Non esiste l’amor …
Nella canicola ferragostana un tale piuttosto ebbro di whiskey a letto si arrovella che lei è andata scappata via non si sa con chi, da chi, forse dalla madre, da una amica; ma qui sta il dubbio ed al sudore al calore della sera si strugge si fonde ed il giaciglio si imbeve si intride degli umori suoi propri che per quanto confondesse i suoi più intimi con quelli di lei non dettero frutto di prole:
Oh…… che settimana di ferie, oh che settimana di sudori e languori!
Che cos’è l’amor? Risposta:
non esiste l’amor
è soltanto una favola
inventata da te
per burlarti di me..
e poi ancora lo tormenta ed ossessiona mentalmente questo cazzo di ritornello o riff …..
cosa cazzo sarà un riff?
Non ha mai saputo che cosa è un rif o riff, lui.
Lei forse, sì.
Lei a volte strimpellava la chitarra, piuttosto male e sempre gli stessi motivetti.
Boh! Non esiste l’amor, la mor: la morte esiste invece, porcaeva, ed alcuni dicono che essa sia la grande liberatrice, quella lì con la falce, la testa scarnificata d’ossa, teschio e che fa svisccc e suisccc e svisscce e suissccc.
Lui vorrebbe a questo punto recarsi al paese antico avìto aborrìto aborrìdo, ecco: abòrrido, proprio orrido ci sta bene, per parlare con qualcuno, per trovare consiglio in avi o tombe di famiglia, ma non c’è proprio nessun vivo, più nessuno o quasi.
I restanti vagano come spettri o fantasmi in quelle loro vie, meglio straducole, tra intonaci scrostati ma non perché non abbiano i soldi, che sono avaracci e vecchi logori sordidi taccagni, per reintonacare ristorar ristrutturare rimettere in su in suso riappiccicare mattoni calci e architravi e tegole coppi e travetti e listelli e colmi e capriate, sì, travi di colmo, che sono là sghembi, e quei cazzi di persiane che lasciano a spenzolare scrostate in bilico quasi mannaie o ghigliottine sul passante o sul rarissimo turista che a quella vista spaurisce e mai non torna e poi si lamentano.
Forse il tale bevve troppo di un whiskey che vieppiù lo alterò l’ammorbò in angoscie vuoi disturbi psichici o ciucca o sbornia o sborgna o borgna cioè cieca o forse guercia, ma mica tanto:
la sbornia rende quindi borgni o orbi o forse no o forse solo in parte:
che ancora egli vede, ma non troppo lontano che vorrebbe vedere dove lei è andata a finire, lei: la mignotta la troia la porca: non era troppo porca però nel far le cosine le attività ginniche carnali, le intromissioni le estrusioni di sesso che anzi essa parlava d’amor e nel parlar d’amor con lui rinnegava un passato di passionalità galoppante assai non vissuto con lui ( ma chissà se rinnegava veracemente o no?).
Ma lui non fu geloso di ciò.
Che sia fuggita con un antico amante?
Si fugge con un mostruoso rognoso cane presso un amante? Si fugge con un bulldog francese di merda di nome Zanzi che ti morde le scarpe ti rosica i pantaloni e le penne biro e le penne stilografiche e le poltrone e gli scarponi nuovi da trekking per far la gita al monte Lera che perciò non si fece ma in compenso si dovette comprarne nuovo paio?
E l’amante che dirà e costui non si scoccerà?
Farà forse come lui che non subito ma presto, forse troppo presto, l’accettò e non se ne lagnò; non troppo della bestia bastarda e mordace e fu per l’ennesima volta accondiscendente remissivo ed anche asservito, magari succubo.
Gli piaceva esser succubo quando era essa in arcione cioè a cavalcare, però.
Ma che sia andata da quella povera donna, ma mica tanto, della madre, la signora Ida?
La Idina non ancora buonanima, la quale in frangenti come questo, subito pronta a mediare sarebbe ma chissà, che par brava e pacifica e conciliante e affabile e invece: ma chissà?
Chi può dir di conoscere a fondo le persone in ispecie se esse si ammantano di travestimenti istrionici da parer, in toto, santerelline? …E poi sotto sotto: merda, ovvero esse recitano come forse fa la madre, signora Ida, la quale ama far questa mielosa parte di buona di santa di misericordiosa di elemosiniera di spiritual perduta in ciel lassù, vicino ai santi ed alle monacuzze beate le quali vedon angeli e chissàcosa.
