Stai sfogliando l'archivio mensile di ottobre 2005.

Larice prozio di Victor, località Campello Monti(Valstrona, Vb), 1305m.  Campello Monti(Valstrona Vb), 1305m.  sentiero in direzione bocchetta Rimella, 1320m.  cascata e ponte in direzione cima Capezzone sotto l'alpe Iazzi (Valstrona Vb), 1472m.  Campello Monti dall'alpe del Vecchio (Valstrona, Vb), 1465m.

Balise e monte Rosa, da quota 1924m.  Balise e monte Rosa, da quota 1924m.  bocchetta di Rimella, 1924m.  alta val Mastallone(val Sesia, Vc), da quota 1924m.  monte Rosa, da 1924m.

alpe Pianelli, 1801m.   alpe Wan (val Mastallone, Vc), 1470m.  alpe Selle (val Mastallone, Vc), 1447m.  alta val Mastallone (Vc), da quota 1500m.  alpe S.Giorgio (val Mastallone, Vc), 1401m.

ultimo tratto di sentiero dopo il valico della Bocchetta di Rimella o Campello, 1350m., località S.Gottardo di Rimella (Vc)  Foglia trovata sul fondo dello zaino, 307m., località Borgomanero (No)

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per gentile concessione di Matisse (cf00052520)

<< So anche che molto spesso sono piovuti dei pesci. A ogni modo, Fenia, nel II libro della sua opera I magistrati di Ereso, dice che una volta nel Chersoneso (il nome in greco significa semplicemente penisola, forse qui s’intendeva la penisola di Tracia, NdR.) piovvero dei pesci ininterrottamente per tre giorni; e Filarco, nel suo IV libro dice che la gente ha spesso visto piovere dei pesci, e spesso anche del grano, e che la stessa cosa è avvenuta con le rane.
In ogni caso, Eraclide Lembo, nel XXI libro della sua Storia, dice: "In Peonia e in Dardania (regione della Macedonia la prima e Serbia attuale la seconda, NdR.) , si dice che prima di ora siano piovute delle rane, e tale era il numero di quelle bestie che le case e le strade ne erano piene. All’inizio, per alcuni giorni, gli abitanti, cercando di ucciderle e rinchiudendosi nelle case, cercarono di resistere all’invasione. Ma quando si accorsero che non approdavano a nulla –trovavano tutti i loro tegami pieni di rane, e rane bollite e arrostite in mezzo a tutte le loro pietanze, e, inoltre, non potevano utilizzare l’acqua, né porre piede a terra per i mucchi di rane che erano ovunque- , infastiditi per più dall’odore delle rane morte, decisero di abbandonare il paese". >>

Venerdì 21 ottobre, ore 20.

Presso il Diwan Café di via Baretti in Torino,

Angela Ravetta presenterà "Di Ruggine In Rugiada" del nostro Mario Bianco, lì presente.

Ecco.

scailain ad san salvari

[scailain di San Salvario]

Ne parla anche Anna Setari qui.

Ne dice pure Franz Krauspenhaar qui

p.

