Stai sfogliando l'archivio mensile di luglio 2005.

Atelier di Cezanne
 
Ad Aix en Provence, che una volta era una città sonnolenta del Midi, nacque visse e morì Paul Cezanne. Aix, era ed è una cittadina di fondazione romana dotata di bellissima e affascinante cattedrale che è cresciuta nei tempi dal paleocristiano, al romanico, al gotico e tiene nel suo cuore un magnifico dipinto rinascimentale su tavola, il polittico del “Buisson ardent”di Nicolas Froment, uno delle più belle pitture del rinascimento europeo, là posto quando Aix era una capitale e regnava il munifico Roi Renè, ancora re di Provenza. Poi ci sono nobili palazzotti, viuzze antiche e grandi viali tipici dell’urbanistica francese del primo ottocento. Ora Aix è tutt’altro che sonnolenta, anzi è movimentatissima e piena di giovani per via di una vivacissima università europea.
Ci ero stato già una volta un decina di anni fa, ed era più tranquilla, in giugno ci sono tornato e mi sono fermato tre giorni.
Non so se a Cezanne piacesse stare ad Aix, forse no, forse ci rimase per costrizione paterna( col padre banchiere autoritario aveva pessimi rapporti) o forse per una sua sorte di immobilismo ed anche per affetto al magnifico paesaggio provenzale, ai suoi colori, alla sua luce ed alla amatissima Montaigne Sainte Victorie che ritrasse tante volte.
Fatto sta ed è che questa volta sono andato a visitare l’Atelier di Cezanne.
Esiste ancora praticamente intatto, situato ad una mezzora a piedi dal centro.
É una costruzione quasi cubica di due pian fuori terra situata tra il verde di alberi e giardini su di una collina che domina Aix; il pittore commissionò direttamente ad un amico capomastro l’esecuzione del suo progetto che prevedeva al piano terreno due/tre stanze di servizio, cucina e studiolo con libri, al piano superiore ampia camera a volta piana con vetrata grande volta a nord, velabile con un tendone affinché la luce non fosse mai troppo cruda.
Il pittore percorreva tutti i giorni questa strada avanti e indietro perché non vi si fermava a dormire. Ritornava ad un palazzotto di famiglia.
Visitare questo Atelier, polveroso e silenzioso quanto basta, mi ha commosso.
Non vi sono dipinti famosi del maestro: solo due acquerelli, due frammenti di tela dipinta tagliati da quadri più ampi, scarti cioè. Il resto è posto pressapoco come lui lo teneva; l’amministrazione civica di Aix, che possiede l’Atelier, lo conserva con degna cura e lo ereditò da un tale che l’aveva comprato dal figlio di Cezanne; era già così, come ora praticamente intatto. Alle pareti foto o incisioni incorniciate di vecchio che già Cezanne teneva come modelli, scaffali, il ripiano lungo con le sue anfore, vasi, fruttiere di opaline, modelli in gesso. E poi gli strumenti della pittura: i cavalletti, due, uno molto grande a ruote per dipingere “Le grandi bagnanti”, tavolozze impastate di colore, scatole di pennelli ancora impregnati, tele, tavolette, carta, matite, carboncini, fusain, conté.
Quello che più mi ha preso però era situato in un angolo in ombra: al muro infilato sta un palo a cui sono appesi abiti di Paul Cezanne, un giubbone, un soprabito, una specie di cerata da marinaio nera, poi a terra attrezzi vari, vecchi ombrelli, un grosso rappezzato parasole, beretti, cappello, scarpacce da campagna, zaino e borse per gli arnesi per dipingere “en plein air”, come voleva e soleva fare ogni giorno.
Soffriva di diabete, Cezanne e non avrebbe dovuto fare sforzi ma tutti i giorni andava e veniva dalla sua officina, poi ripartiva con il peso dei suoi arnesi sulle spalle per dipingere fuori, fuori. Un giorno di cielo velato, quando già non stava affatto bene, parti per ritrarre per l’ennesima volta la “montaigne”; mentre lavorava all’aperto lo sorprese un acquazzone forte, non desistette subito, continuò per un poco, poi dovette tornare all’atelier e poi a casa ove si coricò disfatto, ma non si lamentava, pare, pensava al prossimo quadro. Invece, il giorno successivo, morì probabilmente per broncopolmonite.
Ho guardato, ho toccato( di nascosto) la cerata nera, l’ombrello rappezzato, quelle rozze scarpe da lavoro, un cappellaccio ed  ho pensato che aveva indossato quei capi l’ultimo giorno della sua vita: sono stato un bel po’ a penare ed a rimuginare, mi sono detto  che era un bell’esempio di amore per il proprio mestiere e anche altro che non serve dire, forse.

Viareggio, Cittadella del Carnevale

……sono i pensieri che tengono unita la testa impedendole di disfarsi al sole, all’aria, all’acqua. Sono i pensieri che tengono insieme una specie di pensiero. S’intrecciano, come fili sottili, impalcature visibili, e ci tengono uniti, formati. I pensieri danno forma. Sono la nostra forma.