Di fatto della signora Ida non si può dire male, siamo seri: essa è puntuale pignola e sentenziosa, sì, non mendace e spesso al di lui cospetto rimproverò la figlia per trascuratezze casalinghe disordini alimentari frigo lasciato aperto, e pure freezer, cuscini puzzolosi e imbrattati, pisciate canine non nettate, tendaggi ormai straccioni perché biascicati dalla sozza boccaccia dalla piccola bestia bastarda, perdite di portafogli di chiavi di valigie di treni e bus e bollette inevase ed abbonamenti abusivi.
Ma di fatto nell’intimo che si dissero?
Mentre egli nel lavoro era assorto magari esse erano complici nell’escogitare un grottesca farsa onde carpire vieppiù la sua fiducia e impapocchiarlo infinocchiarlo imbalsamarlo in un mondo di apparenti sincerità ma, sotto sotto, di nequizie palesi.
Certo che quel wiskey poteva essere americano o quasi, o canadese, ma non produceva effetti di gioia o quanto meno di anestetico potente infatti egli si dimenava ancora più intriso madido di agostani sudori dolorosi ma pure di incubi o quasi, tali che una parola con l’altra si collavano e il discorso mentale si ingarbugliava astrusamente in un assillante succedersi di spiacevolissime immagini ed il beneficio del sonno non si presentava.
Per cui lui volle alzarsi e guardarsi dall’alto al basso cioè verso i piedi ed ebbe quasi pena di sé, vuoi anche disgusto, nell’osservarsi con quelle mutande boxer umide sordide quasi, turchine scure a pallini o bollicine bianche, che lei esecrava e pure quelle ciabatte che lui quasi in spregio ai di lei gusti aveva ritrovato in uno scaffale riposto in alto nello sgabuzzino, quelle che gli le donò il papà amatissimo che simile modello soleva calzare.
Lei detestava le babbucce che lui tanto prediligeva da sentirsi in quelle precise ciabatte quasi nella propria pelle e lei no, non le voleva nemmeno vedere, lei, sì, preferiva sempre e dovunque le infradito del cazzo, altrove dette chissà perché giapponesine o cinesine o chissà che altro.
Chissà perché cinesine?
Lui dunque si reca in cucina onde almeno vedere se può dissetarsi, ma in frigo non vi è ombra di acqua minerale, ahimè, ed il negozio il supermercato ora è chiuso e c’è una solitudine che ti scoppia dentro e di fuori, d’agosto, che ci sono in giro solo i matti che sciamano a frotte, che in altro periodo stanno rinchiusi, vergognandosi forse della loro trista condizione.
Lui non sciama, resta in casa nascosto, invece.
Lui ha una terribile arsura e bollore in capoccia e caccia la medesima sotto la doccia inclinandola pericolosamente nella vasca, rischiando di stramazzare in quel cadaverico smaltato biancore, quasi morgue, per squilibrio alcoolico; ma non tutto il corpo precipita allora che riesce ad aggrapparsi ai rubinetti scintillanti, ben netti ancora, ed a salvarsi da una zuccata forse fatale.
E con la testa ciondola e stranfiando si pensa morto e si immagina sul lastrone di marmo saccaroide lucido dell’obitorio.
Cosa direbbe lei, quell’ingrata, a tale vista?
Come affronterà il fatale annuncio?
Finalmente, dirà! E siccome lui non stilò testamento olografo né si recò da notaio lei si beccherà tutto il mobile e l’immobile ed anche donerà qualcosa, magari l’alloggetto di Pietraligure, da lei schifato da sempre, magari a quella complice sordida e ruffiana della sua amica Adriana, che sempre la nascose la corruppe l’assecondò la sedusse la compiacque e malamente la consigliò.
Vaga per cucina e soggiorno e ciancica giornali tovagliolo asciugamano cuscino poi ritornato nell’oscurità del focolare domestico riapre la porta dell’enorme nuovo gigantesco satrapico sarcofago frigorifero Kelvinator a due battenti del costo di euro 2500, da lei fortemente voluto; lui, illuminato dalla gelide luci interne quasi un film spielberghiano, scuote il capo nuovamente riconstatando la scarsezza di qualsiasi cibo o bevanda veramente allettante consolatoria o terapeutica.
Al contempo si sente davvero fantasma di sé stesso.
Stante immobile in quegli algidi bagliori si appare quasi statua colante amari funerei sudori.
