella, piena di smog fetente, mentre saliva sul tram 316, con cuore rabbuiato quanto il cielo, vide in mano a due fanciulle straniere, che gli si premevano a fianco, un album con foto di una possente montagna che improvvisamente lo stregò. Sentì un nome incomprensibile, osò chiedere, sentì nominare Turchia, forse Cappadocia, forse: non sapeva bene Ernesto.
Nella notte rivide la montagna e sapeva di respiro, di alte arie, di dimora di pace, forse di dei.
Non lasciò passare più di una settimana che lasciò, anzi liquidò l’officina a Manuel con tutti i relativi guadagni per sei mesi, quindi versò quasi metà dell’eredità erasmiana a Gina, ché se ne stesse cheta e per un bel po’ non lo cercasse.
Poi si imbarcò su di un aereo per Istanbul.
Non vide né magie di Bosfori, né Corni d’oro o d’argento: niente, solo un albergo vicino all’aeroporto per una notte, vari bicchierini di raki e poi un altro aereo per l’antica Cesarea.
E faceva freddo, abbastanza; ma c’era un’aria fina, mura antiche e un sapore d’Asia sotto i piedi, contava soprattutto quella montagna là, brillante nel sole immensa maestosa come una bella madre che partorisce mille figli in gran pace; coperta, ammantata di neve stava e quel bianco abbagliava mentre lo zio Erasmo si sfumava, tendeva a sciogliersi, a morire davvero.
Mangiò, dormì, si lavò, stette molti giorni Ernesto a gironzolare per la antica città murata, per le campagne, a piedi, in bicicletta, in bus per i dintorni, ma non proprio sotto sotto al sacro monte e vulcano Argeo che da ogni punto si vedeva e dominava. Ne aveva quasi paura, un timore reverente: ma gli faceva bene ammirare la montagna e respirarne l’aria.
Non si sentiva pronto ad approssimarsi troppo, a calcarne le pendici, era come una cosa che sentiva magica, che il suolo suo era sacro, benefico da millenni, dalle origini di quelle terre, quando il vulcano emerse con colossale sbuffo e si mostrò ad un mondo vuoto di sguardi.
Stette una quindicina di giorni in un piccolo albergo di Cesarea, non parlò mai con nessuno: i suoi passatempi erano le lunghissime camminate per le campagne per tratturi per sentieri sempre in vista del monte. Assaggiò di tutto, odorò di tutto, vide molti colori di spezie, si saziò di cibi spesso monotoni a cui non era abituato, stupì per il vino locale e per le vigne, si recò sovente a sostare in una grande antica moschea ove stava di indagare i ghirigori degli affreschi sulla cupola e sui pilastri. Stava scalzo, sui tappeti, nell’ombroso spazio ad ascoltare, sentire l’alleggerirsi dei suoi pensieri e sovente in testa gli sopravveniva un silenzio rassicurante.
Decise poi di cambiare, quando il freddo cominciò a diminuire e gli sopravvenne un lampo di coraggio: compose i suoi magri bagagli e prese un bus, si avvicinò di più al monte.
Trovò modesto alloggio in un paesotto ormai molto vicino alle falde della montagna, acquistò un binocolo e passava ore a fissare la cresta da vari punti di vista. Assunse l’aspetto di uno strano, arcaico pellegrino, si fasciò la testa di scure fasce e sciarpe colorate che lasciava cadere anche sul suo spesso giaccone.
Un giorno osò salire per le pendici tra i sassi scuri, respirando la finissima aria gelida, si sentiva uno sfidante, quasi un ardito, mentre esplorava le prime nevi e vagava faticosamente fuori dei sentieri: gli pareva di udire lontani tuoni sulla cima, osservava ansioso se venisse una qualche apparizione tra le nubi che spesso velavano la vetta. Tutti i giorni marciava in giro per ore rosicchiando frutta secca, mele, pane e bevendo un misto di tè e vino da un otre. Tanto percorse le falde che quando il tempo ancora migliorò pensò di trasferirsi tra le rovine di un antico villaggio disabitato, per esser veramente, in ogni ora, sul monte: per essere vicino alle voci degli dei.