scoiattoli volanti

scoiattoli volanti

SCRIVERE A MATITA
clic per approfondimento grafologico … il mio amico GinoT. per telefono mi dice: Sai Mario, ho il computer impallato da più di una settimana, ero in una sala di attesa sapevo di dover aspettare un bel po’, mi sono portato un quaderno a quadretti e una matita! Ho cominciato a scrivere appunti per un racconto, a matita, pensa un po’, con la matita!
Lui era stupito per il suo ritorno ad un tradizionale oggetto scrivente, ormai inconsueto.
Io non mi sono stupito.
Io porto sempre una matita con micromina 0,5 (anche due) nel taschino della giacca della camicia del soprabito dell’impermeabile del giaccone. Non posso vivere senza una matita sulle carni, vicino al cuore: posso dimenticarmi, uscendo di casa, delle chiavi ma non della matita e per questo ne possiedo tante: di legno, di metallo, di plastica, di bachelite, di alluminio, micromina 0,5 0,7 0,2; ho pure ereditato delle matite da mio cugino Sandro; una di queste è nera a sezione esagonale, intonsa, con su stampigliato in argento un fascio littorio e bene impresso: FERROVIE DELLO STATO.
Poi ne ho avute e comprate di quelle cinesi ceke americane tedesche francesi Hardmuth Kohinoor Presbitero Fila Faber, quelle che già la maestra elementare ordinava: matita Faber n.2, mi raccomando.
A volte in giro per mercatini ci ricasco a comperare l’ennesima matita rossa e blu, da correzioni o quella copiativa, verniciata di giallo, di quelle che ti metti in bocca la mina, fa schifo, e scrivono viola.
Ci ho un pezzo di anima nelle matite.
Quando ancor non sapevo scrivere disegnavo dappertutto e fregavo matite a mio padre, se non avevo matite cercavo mozziconi di matita da falegname, quelle piatte, scaglie di mattone, carbonella, fiammiferi bruciacchiati e facevo segni; poi me le prendevo perché istoriavo tutto, muri, tessuti, abiti, zoccoli, scarpe, tavoli, retro di libri.
Allora per evitare danni e farmi sfogare hanno cominciato a darmi rottami di cartone, di quelli che ci sono nelle pezze di stoffa e lì sopra ho raffigurato tutte le guerre possibili, i soldati di tutto il mondo, carriarmati, spade, mitra, Iliadi complete, Ulisse e la sua gang, bersaglieri e marinai, bombardieri B17 e Stukas.
Poi ho incominciato ad usare a scuola la penna a cannuccia col pennino. A quell’epoca nei giganteschi scomodi tarlati banchi di legno stava incastrato un calamajo di stato in cui il bidello in camicione nero ogni settimana versava, da una specie di sacratissima ampolla in vetro verde il repellente inchiostro di stato condito con grumi noduli filacci schifezze e mosche morte, sempre di stato.
Era molto difficile scrivere con quell’intruglio, i pennini si intasavano e ci sarebbe da scrivere uno zibaldone solo sui pennini immelmati, incrostati e su conseguenti incidenti, per cui tralascio. Poi arrivarono (anni dopo) e furono consentite le penne stilografiche.
Però le matite erano più buone perché le potevi e puoi masticarne il culo o fondo, attività distensiva atta a calmare o posticipare nervosismi, ansie durante compiti in classe o interrogazioni: il detto fondo sa di legno verniciato a spruzzo, grafite con gusto acre, sui generis: tipo benzodiazepina.
Comunque, per farla breve, i primi miei racconti me li sono scritti tutti a matita, fini fini, su fogli tipo extrastrong o carta semilucida di incauto acquisto, poi me li sono copiati di nascosto ai genitori con la macchina da scrivere di mio padre, di notte, ecco.
Però adesso queste cose le scrivo col pc.
Ma le poesie, no: quelle si scrivono, anzi si devono scrivere a matita, poi si correggono con una penna microfibra nera, che lasci un bel segno netto, altro che biro; poi, volendo, ad libitum, si copiano sul computer.
Perché la mano con la sua matita fa un gesto ordinato dal cervello in cui si muovono più sensi e il lapis sta tra le dita sentimentalmente e sensualmente, come prolungamento del corpo, fa segno netto, sfiorato, a tratti, pesante, ti strappa la carta, lo moduli, l’occhio ci va dietro e dentro, guardi la sua punta, spingi il pulsante o fai quella operazione straordinaria (se usi una matita vera) che è il temperare con un coltellino, con una lametta, col temperamatite classico o quello professionale da tavolo a manovella.
Una voce dentro di me, un tipo concettuale, mi dice: ma la matita è solo uno strumento; il risultato, quello che conta è la storia, la poesia, il disegno.
Un’altra voce si incazza un po’ e fa: l’uso armonioso dello strumento, tutt’uno con il corpo/mente è il primo fine. Ahhhh, dico io, e li lascio discutere.
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postato il 18/08/2005 su Markelo Uffenwanken qui e qui
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SCRIVERE A PENNA

clic per approfondimento grafologico … la penna per scrivere tutti la dicevano in dialetto "piûma".

Ma non tratterò io di penne di gallina né d’oca né di qualsivoglia volatile di cui parla pure il Petrarca quando dice del coltellino e della penna ben temprata; questo perché da adolescente cercai di costruirmi penne avicole ma con risultati indecenti.

Passerò subito alla penna stilografica Waterman di mio padre con clip o clips d’oro che sempre gli invidiavo; gliela sottraevo di nascosto scopo sperimento e concorrenza, quindi riuscivo a macchiarmi in maniera turpe mani, faccia, braccia, grembiule (quello da scolaretto) gambe col risultato di ricevere scapaccioni da ambedue i genitori.

Per cui mai amai le penne stilografiche con le loro pompette o molli vesciche interiori che si bucavano, perdevano, si appiccicavano vermicolarmente: oggetti terribili, molte di esse erano belle di fuori e marce di dentro, tipo certi umani.