Per cui opta per una boule colma di cubi di ghiaccio sul capo.
Vaga forse più lucido, finalmente, considerando anche le sue magagne personali di maschio che non poté concedere maternità alla sua donna, essendosi poi scoperto sterile.
Tuttavia tra sé sogghigna perché trovò rimedio momentaneo e consolazione, nelle solitarie trasferte lavorative in Parigi Venezia Londra Francoforte Vicenza Milano, in accompagnatrici a pagamento vuoi hostess di svariate nazionalità e colori, tipo Milina Marina Edra Edvina Carmen etc.
Tuttavia andando direttamente al sodo anche nel domicilio cittadino con altre signore o fanciulle di bella presenza stile mercenario e non, quale anche l’amica di lei, un tempo assai cara, cioè Giulia dai lunghi piè nonché gambe e pure la abbondante segretaria Marisa, che prestossi volentieri a ripetute pratiche erotiche post orario, forsanche scopo sistemazione fratello e nipote.
E lui si domanda se di tutte le segrete cose mai emerse non sia giunta viva voce a lei, per via di qualche mala lingua ed ingrata persona, o indagini magari mosse per invidia dalla virulenta Adriana. E ancora questo teme, ma non ci furono sui fatti suaccennati parole da lei, non ci furono discorsi per nulla, soltanto quell’abbaiare dell’immonda bestia insieme a quell’urlo nel corridoio, così inquietante in lei tanto a modino:
MA VAFFANCULOOOO ! E CREPA NEL TUO BRODO ! COGLIONEEEEE !
Questo è quanto e questo gli brucia.
E ascolta l’eco strisciante del proprio ciabattare inquieto per le stanze, nella notte ormai sopraggiunta dell’iniziare di ferragosto, tanto da farsi quasi ribrezzo, tanto da far volare dalla finestra sul sottostante corso Matteotti le dette marce pantofole, con scatto tanto nervoso e squilibrato da provocarsi una cretina caduta sui bei marmettoni del corridoio con contusione al bacino e lancio verso la porta a vetri della boule ghiacciata.
Lui dolorante di conseguenza si rialza stupito, intorno si guarda e si massaggia fortemente l’anca indolenzita ed in bagno si reca ed estrae il cassetto dei medicinali maldestramente per cui gran parte del contenuto sguscia sulle ceramiche azzurre. Si affanna quindi chinato a cercare, blasfemando ansimante e scornato, un tubo di Fastum gel già usato per recenti mali di schiena.
Considera lui in quel frangente che forse la punizione degli dei protettori del focolare domestico, in particolare Vesta lo stia trafiggendo in quanto violatore di fedeltà e mentitore.
E forse con ragione borbotta.
E bofonchia canticchiando:
canta che ti passa…
uccel di gabbia o canta per amor o canta a per rabbia..
non esiste l’amor, ma intanto l’anca fa male forte e lui si considera specchiandosi nei vasti specchi prima del bagno e poi della camera da letto osservando nel passare dei minuti un ematoma o ammaccatura che si diffonde e gli viene d’istinto di prendersi una compressa analgesica che poi diventano due, per cui ridorme e nel sonno si ravvoltola e scuote e sbatte.
E sogna che è caduto ancora una volta e mentre precipita da altissima rupe vede in un cielo trasparentissimo senza fondo o linee di orizzonti volare come felicissima coloratissima anitra sua moglie la quale di lui che rovina si fa un baffo tanto.
E continua nella caduta e volando urla e sente improvviso sul fianco il molliccio fondo viscido di pantano o nera palude in cui è precipitato che poi al risvegliarsi non è altro che il zuppo delle proprie traspirazioni in cui sfortunatamente giace poiché lui ha ridotto il letto coniugale in un piegaccio di lenzuola madide.
E con mal di testa orrendo si ritrova e strizza le palpebre per ripararsi dal sole già alto ormai, con la mano destra stropicciandosi l’anca e zoppicando si reca in cucina per prepararsi una teiera forse due di the dolcissimo, sì, lo vuole dolcissimo, vorrebbe una torta di mele come quella della mamma, sì, di mele belle mature, per togliere quell’amaro acre presente in bocca in testa in ogni dove.
Ed alla propria madre ha telefonato, forse il giorno precedente, mentendo, facendole credere di essere felicemente all’isola d’Elba con lei, e se telefonerà vedrà sul display telefonico che è la mamma e non risponderà e dovrà mentire ancora per la milionesima volta, come si suol fare a fin di bene.