Si caricò di due zaini di masserizie, poi fece portare i suoi bagagli da un mulattiere il più vicino possibile al paese ove aveva trovato una baita ancora praticabile e riattabile con poco sforzo, con qualche legno, con qualche telo.
Eresse il suo rifugio, la sua tana, la impermeabilizzò, la fortificò, la rese un poco vivibile: cucinava tra le pietre, dormiva, camminava, beveva in una gavetta, fumava una pipa e guardava in su, aspettava la visita di animali, sentiva urli strani la notte, vedeva in lontananza dei cani che potevano pure essere lupi, anche orsi, anche leoni, anche draghi, anche dei.
Passò settimane nella sua baita a circa 2000 metri; là arrivava raramente solo qualche pastore con cui scambiava parole mozze, gesti, mormorii, bofonchii, cose, comprava formaggio, carne, anche pani, tabacco. I pastori raminghi parevano indù, forse erano zingari ed a volte cantavano nenie, Ernesto si univa al canto a bocca chiusa, additava la vetta e significava.
Un giorno, un pomeriggio rosso e tardo Ernesto vide piantato nell’arido terreno pietroso un masso oblungo che proiettava lunghissima ombra sul pendio: forse un tempo era stato un termine di proprietà o cosa sacra. Si soffermò a toccarlo, a tastarlo per sentirlo, per scrostare un qualche lichene, poi cavò dalla tasca il suo robusto coltello e cominciò ad inciderci qualche segno, per prova, perché si sentiva spinto a farlo non per lasciare ricordo ma per fare qualcosa di propiziatorio, un gesto primitivo che veniva dalla notte dei tempi.
Lavorò fino a notte a incidere, consumò praticamente la lama del coltello quindi proseguì con sassi aguzzi, con sforzo, tenacia e quando ritenne di aver finito il lavoro gli si affacciò la domanda: Perché? Non c’era un perché, non c’era un perché al fatto che lo zio Erasmo scrivesse biglietti osceni, offensivi, squallidi, non c’erano perché alla nequizia dello zio medesimo, alla sua falsità e perversione, non c’era un perché alla sua opera, anzi l’indomani avrebbe comprato al villaggio di Ingesu uno scalpello ed una mazzetta, sì, ed avrebbe inciso, sì, pietre, sassi, massi, avrebbe fatto dei segni inoffensivi che solo la montagna e suoi venti, i suoi spiriti, gli Ittiti, i draghi, i lupi avrebbero capito.
Non c’era un perché.
Ernesto ogni giorno, eccetto nel caso di tempesta, partiva di buon mattino con lo zaino carico di una pietra lunga raccolta tra le rovine e saliva faticosamente ad un qualche punto del monte, piazzava bene in piedi il sasso e cominciava ad incidere a scalpellare a graffire simboli figure o righe ondulate o dritte o occhi o cuori o fiche o falli. Lui cantava, lui fischiava, a volte passavano i pastori e lui salutava, loro ridevano, facevano segni, i cani abbaiavano, le pecore sfilavano.
A notte tornava al rifugio dopo aver ben constatato la solidità della sua opera.
Riuscì a piazzare circa sessantatré pietrefitte lungo tutto il perimetro del monte Argeo; lui diventò bruno e bruciato dal sole come i pastori zingari, come uno sherpa; un giorno poi alzò le braccia al cielo e capì che gli dei erano contenti, lui lo sentiva, sentiva mormorii benevoli nel vento.
Ernesto cantò più a lungo, fece pure una danza di gioia e brindò alla montagna al vento alle pietre ai fumi ai misteri dei soli e delle notti, ai lupi agli zingari agli Ittiti ad Alessandro Magno ai re di Pergamo ai Selgiuchidi ai Turcomanni a San Biagio di Cesarea ai mari ed alle nuvole.
Dopo tre mesi disfece la sua baracca, scese dal monte e prese il bus per Cesarea e poi l’aereo per Costantinopoli.
Quando arrivò a casa nessuno lo riconobbe.