Per tutti gli anni che le usai ci combattei, le smontai, le riparai, le modificai ottenendo sempre e comunque di ottenere arti e vestiti macchiati di blu stilografico, marca Waterman o Pelikan che scrive blu ma diventa nero.

Per questa mia perenne sozzura da indomabile contendente con le penne fui evitato da molte fanciulle piacenti ed anche per questo le odio ( le penne stilografiche).

Poi arrivarono quelle con la cartuccia sostituibile, tipo Parker o Aurora e altre americane, inglesi, francesi, tedesche, mentre molti passavano alle biro che furono poi accettate (contro voglia) dalle autorità scolastiche.

Non mi sono mai convertito alle penne a sfera del signor Biro, le uso in extrema ratio, per fare due conti della spesa; per qualsiasi altro serio lavoro mi servo della matita o pennefeltro, che cominciai a conoscere circa 40 anni fa e da allora non le ho più abbandonate.

Ma questa è tutta una accessoria premessa perché per me la penna vera ed unica è quella con cannuccia e pennino in acciaio, la sola degna di chiamarsi penna, quella che si abbevera in dosi volute dal proprietario nell’apposito calamaio, quella che manipolata con sapienza e dosaggio di gesto da tratti sottili, finissimi o grandi, spessi, modulati.

Essa richiede soste per intingerla nelle quali lo scrivano può soffermarsi un attimo a riflettere sulla propria opera di ingegno, invece di buttare giù a man salva.

La penna col pennino richiede cure, esami dello stato di pulizia, cambio e scelta del pennino stesso a seconda degli usi che possono essere di grafica artistica o di scrittura, e pure scelta dell’inchiostro appropriato. Una volta esisteva la "bella scrittura" o calligrafia e anche i professori di questa insigne materia che insegnavano l’aldino, l’inglese, il corsivo, il gotico, la tondina: io posseggo ancora pennini in acciaio specifici per alcune tipi di grafie in cui mia madre era abilissima.

La calligrafia è parente stretta del disegno e viene praticata da pochi amatori: i pennini per la calligrafia erano di tante marche, materiali, fogge, tagli singolari, punte tagliate di sbieco, dritte, pennini panciuti, gonfi, sottili, regali con corona, a foggia di Mole antonelliana o tour Eiffel, a forma di mano con dito proteso, a pesce ed aghiformi per tratti finissimi cioè quelli che prediligo io per il disegno: essi sono gli Heinze tedeschi in acciaio blu numerati dal più duro al più morbido.

Buoni pure erano i Perry inglesi di augusto lignaggio.

Ho una minima scorta di Heinze acquistata anni fa presso la premiata ditta Smeraldi, un tempo mia emerita fornitrice di ogni sorta di carta ed arnese grafico.

I signori Smeraldi, padre e figlio compassatissimi, mi presentavano su di un cartone rivestito in carta velluto rossa un campionario di almeno trenta pennini diversi, ad uso artistico non calligrafia; questi begli oggettini stavano applicati al cartone tramite un elastico e si potevano esaminare anche con la lente; era possibile ordinarne uno, due, quattro, a piacer: anche una scatolina.

Per le cannucce non sto ad andare per il sottile: ne ho tre o quattro boeme acquistate in un mercatino, altre tre vecchie come il cucco, una di plastica orrenda rosa e nera, un’altra me la sono fatta io con i bastoncini cinesi.

Degli inchiostri taccio che sarebbe una enciclopedia: io per disegnare uso dell’inchiostro di China, cioè di Cina, Pelikan, qualche volta mi faccio da me inchiostro da bastoncino/tavoletta cinese di china secca sfregato sulla vaschetta di ardesia poi ci intingo pennelli cinesi o penne fatte di bambù (altro capitolo: antenate della penna).

Il passaggio dalla cannuccia con il suo pennino all’uso del pennello per scrivere è breve o pare. Ma con questo passaggio si apre una grande porta verso tutta l’Arte della Calligrafia orientale, cinese e giapponese che è mondo antico, estetico, filosofico e religioso, sterminato come il Gobi e il Taklamakan.

Io mi limito ai miei pennini e vi assicuro che l’arte di misurare la propria forza ed i proprio gesto con questo minuscolo e caro oggetto esercita la pazienza e la concentrazione; accostare, accumulare tratteggi neri o colorati, fini e spessi immette in un mondo silenzioso, leggero ove tutti i pensieri prima si ammorbidiscono e poi si sciolgono.

Restano quei tratti sulla carta, tanto effimeri come il loro supporto, ma specchio di uno stato d’animo e di coscienza.

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postato il 31/08/2005 su Markelo Uffenwanken qui e qui
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 Ricevo da Antonella

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