Vendo sabbia per scrivere, sulla sabbia, lettere d'amore....

Dieci anni fa, oggi, avevo mal di denti e faceva caldo: ero solo in casa, e faceva caldo, e avevo mal di denti. Guardavo la tappa del Tour. La discesa è veloce, e ci sono corridori in fuga, forse sì, forse non lo ricordo più. Chi ha gambe ed energie, chi corre, chi è in forma, chi può vincere una tappa, magari, chi ha vinto una medaglia olimpica, dieci anni fa aveva più o meno la mia età, tutti nati dal Settanta in su. Fabio è un bel corridore, e la discesa è veloce. Fa molto caldo, ho mal di denti, devo pure cercare un dentista ed è il 18 di luglio; ma fa già molto caldo, io guardo il Tour. E mentre guardo il Tour col mal di denti, dopo un po’ che la discesa è veloce, vedo l’asfalto rosso, a strisce, rosso sangue. Sdraiato sul bordo della strada c’è un ragazzo, è un bel corridore, avrà la mia età o giù di lì. Non si rialzerà mai più da quella discesa. Forse avrò pure scritto una poesiola celebrativa e retorica, dieci anni fa, ma avevo mal di denti e l’impressione negli occhi per un ragazzo che ha più o meno la mia età, e che ho visto morire in una discesa del Tour.

Dieci anni fa moriva Fabio Casartelli

Cacchio!

Ho visto circa un ora fa che lo sfondo (del blog) è andato a ramengo.

Non mi ricordavo più che il servizio "photoalbum" di Splinder era a pagamento e per i sei mesi successivi all’apertura del blog.

Il servizio, quindi, è ormai scaduto da tre settimane.

Credo che chiunque si sia accorto che tutte le immagini ivi contenute non sono visualizzabili; ma credo che non siano state cancellate, è probabile che rinnovando l’acquisto del servizio ricompaiano.

Nell’album erano (o lo sono tuttora contenute) tutte le immaginette e i santini che compongono il template (o sfondo, o grafica o definitelo come volete), ed ecco il perchè dello sfondo andato a ramengo.

Ho ripristinato detto "template", quello iniziale/originale, mettendo le immagini che lo compongono in una roba chiamata FlickR (che è un servizio gratuito ma a capienza limitata) e poi facendo i relativi "links" a quel posto lì.

Se qualcuno fosse interessato metto a disposizione la mia Id e relativa password di Splinder e FlickR (nonchè l’accesso alla relativa email "katamail" a cui sono agganciate le due Id) per eventualmente riacquistare il servizio "album" (costa circa 24 euro per sei mesi, è la configurazione minima indispensabile e i dettagli li trovate qui ); io non ho intenzione di rinnovare l’acquisto in quanto totalmente senza lire, in sovrappeso e del tutto scazzato riguardo l’intero universo, webbico e anche no.

Nel probabile ma anche auspicabile caso in cui nessuno si faccia avanti (scrivendo alla mia email personale) le immagini, come qualcuno già sa e fa, d’ora in poi possono essere "linkate" da altri siti o servizi di gestione foto.

Comunque il blog è gestibile, aggiornabile, amministrabile e distruttibile in tutto e per tutto da ogni cartografo iscritto.

Distinti saluti.

p.

Non esiste l’amor …
Nella canicola ferragostana un tale piuttosto ebbro di whiskey a letto si arrovella che lei è andata scappata via non si sa con chi, da chi, forse dalla madre, da una amica; ma qui sta il dubbio ed al sudore al calore della sera si strugge si fonde ed il giaciglio si imbeve si intride degli umori suoi propri che per quanto confondesse i suoi più intimi con quelli di lei non dettero frutto di prole:
Oh…… che settimana di ferie, oh che settimana di sudori e languori!
Che cos’è l’amor? Risposta:

non esiste l’amor
è soltanto una favola
inventata da te
per burlarti di me..