Il sole è caldo troppo caldo e potrebbe lenire in altre circostanze i dolori suoi agli arti che ormai tutto rotto si sente, quasi rudere rottame residuato bellico di quelli che vengono premuti pressati schiacciati in blocchi parallelepipedi tinti e rugginosi quindi calati in bocca ad un forno di fusione divorante Martin Bessemer ove il monoblocco si liquefa e diventa con il resto unico magma come in ardente bocca di vulcano.
Il giorno è già rovente e troppo luminoso ed il sole indiscreto raggiante a dismisura, per cui lui chiude sbatte le ante interne per tutta la casa volendosi stare riparato in una lunga notte oscura dell’anima, quasi mistico diventato, per espiare o invece piuttosto progettare vendetta nei confronti della fuggitiva e fedifraga.
Ramingo alla ricerca di conforti ritorna per la dodicesima volta in cucina per sorbirsi il tazzone di the e lamentarsi del dolore al bacino sedendosi con cautela che male gli fa parecchio.
Ma poiché :
non esiste l’amor
è soltanto una favola……
Gli viene in mente il finale improvvisamente e gli brucia:
Mentre ridi di me
io non amo che teee
e se piango d’amor
non mi sento ridicolo
sono pazzo lo so
ma il mio cuor ti darò
finche’ un palpito avrò
non esiste l’amor
non esiste l’ amooooooor………..
A quel punto, come una bomba, gli appare la sua immagine vista da eventuali stimati colleghi del foro piemontese e non tanto si vergogna per la sua tenuta indecente e discinta quanto per il suo stato mentale di desolazione sfiducia e accasciamento e di globale remissione e dipendenza alla moglie quasi essa sia l’unica fattrice della sua felicità ed onorevole condizione e non solo.
Per cui ancora una volta si reca in bagno onde sottoporsi a salutare totale lavacro e risciacquatura di capo e di idee e nel farlo rimira tristo il mesto suo volto ed il vasto livido sull’anca che assai gli duole e scuote il capo.
Indossa poi il suo bianco accappatoio e cerca invano di dimenticare come nell’altra canzone, che tutte stupide le giudicò, poi, a ben vedere, si trovò nelle medesime condizioni e quella la cantava sempre suo padre, la cantava allegro benissimo poveruomo melanconico accompagnandosi col suo mandolino:
solo me ne vo per la città
passo tra la folla che non sa,
che non vede il mio dolore
cercando te, sognando te, che più non ho,
ogni voce ascolto e non sei tu,
ogni volto guardo non sei tu…
dove sei perduto amore,
ti sognerò ti cercherò ti troverò…
io cerco invano di dimenticar,
ma il primo amore non si può scordar…
ed anche se lui sa che lei non fu il primo amore anzi almeno il settimo o l’ottavo quasi gli viene un magone estremo mentre intinge un secco, troppo secco, biscotto nel the e si sente di nominare amore quello che sente per lei, sì, amore anche dipendenza, tutto quello che volete, anche affetto, anche attrazione, ancora, nonostante gli anni e sente di avere rovinato un bel po’ di cose, di avere rosicato incrinato come il cagnaccio Zanzi anche le colonnine le basi del loro amor.
Ma la serratura scricchiola e geme e lui stupisce spaventa e corre a vedere in corridoio, chiudendosi pudico sul petto l’accappatoio, temendo la eventuale portinaia che ha le chiavi e si sente uno sbatter leggero di porta e la vede là, lei, con un abito mai visto sciolto e sottile giallo cromo solare che tutto si intona alla pelle sua bruna e lascia trasparire le belle forme, la guarda a bocca aperta come vedesse una madonna miracolosa e lei non gli sorride proprio ma si gira su di sé, sciolta elegante fluente volteggia, forse ammicca e emette un sospiro e con filo di voce afferma che la veste le fu regalata da Adriana.
La vile mordace bestia non c’è.
Lui si avvicina lento cauto ed attonito e la tocca timoroso su di una spalla, quasi a constatare che non sia visione, sente la sua pelle ed abbassa la testa che gli prende un cedimento di cuore, uno stringimento al petto e chiede scuse non richieste, pone la fronte sulla spalla di lei che lo accarezza su capo ed anch’essa chiede perdono a sua volta ed accosta la testa alla sua ed i capelli si mescolano, pure le fronti sono vicine, pure le bocche.