e poi ancora lo tormenta ed ossessiona mentalmente questo cazzo di ritornello o riff …..
cosa cazzo sarà un riff?
Non ha mai saputo che cosa è un rif o riff, lui.
Lei forse, sì.
Lei a volte strimpellava la chitarra, piuttosto male e sempre gli stessi motivetti.
Boh! Non esiste l’amor, la mor: la morte esiste invece, porcaeva, ed alcuni dicono che essa sia la grande liberatrice, quella lì con la falce, la testa scarnificata d’ossa, teschio e che fa svisccc e suisccc e svisscce e suissccc.
Lui vorrebbe a questo punto recarsi al paese antico avìto aborrìto aborrìdo, ecco: abòrrido, proprio orrido ci sta bene, per parlare con qualcuno, per trovare consiglio in avi o tombe di famiglia, ma non c’è proprio nessun vivo, più nessuno o quasi.
I restanti vagano come spettri o fantasmi in quelle loro vie, meglio straducole, tra intonaci scrostati ma non perché non abbiano i soldi, che sono avaracci e vecchi logori sordidi taccagni, per reintonacare ristorar ristrutturare rimettere in su in suso riappiccicare mattoni calci e architravi e tegole coppi e travetti e listelli e colmi e capriate, sì, travi di colmo, che sono là sghembi, e quei cazzi di persiane che lasciano a spenzolare scrostate in bilico quasi mannaie o ghigliottine sul passante o sul rarissimo turista che a quella vista spaurisce e mai non torna e poi si lamentano.
Forse il tale bevve troppo di un whiskey che vieppiù lo alterò l’ammorbò in angoscie vuoi disturbi psichici o ciucca o sbornia o sborgna o borgna cioè cieca o forse guercia, ma mica tanto:
la sbornia rende quindi borgni o orbi o forse no o forse solo in parte:
che ancora egli vede, ma non troppo lontano che vorrebbe vedere dove lei è andata a finire, lei: la mignotta la troia la porca: non era troppo porca però nel far le cosine le attività ginniche carnali, le intromissioni le estrusioni di sesso che anzi essa parlava d’amor e nel parlar d’amor con lui rinnegava un passato di passionalità galoppante assai non vissuto con lui ( ma chissà se rinnegava veracemente o no?).
Ma lui non fu geloso di ciò.
Che sia fuggita con un antico amante?
Si fugge con un mostruoso rognoso cane presso un amante? Si fugge con un bulldog francese di merda di nome Zanzi che ti morde le scarpe ti rosica i pantaloni e le penne biro e le penne stilografiche e le poltrone e gli scarponi nuovi da trekking per far la gita al monte Lera che perciò non si fece ma in compenso si dovette comprarne nuovo paio?
E l’amante che dirà e costui non si scoccerà?
Farà forse come lui che non subito ma presto, forse troppo presto, l’accettò e non se ne lagnò; non troppo della bestia bastarda e mordace e fu per l’ennesima volta accondiscendente remissivo ed anche asservito, magari succubo.
Gli piaceva esser succubo quando era essa in arcione cioè a cavalcare, però.
Ma che sia andata da quella povera donna, ma mica tanto, della madre, la signora Ida?
La Idina non ancora buonanima, la quale in frangenti come questo, subito pronta a mediare sarebbe ma chissà, che par brava e pacifica e conciliante e affabile e invece: ma chissà?
Chi può dir di conoscere a fondo le persone in ispecie se esse si ammantano di travestimenti istrionici da parer, in toto, santerelline? …E poi sotto sotto: merda, ovvero esse recitano come forse fa la madre, signora Ida, la quale ama far questa mielosa parte di buona di santa di misericordiosa di elemosiniera di spiritual perduta in ciel lassù, vicino ai santi ed alle monacuzze beate le quali vedon angeli e chissàcosa.
Di fatto della signora Ida non si può dire male, siamo seri: essa è puntuale pignola e sentenziosa, sì, non mendace e spesso al di lui cospetto rimproverò la figlia per trascuratezze casalinghe disordini alimentari frigo lasciato aperto, e pure freezer, cuscini puzzolosi e imbrattati, pisciate canine non nettate, tendaggi ormai straccioni perché biascicati dalla sozza boccaccia dalla piccola bestia bastarda, perdite di portafogli di chiavi di valigie di treni e bus e bollette inevase ed abbonamenti abusivi.
Ma di fatto nell’intimo che si dissero?
Mentre egli nel lavoro era assorto magari esse erano complici nell’escogitare un grottesca farsa onde carpire vieppiù la sua fiducia e impapocchiarlo infinocchiarlo imbalsamarlo in un mondo di apparenti sincerità ma, sotto sotto, di nequizie palesi.
Certo che quel wiskey poteva essere americano o quasi, o canadese, ma non produceva effetti di gioia o quanto meno di anestetico potente infatti egli si dimenava ancora più intriso madido di agostani sudori dolorosi ma pure di incubi o quasi, tali che una parola con l’altra si collavano e il discorso mentale si ingarbugliava astrusamente in un assillante succedersi di spiacevolissime immagini ed il beneficio del sonno non si presentava.
Per cui lui volle alzarsi e guardarsi dall’alto al basso cioè verso i piedi ed ebbe quasi pena di sé, vuoi anche disgusto, nell’osservarsi con quelle mutande boxer umide sordide quasi, turchine scure a pallini o bollicine bianche, che lei esecrava e pure quelle ciabatte che lui quasi in spregio ai di lei gusti aveva ritrovato in uno scaffale riposto in alto nello sgabuzzino, quelle che gli le donò il papà amatissimo che simile modello soleva calzare.
Lei detestava le babbucce che lui tanto prediligeva da sentirsi in quelle precise ciabatte quasi nella propria pelle e lei no, non le voleva nemmeno vedere, lei, sì, preferiva sempre e dovunque le infradito del cazzo, altrove dette chissà perché giapponesine o cinesine o chissà che altro.
Chissà perché cinesine?
Lui dunque si reca in cucina onde almeno vedere se può dissetarsi, ma in frigo non vi è ombra di acqua minerale, ahimè, ed il negozio il supermercato ora è chiuso e c’è una solitudine che ti scoppia dentro e di fuori, d’agosto, che ci sono in giro solo i matti che sciamano a frotte, che in altro periodo stanno rinchiusi, vergognandosi forse della loro trista condizione.
Lui non sciama, resta in casa nascosto, invece.
Lui ha una terribile arsura e bollore in capoccia e caccia la medesima sotto la doccia inclinandola pericolosamente nella vasca, rischiando di stramazzare in quel cadaverico smaltato biancore, quasi morgue, per squilibrio alcoolico; ma non tutto il corpo precipita allora che riesce ad aggrapparsi ai rubinetti scintillanti, ben netti ancora, ed a salvarsi da una zuccata forse fatale.
E con la testa ciondola e stranfiando si pensa morto e si immagina sul lastrone di marmo saccaroide lucido dell’obitorio.
Cosa direbbe lei, quell’ingrata, a tale vista?
Come affronterà il fatale annuncio?
Finalmente, dirà! E siccome lui non stilò testamento olografo né si recò da notaio lei si beccherà tutto il mobile e l’immobile ed anche donerà qualcosa, magari l’alloggetto di Pietraligure, da lei schifato da sempre, magari a quella complice sordida e ruffiana della sua amica Adriana, che sempre la nascose la corruppe l’assecondò la sedusse la compiacque e malamente la consigliò.
Vaga per cucina e soggiorno e ciancica giornali tovagliolo asciugamano cuscino poi ritornato nell’oscurità del focolare domestico riapre la porta dell’enorme nuovo gigantesco satrapico sarcofago frigorifero Kelvinator a due battenti del costo di euro 2500, da lei fortemente voluto; lui, illuminato dalla gelide luci interne quasi un film spielberghiano, scuote il capo nuovamente riconstatando la scarsezza di qualsiasi cibo o bevanda veramente allettante consolatoria o terapeutica.
Al contempo si sente davvero fantasma di sé stesso.
Stante immobile in quegli algidi bagliori si appare quasi statua colante amari funerei sudori.
Per cui opta per una boule colma di cubi di ghiaccio sul capo.
Vaga forse più lucido, finalmente, considerando anche le sue magagne personali di maschio che non poté concedere maternità alla sua donna, essendosi poi scoperto sterile.
Tuttavia tra sé sogghigna perché trovò rimedio momentaneo e consolazione, nelle solitarie trasferte lavorative in Parigi Venezia Londra Francoforte Vicenza Milano, in accompagnatrici a pagamento vuoi hostess di svariate nazionalità e colori, tipo Milina Marina Edra Edvina Carmen etc.
Tuttavia andando direttamente al sodo anche nel domicilio cittadino con altre signore o fanciulle di bella presenza stile mercenario e non, quale anche l’amica di lei, un tempo assai cara, cioè Giulia dai lunghi piè nonché gambe e pure la abbondante segretaria Marisa, che prestossi volentieri a ripetute pratiche erotiche post orario, forsanche scopo sistemazione fratello e nipote.
E lui si domanda se di tutte le segrete cose mai emerse non sia giunta viva voce a lei, per via di qualche mala lingua ed ingrata persona, o indagini magari mosse per invidia dalla virulenta Adriana. E ancora questo teme, ma non ci furono sui fatti suaccennati parole da lei, non ci furono discorsi per nulla, soltanto quell’abbaiare dell’immonda bestia insieme a quell’urlo nel corridoio, così inquietante in lei tanto a modino:
MA VAFFANCULOOOO ! E CREPA NEL TUO BRODO ! COGLIONEEEEE !
Questo è quanto e questo gli brucia.
E ascolta l’eco strisciante del proprio ciabattare inquieto per le stanze, nella notte ormai sopraggiunta dell’iniziare di ferragosto, tanto da farsi quasi ribrezzo, tanto da far volare dalla finestra sul sottostante corso Matteotti le dette marce pantofole, con scatto tanto nervoso e squilibrato da provocarsi una cretina caduta sui bei marmettoni del corridoio con contusione al bacino e lancio verso la porta a vetri della boule ghiacciata.
Lui dolorante di conseguenza si rialza stupito, intorno si guarda e si massaggia fortemente l’anca indolenzita ed in bagno si reca ed estrae il cassetto dei medicinali maldestramente per cui gran parte del contenuto sguscia sulle ceramiche azzurre. Si affanna quindi chinato a cercare, blasfemando ansimante e scornato, un tubo di Fastum gel già usato per recenti mali di schiena.
Considera lui in quel frangente che forse la punizione degli dei protettori del focolare domestico, in particolare Vesta lo stia trafiggendo in quanto violatore di fedeltà e mentitore.
E forse con ragione borbotta.
E bofonchia canticchiando:

canta che ti passa…
uccel di gabbia o canta per amor o canta a per rabbia..

non esiste l’amor, ma intanto l’anca fa male forte e lui si considera specchiandosi nei vasti specchi prima del bagno e poi della camera da letto osservando nel passare dei minuti un ematoma o ammaccatura che si diffonde e gli viene d’istinto di prendersi una compressa analgesica che poi diventano due, per cui ridorme e nel sonno si ravvoltola e scuote e sbatte.
E sogna che è caduto ancora una volta e mentre precipita da altissima rupe vede in un cielo trasparentissimo senza fondo o linee di orizzonti volare come felicissima coloratissima anitra sua moglie la quale di lui che rovina si fa un baffo tanto.
E continua nella caduta e volando urla e sente improvviso sul fianco il molliccio fondo viscido di pantano o nera palude in cui è precipitato che poi al risvegliarsi non è altro che il zuppo delle proprie traspirazioni in cui sfortunatamente giace poiché lui ha ridotto il letto coniugale in un piegaccio di lenzuola madide.
E con mal di testa orrendo si ritrova e strizza le palpebre per ripararsi dal sole già alto ormai, con la mano destra stropicciandosi l’anca e zoppicando si reca in cucina per prepararsi una teiera forse due di the dolcissimo, sì, lo vuole dolcissimo, vorrebbe una torta di mele come quella della mamma, sì, di mele belle mature, per togliere quell’amaro acre presente in bocca in testa in ogni dove.
Ed alla propria madre ha telefonato, forse il giorno precedente, mentendo, facendole credere di essere felicemente all’isola d’Elba con lei, e se telefonerà vedrà sul display telefonico che è la mamma e non risponderà e dovrà mentire ancora per la milionesima volta, come si suol fare a fin di bene.
Il sole è caldo troppo caldo e potrebbe lenire in altre circostanze i dolori suoi agli arti che ormai tutto rotto si sente, quasi rudere rottame residuato bellico di quelli che vengono premuti pressati schiacciati in blocchi parallelepipedi tinti e rugginosi quindi calati in bocca ad un forno di fusione divorante Martin Bessemer ove il monoblocco si liquefa e diventa con il resto unico magma come in ardente bocca di vulcano.
Il giorno è già rovente e troppo luminoso ed il sole indiscreto raggiante a dismisura, per cui lui chiude sbatte le ante interne per tutta la casa volendosi stare riparato in una lunga notte oscura dell’anima, quasi mistico diventato, per espiare o invece piuttosto progettare vendetta nei confronti della fuggitiva e fedifraga.
Ramingo alla ricerca di conforti ritorna per la dodicesima volta in cucina per sorbirsi il tazzone di the e lamentarsi del dolore al bacino sedendosi con cautela che male gli fa parecchio.
Ma poiché :

non esiste l’amor
è soltanto una favola……

Gli viene in mente il finale improvvisamente e gli brucia:

Mentre ridi di me
io non amo che teee
e se piango d’amor
non mi sento ridicolo
sono pazzo lo so
ma il mio cuor ti darò
finche’ un palpito avrò
non esiste l’amor
non esiste l’ amooooooor………..

A quel punto, come una bomba, gli appare la sua immagine vista da eventuali stimati colleghi del foro piemontese e non tanto si vergogna per la sua tenuta indecente e discinta quanto per il suo stato mentale di desolazione sfiducia e accasciamento e di globale remissione e dipendenza alla moglie quasi essa sia l’unica fattrice della sua felicità ed onorevole condizione e non solo.
Per cui ancora una volta si reca in bagno onde sottoporsi a salutare totale lavacro e risciacquatura di capo e di idee e nel farlo rimira tristo il mesto suo volto ed il vasto livido sull’anca che assai gli duole e scuote il capo.
Indossa poi il suo bianco accappatoio e cerca invano di dimenticare come nell’altra canzone, che tutte stupide le giudicò, poi, a ben vedere, si trovò nelle medesime condizioni e quella la cantava sempre suo padre, la cantava allegro benissimo poveruomo melanconico accompagnandosi col suo mandolino:

solo me ne vo per la città
passo tra la folla che non sa,
che non vede il mio dolore
cercando te, sognando te, che più non ho,
ogni voce ascolto e non sei tu,
ogni volto guardo non sei tu…
dove sei perduto amore,
ti sognerò ti cercherò ti troverò…
io cerco invano di dimenticar,
ma il primo amore non si può scordar…

ed anche se lui sa che lei non fu il primo amore anzi almeno il settimo o l’ottavo quasi gli viene un magone estremo mentre intinge un secco, troppo secco, biscotto nel the e si sente di nominare amore quello che sente per lei, sì, amore anche dipendenza, tutto quello che volete, anche affetto, anche attrazione, ancora, nonostante gli anni e sente di avere rovinato un bel po’ di cose, di avere rosicato incrinato come il cagnaccio Zanzi anche le colonnine le basi del loro amor.
Ma la serratura scricchiola e geme e lui stupisce spaventa e corre a vedere in corridoio, chiudendosi pudico sul petto l’accappatoio, temendo la eventuale portinaia che ha le chiavi e si sente uno sbatter leggero di porta e la vede là, lei, con un abito mai visto sciolto e sottile giallo cromo solare che tutto si intona alla pelle sua bruna e lascia trasparire le belle forme, la guarda a bocca aperta come vedesse una madonna miracolosa e lei non gli sorride proprio ma si gira su di sé, sciolta elegante fluente volteggia, forse ammicca e emette un sospiro e con filo di voce afferma che la veste le fu regalata da Adriana.
La vile mordace bestia non c’è.
Lui si avvicina lento cauto ed attonito e la tocca timoroso su di una spalla, quasi a constatare che non sia visione, sente la sua pelle ed abbassa la testa che gli prende un cedimento di cuore, uno stringimento al petto e chiede scuse non richieste, pone la fronte sulla spalla di lei che lo accarezza su capo ed anch’essa chiede perdono a sua volta ed accosta la testa alla sua ed i capelli si mescolano, pure le fronti sono vicine, pure le bocche.

Il mio cugino diletto Ernesto detto il Bencivenga è affranto sempre in quel del Turkestan ove traffica in tutto e per tutto, come ben si sa, senza nulla però produrre di utile al genere umano. Comunque, ‘sto fetente mi ha scritto che vuole soldi per proseguire bene le sue ricerche delle mummie tunghuse.
Però pure si mostrò incazzato assaissimo perché in questo nostro luogo non si possono più ammirare foto di idrovolanti et similia. Gli ho risposto che sono impedito nel fare che gli aggeggi elettronici o virus o vermi o memoria piena e rotta o mia insufficienza mentale non consentonmi di immettere qui fotografie o simili immagini. Esso rispose, illico et immediate, che la causa è sicuramente la mia arcinota idiozia.


Quando ero piccolo
Quando ero piccolo piccolo non sentivo niente, non vedevo niente.
Poi, là dietro, dove mi avevano messo, hanno cominciato ad arrivare dei rumori.
Prima ho sentito una cosa che veniva da dentro, dopo c’era anche di fuori e credo fosse la voce, un lunghissimo urlo: il mio.
Poi, in quel buio, si avvicinava qualcuno: mi tiravano su e il mondo era brutto, triste, bagnato, duro e gelido, oscuro. Sembrava sempre scuro, infinita notte.
Là dietro non era altro che una camera nell’invernì dove stavo nella culla o in una specie di madia da pane: la bruciarono, anni dopo.
Mi hanno dato allora un gatto che si chiamava Gigi, lui era meglio di tutti, lui mi insegnava a camminare a mangiare a bere a stare a fare le voci a dire a cantare: tutto.
Gigi mi faceva uscire fuori da quella stamberga tra fango, sterpi e mi guidava, mi diceva con la coda e con la schiena dove andare. Lui si voltava, spiava che arrivassi e riprendeva il sentiero, si metteva davanti alla pozza perché non ci andassi dentro, mi faceva vedere il mondo della frutta e delle erbe, mi custodiva e proteggeva: lui sì che era un amico.
Le galline no e nemmeno le oche che berciavano e tentavano di beccarmi in faccia. Gigi era grigio e bianco e non miagolava nemmeno; quando sono cresciuto un pochino lo afferravo tutto e me lo mettevo addosso su schiena e spalle e andavamo in giro così: eravamo tutt’uno. Lui era morbido e caldo, lui era la mia coperta bella.
Loro ci guardavano e ridevano.
Tra loro c’era la donna che mi aveva dato il latte da una mammella meravigliosa con i capezzoli scuri scuri. Lei era tanto triste.
Quella donna era mia madre, da lei ho capito che c’era la guerra in giro per il mondo: una volta mi ha preso in braccio, mi ha tirato su su e dalla cima di quella collina mi ha fatto vedere un fuoco che veniva da lontano e ha detto che là c’era Torino, là c’era il papà e piangeva, piangeva tanto.
Ho sentito allora che anch’io avevo una battaglia dentro.
Che non mi piaceva il posto dove mi avevano messo, che non mi andava tutto questo batibeuj che faceva molto male e induriva le facce della gente, poi si moriva anche e io non sapevo cos’era morire. Vedevo però piangere.
Una volta ho guardato in aria e c’erano gli aeroplani luccicanti e mi piacquero da matti.
Io avrei voluto essere un aeroplano lucido e leggero e volare là, in quel cielo dove c’è luce grande e nuvole leggere leggere e vento sottile che fa scvuissccc…..scvuisscc, non stare lì sotto in quel posto di palta e boschi e freddo a sentire dei colpi, rombi, tuoni. Erano cannonate, forse, bombardamenti. Anche ci tormentavano quelle cose che facevano trattattà, trattatà, trattatà: che era la mitraglia, dicevano.
Un’altra volta, quando non faceva più freddo e c’era meno fango, mentre giravo con Gigi in una vigna alla ricerca delle lucertole e a ammazzare formiche e ragni, ho visto il Parin che si infrattava basso verso un cabanun di paglia e pali al culmine della vigna con in mano un fagotto bianco. Ho sentito che parlavano piano. Io mi sono acquattato a pancia in giù sulla terra, Gigi anche e ascoltavamo impauriti cosa dicevano loro: non si capiva niente, però. Perché là dentro c’erano degli altri che parlavano diverso, più duro.
Ci ho ficcato un occhio sotto anche se Gigi mi tratteneva per la calza e il Parin mi ha visto e mi ha abbrancato. Però io li ho guardati bene: erano i prigionieri inglesi scappati a cui il Parin, che era bravo, portava da mangiare. Loro avevano un tubo di ferro nero in mano: era un mitra, adesso lo so che era uno Sten. Erano sporchi, i due, di terra e barbe lunghe e mezzi stracciati. Non mi hanno picchiato, hanno avuto paura loro, mi hanno guardato di brutto, però.
Il Parin mi ha detto: guai a te se dici qualcosa a qualcuno. Io non ho detto niente perché non dicevo mai niente a nessuno, praticamente non parlavo.
A un certo punto ho cominciato a capire chi era mio padre: lui arrivava in bicicletta con dei pacchi e se ne partiva con degli altri, di più ancora: era tutto un bagaglio legato su quella bici.
Lui era bello, lui mi prendeva in braccio e mi tirava su, io lo guardavo negli occhi e mi piaceva proprio, sapeva di buono, mi asciugava il naso col suo fazzoletto a quadri che aveva un profumo caldo di tabacco e dolci, cantava e suonava il mandolino: lui la guerra la prendeva bene, lui sorrideva, andava e veniva per le colline, per le stradacce, col fango e non: lui non aveva il mitra.
Quando arrivava il papà si faceva un pranzo ed erano tutti contenti: io di più.
Lui sapeva andare e commerciava sempre.
Lui sotto le bombe non moriva mai.
Poi siamo andati su di un’altra collina molto più bella con un casa più grossa con tre scalini, da altri nonni, però così ho perso Gigi che non voleva venire sulla bicicletta di mia mamma.
Ho trovato invece degli amici e dei cugini, ma questi erano più grandi, correvano via e mi lasciavano sempre indietro e mi dicevano che ero un carcatreppe: io urlavo come un matto, poi piangevo e me le prendevo da mia mamma, alla fine.
Noi giocavamo alla guerra.
C’era la guerra intorno e noi ne facevamo un’altra piccola con degli schioppi vecchi e delle canne; correvamo come dei razzi giù per i sentieri, ce le davamo e sparavamo per finta, avevamo la gola che bruciava a forza di gridare.
Poco più in là, sulla collina del conte invece un giorno arrivarono dei camion verdi, quelli dei tedeschi con sopra le mitragliere da venti, che avevano due o quattro canne.
Mia mamma mi prese e mi portò in cantina, tra botti e damigiane, che a momenti mi strangolava nell’abbracciarmi, per il terrore che aveva lei.
Invece mio cugino Sandro era grande e spavaldo; andò sotto i camion a raccogliere i bossoli appena sparati dai tedeschi: erano grossi, lucidi e belli come l’oro e suonavano tra di loro come campanelle. Si sentivano le mitragliere che facevano tatum tatum tatum, sparavano contro il paese di fronte dove c’era la repubblica partigiana e avevano fatto la rivoluzione, anche il parroco aveva la tessera comunista. Quando hanno smesso di sparare il nonno è andato fuori, ha preso Sandro per le orecchie e glie l’ha ficcate che se le ricorda ancora adesso.
Poi passavano i repubblichini da far paura, con le barbe, le maglie nere, i mitra con le canne bucherellate e c’era di nuovo fango e ghiaccio, un freddo boia. Avevano anche dei cani bastardi cattivi, come la morte disperata che cantavano loro, e una autoblinda con i cingoli che si impiantò su per la salita. Fu uno spettacolo e quell’uomo di Buriùs disse: Che penìcula! Cioè sembrava di essere al cine. Poi un nero si arrabbiò, sparò in aria e siamo fuggiti tutti e io me le sono prese di nuovo, a casa.
Io scappavo sempre giù nella valle: andavo a fare le mie solitarie guerre alle formiche e ai ragni cattivi che mi mordevano le gambe e il culo mentre stavo seduto per terra a fare montrucchi o dighe o piste. Io, arrabbiatissimo, ne sterminavo dei milioni, ci pisciavo anche sopra e ridevo. Loro erano i nemici dell’umanità. Io ci godevo.
Poi per fortuna anche il ghiaccio ha cominciato a fondersi e c’era un acquitrino da morire. Mio papà, quando c’era, con la testa sotto uno straccio nero sentiva radio Londra e la mamma gli dava delle botte sulla schiena perché spegnesse che se qualcuno spiava lo fucilavano, lui se ne fregava e rideva. E ridevo, anch’io ridevo perché il papà diceva che con i fascisti era finita e sarebbero arrivati gli alleati con la pace e da mangiare: la legge e l’ordine, finalmente.
Una volta ho visto i primi partigiani. Erano dei giovanottoni con delle armi tutte speciali che a volte sfilavano, avevano dei nomi strambi come Gim, Toro, Bill, il Pirata, Tarzan e poi c’era un capo straordinario che si chiamava Tek Tek che aveva anche la Balilla con la mitraglia sopra. Passavano anche veloci in moto, avevano dei fazzoletti colorati al collo, i capelli in aria, delle facce rosse, i vestiti terrosi: a me facevano anche spavento perché andavano nervosi, sembravano anche sprezzanti: forse avevano paura anche loro.
Non c’era nessuno che non avesse paura, l’ho capito dopo.
Con il bel tempo scappavo ancora di più e sparivo dalla circolazione perché io non andavo né all’asilo né a scuola; quando tornavo, lo sapevo già, mi sgridavano e poi me le prendevo.
Io mi stufavo a stare solo nel cortile.
Una volta sono scappato fino ad un paese vicino, sulla cresta della collina seguente: mi piaceva da matti andarci, perché aveva un gran castello rosso come nelle storie di mia nonna, aveva i merli, la torre e finestre grosse; dentro ci erano andati i partigiani e avevano messo un comando.
Io guardavo in su stupito e sentivo le voci dall’interno che dicevano, comandavano, urlavano.
Poi, mentre tutto contento stuzzicavo un gatto, sotto la torre arrivano ansimanti su per il gran prato che porta al castello degli uomini con fucili urlando: Arriva la flak! arriva la flak! Arrivano i nazi da Alessandria con le mitragliere! Chiamate tutti… adunata…allarme! Preparare la difesa!
E si sono buttati nel castello. Io mi sono spaventato e il gatto è scappato via velocissimo. Sono salito su di una scaletta che andava in un fienile piccolo e lì mi sono coperto di paglia fino alla testa ma col naso e gli occhi fuori per guardare ben bene.
E ho visto, ho sentito arrivare i soliti camion verdi là sotto in fondo alla valle che non conoscevo: facevano un sacco di manovre e si appostavano. Dal castello hanno cominciato a sparare i partigiani con i moschetti ed i mitra, facevano un tatatatatata indiavolato ma non ammazzavano nessuno perché i tedeschi erano lontani.
Io li sentivo bestemmiare infuriati e mi spaventavo sempre di più.
Poi ho sentito incominciare quel terribile, indiavolato frastuono del tatatum tatatum tatatum delle mitragliere e per poco urlavo anch’io.
Si vedevano i colpi arrivare su contro il castello, i suoi merli e fare draaannnn; io vedevo scheggiarsi i muri e i mattoni spezzarsi come il mio stomaco. Era tutto un colpo, un botto, un urlo. Poi a un partigiano che si era affacciato gli arrivò un colpo in testa e glie la portò via e quella povera testa volo là dietro, sull’erba.
Io non avevo mai visto nessuno senza testa.
Allora non ho guardato più. Avevo una paura da morire e piangevo.
Ma, quando c’è stato un momento di calma sono scivolato, come una biscia, giù dal buco del fieno che andava nella stalla: non c’era nessuno, per fortuna e sono scappato giù, via.
Non ci ho messo niente ad arrivare al mio paese. Niente.
Mia mamma aveva le mani in testa davanti alla casa, piangeva: io ero mezzo morto per la corsa, mi misi le mani in testa anch’io e le urlai: "Non darmi …non darmi… non darmi!"
Lei abbassò le mani, mi allargò le braccia, mi tirò su e cominciò a singhiozzare.
Mi strinse, forte forte forte e io ero contento allora. Mi portò nel suo letto e mi scaldò, ché ero gelato e non me lo dimentico più.
Poi è finita la guerra, il mese dopo, ed abbiamo fatto un pranzo che tutti mangiavano e bevevano e ridevano e cantavano e ballavano e saltavano e gridavano e non si finiva mai di dire: E’ finita!
Mi addormentavo sotto i tavoli ed ero felice, io, ché finalmente tutti ridevano, meno quel povero partigiano che gli portarono via la testa. Ho saputo poi che aveva un bel nome: si chiamava Falco, poveretto.
Ed un’altra cosa, tanto tempo dopo ho letto: in quel giorno terribile di battaglia al castello, mentre guardavo da sotto la paglia, lì distante cento metri da me tra i combattenti c’era Beppe Fenoglio, allora non sapevo chi fosse. Mi piace immaginare di averlo visto col mitra in mano e quella sua figura in ombra mi scalda ancora il cuore, come fosse stato mio fratello maggiore.

 

Alouette, gentille Alouette
Alouette je te plumerai
.

Je te plumerai la tête
je te plumerai la tête
a la tête, a la tête
Alouette Alouette ah! …

Le cou, le dos, la queue,
le ventre, la gorge, les joues,
le bec, les pattes, le cœur.


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